Cibo in circolo. Partire dal cibo per cambiare paradigma

Ogni anno divoriamo miliardi di tonnellate di risorse naturali per produrre beni di consumo ma aria, acqua, minerali, suolo, foreste – per citarne alcune – non sono inesauribili. Si celebra oggi, lunedì 18 marzo, la Giornata Mondiale del Riciclo, che vuole sensibilizzare proprio sulla necessità di riflettere su ciò che sprechiamo e gettiamo via, sul riuso di materiali e oggetti per preservare il pianeta dal sovrasfruttamento. Il problema è globale e bisogna cambiare mentalità, sia i governi sia i singoli cittadini.

Per l’occasione vi proponiamo una bella riflessione su come si possa partire dal cibo per innescare il passaggio da un modello predatorio a uno che deve diventare giocoforza rigenerativo, rifacendosi alle dinamiche di funzionamento della natura che non generano e conoscono la categoria di “rifiuto”. 

Il sistema produttivo lineare crea un’illusione di abbondanza ma te la serve in un fragile piatto. L’uso indiscriminato di risorse naturali senza considerare la loro capacità rigenerativa o la quantità rimasta disponibile, specie nel caso di quelle non rinnovabili, non è più perseguibile, né accettabile. 

Anno dopo anno, l’Earth Overshoot Day, il giorno in cui l’impronta ecologica umana supera il limite posto dalla biocapacità terrestre, cade in anticipo. Nel 2018 è stato il primo agosto: mai così presto da quando si è iniziato a calcolarlo negli anni 70. È dunque sempre più evidente l’insostenibilità del modello take-make-dispose e che il genere umano debba con urgenza adottare un cambio di passo verso la piena consapevolezza che la sua esistenza è interconnessa e dipende dalla salvaguardia degli ecosistemi naturali.

In questo senso va dunque intesa la circolarità: non come ennesima nuova moda, slogan, vincolo o forzatura, ma esito della necessità del pensare per sistemi, passando da un modello che da predatorio deve diventare giocoforza rigenerativo, rifacendosi alle dinamiche di funzionamento della natura che non generano e conoscono la categoria di “rifiuto”. 

Applicare questo modello al cibo rappresenta una vera e propria sfida, una leva per il cambiamento. Non si tratta solo di ridurre gli sprechi trovando una nuova destinazione d’uso a un sottoprodotto o a un rifiuto, di privilegiare l’utilizzo di materie prime seconde provenienti da filiere di recupero che ne preservino la qualità, né di riprogettare in modo più efficiente ed efficace i flussi di materia ed energia che concorrono alla sua produzione, mantenendo il più a lungo possibile il valore degli alimenti e delle risorse

Partire dal cibo per sviluppare un cambio di paradigma in chiave circolare vuol dire riportare l’attenzione alle comunità, alla qualità delle relazioni e alla sostanza dei comportamenti. Significa non solo occuparsi di ciò che ci tiene in vita, ma esplorare territori complessi che attengono alla socialità, all’identità personale e pubblica, alla spiritualità di ciascun essere umano. Significa riconoscere il ruolo centrale del cibo per la nostra sopravvivenza e sostenibilità del nostro pianeta, il suo valore per la salute, il benessere e la prosperità dell’uomo. 

Una sfida sì, ma non un’utopia. 

D’altronde la circolarità ci appartiene, e plasma il contesto in cui viviamo. L’essere vivente è, infatti, il frutto d’interrelazioni circolari soggette all’influenza del contesto e a loro volta, capaci di influire sull’ambiente naturale e sociale. Il cibo è a qualunque latitudine e per qualunque estrazione sociale e culturale il tramite attraverso cui inizia il processo circolare di metabolizzazione della materia nel corpo umano e la sua consequenziale trasformazione in energia per la vita. Flussi di materia, energia e informazione, caratterizzano i meccanismi circolari di feedback che danno origine e sono il motore dell’evoluzione della specie. 

La consapevolezza di una scarsità di risorse e il rispetto del cibo e dei valori a esso connessi, non possono che generare dinamiche circolari. Basti pensare alle pratiche di economia domestica del passato in cui era una consuetudine valorizzare gli scarti alimentari e ricombinarli in maniera creativa nel pasto del giorno dopo. 

Una saggezza contadina in chiave rigenerativa che non solo andrebbe recuperata, ma estesa all’ambiente e alla gestione delle risorse naturali, intese come casa comune per il perseguimento di una giusta dieta da intendersi nella sua accezione greca di diaitamodo di vivere il quotidiano.La base di questo nuovo ragionamento deve essere l’azione di preservare in un’ottica evolutiva il capitale naturale, sociale e culturale, contrastando in primis la perdita di biodiversità che si sta diffondendo a un ritmo da 100 a 1.000 volte più elevato rispetto al tasso di estinzione fisiologico. Fondamentale poi emulare nei nostri sistemi produttivi la ciclicità attraverso cui la natura si rigenera e la modalità in cui valorizza gli output di un sistema trasformandoli in input/risorse per un altro, in un’ottica a cascata che preserva al massimo la catena del valore della materia, dell’energia e dell’informazione. La natura agisce in un’ottica sistemica tra unità ecologiche micro e macro, ed è ciò che dobbiamo riscoprire nella nostra quotidianità, imparando ad apprezzare il valore della collaborazione tra gli attori di uno stesso sistema, reagendo ad un modello consumistico e competitivo, che genera disuguaglianze sociali e un accentramento della ricchezza. 

Ma nel concreto come ha iniziato l’economia circolare a prendere forma oggi nel sistema alimentare? Quali sono i soggetti che nella gestione del proprio business hanno inserito l’elemento di circolarità, quali gli ambiti di sperimentazione? Per rispondere a questa domanda, ha preso avvio nel 2016 la ricerca “Circular Economy for Food. Materia, energia e conoscenza in circolo” in seno all’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche di Pollenzo (www.unisg.it). Un’attività che attualmente ha portato alla catalogazione di più di 150 case histories, nazionali e internazionali, e di cui l’omonimo libro pubblicato da Edizioni Ambiente nel 2018 riporta una selezione di 40 casi. Recentemente, è nato il Circular Economy for Food Monitor di UNISG (www.circulareconomyforfood.itche continuerà quest’operazione di analisi e catalogazione, di sviluppo della ricerca e di strumenti per l’educazione alla circolarità e al pensiero sistemico, mettendo a sua volta “in circolo” le informazioni raccolte per generare nuova conoscenza e maggior consapevolezza. 

Franco Fassio e Nadia Tecco

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