Edward Mukiibi: il mio viaggio, dalle umili origini a Slow Food

Sono nato sulle sponde settentrionali del lago Vittoria, nell’Uganda centrale in una tipica famiglia relativamente numerosa.

La nostra principale fonte di sostentamento, come per molte altre famiglie a basso reddito della regione, era l’agricoltura mista, praticata su un piccolo appezzamento di terreno che ci forniva la maggior parte del nostro fabbisogno alimentare.

È così che ho appreso l’importanza dell’agricoltura e della produzione alimentare, e mi è sempre piaciuto andare con mia madre e i miei fratelli nell’orto: ogni volta c’era qualcosa da raccogliere e da piantare, per favorire la varietà e le rotazioni delle colture. Invece a scuola l’attività agricola era uno strumento di punizione per chi arrivava in ritardo o parlava lingue locali diverse dall’inglese, o per altre semplici infrazioni.

Chi è Edward Mukiibi

Con tutto il lavoro che dovevo fare a casa ogni mattina e il forte attaccamento alla mia lingua locale, ero un visitatore abituale del giardino della scuola… Finché proposti agli insegnanti di pensare all’orticoltura non più come un castigo, ma come una attività di apprendimento per gli alunni. Per imparare a coltivare il cibo, ma anche per apprendere qualche abilità in più e invertire l’atteggiamento di avversità dei ragazzi nei confronti dell’agricoltura. Naturalmente la mia richiesta venne ignorata dalla direzione, ma ripromisi a me stesso di fare qualcosa per impedire che l’agricoltura venisse praticata come attività punitiva.

L’incontro con l’industria

Per questo motivo, nel 2006, dopo essere entrato all’Università Makerere di Kampala, ho fondato il Progetto DISC (Developing Innovations in School Cultivation), con l’obiettivo di lavorare con le scuole e le comunità per rendere l’agricoltura un’attività produttiva e di apprendimento basata sull’interesse, anziché considerarla una pratica degradante o uno strumento di punizione. Il lavoro agricolo nelle scuole e il desiderio di ampliare e diffondere esperienze positive mi hanno spinto ad assumere posizioni di leadership nella facoltà di Agraria e a sostenere ulteriori programmi di sensibilizzazione delle comunità. Durante la mia permanenza all’Università ho vissuto una delle esperienze peggiori della mia carriera, ma anche un momento importante, che mi ha spinto a prendere una delle decisioni più rilevanti per lo sviluppo dei sistemi agroalimentari.

All’Università ho infatti lavorato progetto di promozione di sementi di mais ibrido, di una varietà considerata resistente alla siccità, nel distretto di Kyankwanzi; col team del progetto abbiamo formato gli agricoltori sulle modalità di coltivazione di questa varietà ibrida per ottenere rese più elevate, così come sull’utilizzo dei fertilizzanti sintetici raccomandati. Convinti dalla prospettiva di contrastare gli effetti della siccità, gli agricoltori acquistarono le sementi e i prodotti di sintesi per la successiva stagione di semina, pronti a piantare la nuova varietà che avrebbe reso meglio se piantata in un suolo puro, rinunciando ai sistemi tradizionali di consociazione e agroforestazione. All’inizio della prima stagione vegetativa del 2007 la siccità colpì il raccolto, causando perdite agli agricoltori che avevano coltivato e destinato ampie porzioni di terreno esclusivamente al mais. Tornando nelle comunità per incontrare gli agricoltori, come da prassi regolare per le fasi di supporto, monitoraggio e valutazione del progetto, rimasi incredulo dinanzi ai danni che questo sistema aveva causato.

Parlando con gli agricoltori e le loro comunità, ne percepii tutta la delusione, frustrazione e insicurezza.

Questo m’indusse a una riflessione profonda su quali sistemi di produzione potessero veramente funzionare per le comunità africane ed essere davvero efficaci nel contrasto alla fame, alla malnutrizione, alla povertà e alle ingiustizie che colpiscono il continente. Oltre a scusarmi con gli agricoltori coinvolti nel progetto e a provare empatia e rammarico, iniziai allora a pensare di lavorare con loro per ricostruire il sistema agricolo locale, basato sulle risorse, le conoscenze e i metodi tradizionali; in altre parole, rigenerare i sistemi locali per renderli più resilienti di quanto non fossero prima.

Rigenerare i sistemi agricoli locali

È una decisione che presi giurando di impegnarmi per quella causa e per quegli obiettivi, sebbene all’epoca non disponessi di grandi conoscenze sui sistemi alimentari sostenibili. Avevo però l’esperienza dell’infanzia, della nostra fattoria di famiglia, che mi ha aiutato a proseguire sulla strada che avevo scelto, abbandonando un lavoro economicamente allettante, in un progetto ben finanziato e con molte prospettive di carriera nello sviluppo di soluzioni agroalimentari. Soluzioni che non funzionano per le popolazioni locali e creano invece sofferenza, danni e distruzione in tutto il mondo.

Iniziai così a informarmi sulla rigenerazione dei sistemi agricoli tradizionali basati sugli ecosistemi locali e a organizzare sessioni di formazione con alcuni agricoltori per ricostruire un sistema agricolo tradizionale africano, che rispettasse l’ambiente autoctono e la conoscenza dei sistemi di semina tradizionali, che si basasse sull’uso di concimi e risorse locali e che, soprattutto, incorporasse queste conoscenze negli orti scolastici che avevo creato e con cui lavoravo attivamente.

È stato un compito gravoso per me, ma con il tempo ho iniziato a lavorare con altri studenti che hanno sostenuto la mia idea, comunicando quanto facevano ad esempio attraverso l’utilizzo di radio comunitarie; ho poi cercato altre persone e organizzazioni interessate a ricostruire sistemi alimentari basati sulla diversità, sulle risorse e sulle conoscenze locali, lavorando insieme con le comunità, oltre che con coloro che avevano un legame con il progetto educativo che stavo portando avanti nelle scuole. Ho condiviso la mia motivazione ed esperienza attraverso piattaforme di apprendimento su Internet ed è così che Slow Food mi ha trovato. Ho tirato un grande sospiro di sollievo quando ho scoperto che c’erano persone interessate a questi problemi e che non stavo lavorando da solo contro i grandi poteri.

L’incontro con Slow Food e Terra Madre

Il momento più indimenticabile del mio primo incontro con Slow Food e la rete di Terra Madre è stato quando sono stato invitato a partecipare all’evento Terra Madre 2008: una vera e propria esperienza di gioia, apprendimento, networking, ispirazione e rigenerazione che mi ha dato la forza di tornare a casa per fare di più e sviluppare una rete più ampia, efficace e forte, aderendo al movimento per un sistema alimentare buono, pulito e giusto. Questo è il sentimento elettrizzante di Terra Madre.

La mia storia mi ha insegnato che ci sono molti contadini, artigiani e altri attivisti di umili origini, provenienti da comunità rurali, il cui lavoro quotidiano dà un significato pratico alla nostra filosofia, traducendo in realtà le idee di Slow Food. Trovare il modo di accogliere nelle strutture della nostra rete tutta questa diversità, entusiasmo e creatività, crea un ordito di conoscenze, competenze ed esperienze, preziose e diverse, che arricchiscono il nostro movimento globale a partire dai livelli locali. La nuova struttura organizzativa dà alla nostra rete l’opportunità di rompere i confini sociali e geografici, di diventare più aperta e inclusiva.

Una nuova forma per il nostro movimento

La Fondazione partecipativa – il nuovo statuto che adotteremo a partire da luglio – è il risultato di una riflessione collettiva che ci ricorda chi siamo: un movimento di base, composto dai membri delle Condotte e delle Comunità di ogni angolo del mondo, ed è questo a darci la forza vitale per contrastare le abnormi carenze dell’attuale sistema alimentare, con le sue crisi e le sue ingiustizie. È importante dedicare maggiori sforzi e risorse al rafforzamento e alla crescita di questa rete di base interconnessa, attraverso la formazione e il supporto di nuovi leader e attivisti, l’apertura a comunità non ancora parte della nostra rete e la costruzione della nostra base con i membri delle Condotte. È importante aprire le nostre porte, i nostri cuori e le nostre menti alla collaborazione con altri che stanno percorrendo il nostro stesso cammino, creando nuove alleanze anche sul fronte delle campagne da portare avanti.

Costruiamo nuove geografie, quelle delle connessioni

È arrivato il momento di uscire dalle nostre bolle sociali e geografiche per creare legami con chi condivide la nostra stessa visione di un sistema alimentare buono, pulito e giusto e con chi ogni giorno lavora per rigenerare il pianeta. Questa interconnessione all’interno e all’esterno della nostra rete crea un mosaico che a prima vista sembra imperfetto, il che va bene, ma alla fine i piccoli nodi di questo mosaico costruiscono un’immagine forte di una lumaca che è chiaramente visibile e fortemente presente in tutte le parti del mondo. Questo è Terra Madre, che ci unisce attraverso la nostra complessa saggezza e le nostre azioni fisiche definendo la nostra forza di base, dal basso.

Questo percorso è centrale anche per lo sviluppo delle nostre reti tematiche e crea un terreno sano per l’impollinazione incrociata di idee su come sviluppare sistemi di gestione solidi per i nostri progetti principali e altre attività di base. Può sembrare un po’ complicato, ma con la guida fornita dal documento Call to Action e con la nuova struttura organizzativa più aperta e inclusiva che stiamo adottando, sono sicuro che il nostro percorso verso un sistema alimentare buono, pulito e giusto diventerà più chiaro.

Insieme siamo più forti.

Edward Mukibii.