COP26: Che cosa chiediamo alla Conferenza sul clima?

Dal 31 ottobre al 12 novembre 2021 si tiene a Glasgow, in Scozia, la 26a Conferenza delle Parti dell’Onu sui cambiamenti climatici (COP26). Le premesse, come scritto da Carlo Petrini, non sono incoraggianti. Uniamo le nostre voci e chiediamo insieme il cambiamento radicale necessario alla nostra stessa sopravvivenza

Che cos’è la Cop26

Cop26 è la Conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico per il 2021. Per oltre un quarto di secolo l’Onu ha riunito quasi tutti i Paesi della Terra per questi summit globali sul clima, chiamati Conferenza delle Parti o Cop. I Paesi partecipanti lavorano insieme per raggiungere accordi su come affrontare la crisi climatica e contenere il riscaldamento globale. Siamo arrivati al 26esimo incontro annuale.

COP26 è presieduta dal Regno Unito e ospitata dalla città di Glasgow. Maggiori informazioni su Cop26 sul sito ufficiale 

Che cosa possiamo aspettarci da questi colloqui internazionali?

A dire il vero ci sono pochi motivi per essere ottimisti. L’ultima Cop che ha portato alla firma di un trattato significativo è stata la 21a Parigi nel 2015. Purtroppo, l’evidenza suggerisce che l’accordo di Parigi non ha dato risultati. Siamo navigando sulla rotta della catastrofe climatica: il rapporto Emissions Gap[1], pubblicato dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (Unep) il 26 ottobre 2021, parla chiaro: siamo sulla buona strada per un aumento della temperatura globale di 2,7°C entro la fine di questo secolo. Praticamente quasi il doppio del limite massimo stabilito nell’accordo di Parigi, che mirava a limitare l’aumento a 1,5°C.

Persino gli organizzatori ammettono che raggiungere un nuovo accordo sul clima sarà ancora più difficile che a Parigi sei anni fa. Alok Sharma, il ministro britannico responsabile della Conferenza, ha dichiarato[2]: «A Parigi è stato fatto tanto lavoro, ma era un accordo quadro, lo specifico delle regole è stato lasciato ai posteri». Come spesso accade con compiti politici complessi, il problema è stato rinviato, la responsabilità passata di mano in mano in un gioco mortale di patata bollente.

Differenti responsabilità della crisi

Una delle differenze chiave tra l’accordo di Parigi e il precedente protocollo di Kyoto del 1997 è che a Kyoto si sono fissati obiettivi vincolanti per i Paesi più ricchi (soprattutto Europa e Australia – gli Stati Uniti non hanno mai ratificato il trattato e il Canada si è ritirato nel 2011[3]), mentre l’accordo di Parigi stabilisce obiettivi non vincolanti e determinati a livello nazionale. Questi obiettivi, tuttavia, sono applicabili a tutti i firmatari; non c’è alcuna divisione tra le responsabilità dei Paesi sviluppati e di quelli in via di sviluppo. Eppure, il Summit della Terra di Rio de Janeiro nel 1992 aveva chiarito come, pur essendoci responsabilità comuni[4], queste dovrebbero essere  differenziate. In altre parole tutte le nazioni condividono il dovere di proteggere l’ambiente, ma non condividono uguali livelli di responsabilità per la sua distruzione[5].

Un altro aspetto importante da considerare è che i Paesi in via di sviluppo a cui si chiede di mettere in atto piani e politiche per mitigare l’impatto della crisi climatica affogano nel debito. Questo nonostante nobili iniziative come la Multilateral Debt Relief Initiative (MDRI), adottata dal G8 nel 2005 che offre la cancellazione dei debiti dei Paesi poveri fortemente indebitati con la Banca Mondiale, il FMI e la Banca Africana di Sviluppo. L’importo totale del debito cancellato da questo accordo è stato di soli 3,4 miliardi di dollari[6], suddivisi tra 19 Paesi, ovvero una medi di meno di 200 milioni di dollari per ciascuno. Per farci una idea: i pagamenti del debito estero della sola Uganda ammonteranno a 739 milioni di dollari nel 2021, e saliranno a 1,35 miliardi di dollari all’anno entro il 2025[7].

L’impatto del sistema alimentare

Arriviamo al sistema alimentare. Le ultime ricerche confermano che circa un terzo delle emissioni climalteranti globali sono riconducibili alla produzione di cibo[8], e in particolare all’agricoltura industrializzata e all’allevamento intensivo. Anche se ci sono alcuni segnali positivi, sono solo relativi: ad esempio, mentre le emissioni globali totali sono passate da 36,5 gigatonnellate (Gt) nel 1990 a 52 Gt nel 2015, le cifre per i sistemi alimentari mostrano un aumento meno drammatico, da 16,1 a 18 Gt.

Questo non è certo un motivo per festeggiare. Né lo è il fatto che alcune regioni del mondo (Europa, Russia e America Latina) hanno visto una leggera diminuzione delle emissioni del loro sistema alimentare nello stesso periodo. Perché? Perché queste modeste riduzioni sono più che annullate dagli enormi aumenti delle emissioni generati dal sistema alimentare nordamericano e asiatico nello stesso periodo: Asia e America del Nord hanno visto un aumento delle emissioni di circa il 25%. Dato che la crisi climatica è un fenomeno globale, gli sforzi di ogni singola nazione – o anche continente – saranno vani se non avranno un riscontro a livello mondiale.

L’insostenibile consumo di carne

Dobbiamo arrenderci e riconoscere l’evidenza: il maggior responsabile delle emissioni imputabili al sistema alimentare è lo sproporzionato e ormai oltraggioso consumo di carne. Non c’è futuro per questo pianeta se non riduciamo e drasticamente il consumo di carne azzerando quello proveniente da allevamenti intensivi. Le emissioni generate dall’allevamento del bestiame sono multiple, e dovrebbero comprendere quelle dovute alla deforestazione e dal cambiamento della destinazione d’uso dei terreni, come ad esempio eliminando boschi e foreste che assorbono carbonio per creare spazio per gli allevamenti e le monocolture a loro necessarie[9].

Se si tiene conto della produzione di mangimi, la produzione di carne rappresenta il 57% di tutte le emissioni del sistema alimentare[10]. Anche in questo caso dobbiamo considerare l’ampio grado di variazione tra Paesi e continenti. Se prendiamo in considerazione il periodo che va dal 1961 al 2018 vediamo che la produzione di carne è rimasta relativamente stabile nei Paesi più piccoli e poveri, mentre negli Stati Uniti la produzione è praticamente triplicata passando da 16 a 46 milioni di tonnellate all’anno, e in Cina è aumentata di 35 volte passando da 2,5 a 88 milioni di tonnellate l’anno[11].

Perdita di biodiversità

Oltre a essere tra i maggiori emettitori di gas serra, (in particolare di metano, che tra l’altro è 80 volte più potente dell’anidride carbonica nei suoi primi 20 anni nell’atmosfera[12]), il sistema alimentare è anche il maggiore responsabile della perdita di biodiversità, una minaccia per la sopravvivenza di migliaia di specie. Non ci sarà alcuna gioia in un futuro in cui conteniamo il riscaldamento a 1,5°C ma non abbiamo arginato la marea dell’estinzione dell’Olocene, perché un tale collasso ecologico minaccerebbe la nostra sicurezza alimentare e la nostra stessa esistenza in una miriade di altri modi, tra cui, il più terrificante, la scomparsa degli insetti impollinatori[13].

Sistemi di compensazione del carbonio, servono davvero?

Come chiarisce l’Emissions Gap Report, l’impatto degli impegni già annunciati dai Paesi del G20 per il 2030 porterà solo a una riduzione delle emissioni di 2,9 gigatonnellate[14]: non è neanche lontanamente sufficiente a evitare un surriscaldamento catastrofico del pianeta. Ma la gravità del problema è ancora più profonda. Le strategie attualmente utilizzate per raggiungere la cosiddetta neutralità del carbonio si basano molto su schemi di compensazione del carbonio come l’Emissions Trading System dell’Ue[15], in cui le nazioni ricche e le società compensano le proprie emissioni pagando i Paesi a basso reddito.

Pagare ai Paesi più poveri un compenso per il maggior numero di emissioni, fa sì che le nazioni più ricche e le corporazioni possano continuare a emettere gas serra, senza sensi di colpa. Ma per salvare il pianeta qualsiasi strategia che non implichi riduzioni immediate e massicce delle emissioni dei Paesi direttamente responsabili della maggior parte di queste emissioni è ipocrita, reale e miope.

Questi schemi di compensazione del carbonio spesso si basano sull’accaparramento delle terre a spese delle comunità indigene. L’importanza di proteggere le terre indigene dalla speculazione è riconosciuta dagli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite[16], e garantire i loro diritti è fondamentale per il pianeta tutto[17].

Una sfida senza precedenti

Siamo di fronte a una sfida che può sembrare impossibile, ma la peggiore delle reazioni sarebbe pensare che il disastro sia inevitabile. Potremmo non riuscire a limitare il riscaldamento a 1,5°C in questo secolo, ma anche un aumento della temperatura globale di 2°C sarebbe comunque preferibile a un aumento di 3°C. E anche questo sarebbe comunque preferibile a un aumento di 4°C, e così via.

Non c’è un punto in cui arrendersi abbia più senso che lottare per un cambio di paradigma epocale.

Le proposte di Slow Food

Come possiamo quindi attuare il cambiamento radicale necessario per il futuro del nostro pianeta? Noi di Slow Food chiediamo innanzitutto politiche vincolanti decisamente più ambiziose delle attuali. Chiediamo ai decisori politici:

  • La dismissione graduale ma totale di sistemi agricoli industrializzati che distruggono biodiversità e fertilità del suolo. Tutti i sussidi attualmente distribuiti dai Governi per sostenere l’agricoltura devono essere subordinati alla transizione agroecologica.
  • Incentivi globali per tagliare drasticamente la produzione e il consumo di carne. Lo sforzo per portare la produzione di carne ai livelli del 1961 o precedenti sarà efficace solo se ci sarà un contemporaneo calo della domanda di carne a livello globale. A tal fine, la normalizzazione delle diete a basso o zero contenuto di carne deve essere promossa in ogni scuola, in ogni istituzione e da ogni Governo. La poca, pochissima carne che possiamo permetterci di mangiare deve provenire da sistemi di allevamento estesi e rispettosi di animali, clima e ambiente.
  • Il sostegno ai produttori di piccola scala e alle filiere corte, con chiare indicazioni su come questo sarà fornito.
  • Il coordinamento internazionale e sviluppo di programmi rigorosi per monitorare ed eliminare la perdita e lo spreco di cibo lungo tutta la filiera.
  • La riduzione dell’impatto energetico della produzione alimentare.
  • Impegni vincolanti di riduzione delle emissioni per le nazioni più ricche che non si affidano alla compensazione delle emissioni di carbonio.
  • In linea con l’Obiettivo 1.4[18] di sviluppo sostenibile dell’agenda 2030 dell’Onu: assicurare che tutti le donne e gli uomini, in particolare i poveri e i vulnerabili, abbiano uguali accesso alle risorse economiche, così come la proprietà e il controllo della terra. Questo significa uno sforzo globale per porre fine al land grabbing.

Loro sono giganti, noi siamo moltitudine

Anche se questi possono sembrare obiettivi irraggiungibili, solo una ambizione mai vista prima e solo un impegno su scala planetaria ci consentiranno di salvare il pianeta e avere qualche speranza di mantenere il riscaldamento globale al di sotto dei 2°C.

Se il Covid-19 ci ha insegnato qualcosa, è che l’umanità è capace di un’azione immediata, decisiva e collettiva in caso di emergenza. Insieme, dobbiamo far capire ai leader politici e alle grandi aziende che la crisi climatica è una emergenza ancora più grande. Ed è ora.

La nostra unica speranza è unire le nostre voci e chiedere insieme questo cambiamento radicale.

Ricordiamo: loro sono giganti, ma noi siamo moltitudine

Jack Coulton
j.coulton@slowfood.it

 

 

[1] https://www.unep.org/resources/emissions-gap-report-2021

[2] https://www.theguardian.com/environment/2021/oct/23/cop26-climate-deal-harder-than-paris-accord-admits-alok-sharma

[3] https://edition.cnn.com/2013/07/26/world/kyoto-protocol-fast-facts/index.html

[4] https://www.climatechangenews.com/2017/11/02/paris-climate-deal-legally-binding-not/

[5] https://unfccc.int/resource/docs/convkp/conveng.pdf

[6] https://www.imf.org/external/np/exr/mdri/eng/index.htm

[7] https://www.theguardian.com/environment/2021/oct/27/poorer-countries-spend-five-times-more-on-debt-than-climate-crisis-report

[8] https://edgar.jrc.ec.europa.eu/edgar_food

[9] Non tutta gli allevamenti sono uguali, naturalmente. Ci sono sistemi di pascolo estensivo che possono essere neutrali o addirittura negativi rispetto al carbonio, ma questi rappresentano una piccola frazione della produzione globale. Per maggiori informazioni sulla nostra visione degli allevamenti e produzione di carne vedi la nostra campagna Slow Meat

[10]  https://www.nature.com/articles/s43016-021-00358-x.epdf

[11] https://ourworldindata.org/meat-production

[12] https://www.edf.org/climate/methane-crucial-opportunity-climate-fight

[13] https://promotepollinators.org/about/importance-of-pollinators/

[14] Vedi nota 1

[15] https://ec.europa.eu/clima/eu-action/eu-emissions-trading-system-eu-ets_en

[16] https://sustainabledevelopment.un.org/majorgroups/indigenouspeoples

[17] https://www.oxfam.org/en/research/common-ground

[18] https://unstats.un.org/sdgs/metadata/?Text=&Goal=&Target=1.4