“Causa animale, causa capitale”: qual è il mondo migliore?

Ripensiamo i sistemi di allevamento per renderli rispettosi dell’ambiente, della salute e soprattutto del benessere animale.

Si sente sempre più spesso che per il bene degli animali, del pianeta e della nostra salute, sarebbe urgente rinunciare al consumo di carne o addirittura a tutti i prodotti animali e, ponendo fine a diecimila anni di vita insieme a vacche, capre o pecore, acconsentire all’agricoltura senza bestiame. Dopo decenni di silenzio mediatico e politico sulla violenza industriale contro gli animali, perché questa improvvisa consapevolezza? Ma è veramente corretta questa conclusione?

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Bisogna fare attenzione e non lasciarsi illudere dalle apparenze, cercando di comprendere la situazione attuale dell’allevamento e le nuove tendenze, che spesso si accompagnano allo sviluppo di start-up della “carne pulita”, amica degli animali… e dei miliardari. In effetti, sembrerebbe che la scienza e l’industria, oggi come in passato, stiano preparando per noi “un mondo migliore”. Producendo in laboratorio, infatti, le emissioni di gas sarebbero annullate, così come l’utilizzo di antibiotici, lo spreco di acqua, il land grabbing e molto altro ancora.

Siamo sicuri che tutto questo corrisponda ai nostri desideri e sia la soluzione?

«Siamo ben oltre l’allevamento industriale, per certi versi – spiega Jocelyn Porcher, ricercatrice presso l’Istituto nazionale della ricerca agronomica (Inra) in Francia, nel suo nuovo libro, Cause animale, cause du capital –. Una delle strategie migliori dei produttori di carne in vitro è negare completamente l’allevamento, sostenendo che la carne può essere prodotta anche senza animali e che non ci sono conseguenze per la salute, il pianeta e gli animali stessi. Per loro, in qualsiasi tipo di allevamento, il rapporto con gli animali è violento, oltre che disastroso per l’ambiente e per la salute, e per questo va evitato. Usano immagini e claim forti per convincere animalisti, vegani e vegetariani, così da poter sostenere con forza e imporre al mercato che non ci sono alternative. Ma questo non è vero. È possibile liberare gli animali dall’allevamento industriale senza farli uscire definitivamente dalle nostre vite e dai sistemi di produzione. Tra l’agricoltura industriale che li massacra e i laboratori di carne in vitro che li fanno scomparire, esiste un’altra strada: ripensare l’allevamento affinchè sia rispettoso del rapporto con gli animali, della natura e della cultura a cui appartengono».

Da oltre trent’anni, Slow Food è al fianco dei produttori proprio per promuovere l’allevamento di cui parla la scrittrice.

Presìdi di Slow Food, che includono molti allevatori, produttori di carne e di prodotti lattiero caseari, hanno come obiettivo la valorizzazione di razze autoctone, delle produzioni tradizionali e artigianali a rischio di estinzione, e accompagnano i produttori in un percorso di crescita e miglioramento. I disciplinari adottati da tutti i produttori dei Presìdi prevedono da molti anni modalità di allevamento corrispondenti ai bisogni naturali caratteristici della razza e rispettose del benessere animale e dell’ambiente.

«In un allevamento sostenibile e rispettoso, non alleviamo gli animali solo per condannarli a morte, per la loro carne o i prodotti che producono – scrive la Porcher nelle sue conclusioni –. Facciamo nascere e alleviamo animali innanzitutto per farli vivere felici, possibilmente con noi. Anche se la relazione con loro è asimmetrica, anche se la loro vita è più breve della nostra e, alla fine, l’obiettivo è l’abbattimento dei capi, l’allevamento sostenibile cerca una relazione armonica con gli animali, con l’ambiente e con il pianeta in generale. La differenza dunque tra un prodotto preparato in laboratorio e uno derivato da un animale è immensa ed è principalmente ontologica. Un animale è carne nel momento in cui è stato abbattuto: prima è un essere vivente con facoltà ben precise. È relazioni, emozioni e sentimenti. Dobbiamo rifiutare assolutamente un sistema senza animali, che predilige e favorisce invece i fondi di investimento. La sola vera soluzione contro la violenza e lo sfruttamento è un sistema di allevamento rispettoso del benessere animale. Sostenere un allevamento di piccola scala e i suoi produttori significa prendere una posizione politica perché l’allevamento è parte di un progetto più ampio di società emancipata e generosa. Valiamo di più degli allevatori industriali o dei banchieri dell’agricoltura. Costruiamo da soli un futuro migliore per noi e per gli animali. Soprattutto con gli animali».

Dunque, con la carne #VacciSlow

Non sono infatti solo i produttori a dover cambiare il loro approccio. Anche i consumatori hanno un ruolo fondamentale: con le loro scelte possono condizionare l’intero sistema alimentare.

Con la campagna Meat the Change, realizzata grazie al contributo del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, Slow Food invita tutti a riflettere sull’impatto delle scelte quotidiane sul pianeta e a ridurre il consumo di carne, senza per questo smettere completamente di mangiarne. Agire in maniera consapevole sul sistema alimentare e, in particolare sul sistema di allevamento, significa mangiare poca carne e buona. Gli allevamenti sostenibili garantiscono carne di qualità poiché mettono in primo piano il benessere degli animali lasciandoli liberi di muoversi in pascoli aperti e nutrendoli con mangimi biologici.

Essere Slow significa avere un basso impatto ambientale: gli allevamenti sostenibili contribuiscono infatti alla riduzione di deforestazione, sfruttamento del suolo, desertificazione ed emissioni di gas serra.

Non è difficile cambiare stile di vita, basta iniziare…. Parti dal consumo di carne! Scopri quanto sei slow!

E scopri come ridurre il tuo impatto grazie alla campagna Meat the change!

Annalisa Audino
a.audino@slowfood.it

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