Carrefour, il diavolo vende bio?

Un’auto si allontana nella notte, accompagnata da una colonna sonora tesissima, fino a raggiungere il luogo di uno scambio in una periferia desolata. Sembra un promo di Gomorra, se non fosse che negli ultimi fotogrammi il bagagliaio aperto rivela il suo scottante contenuto: casse di ortaggi e legumi.

Questo è lo spot che la catena di supermercati Carrefour ha promosso in Francia da fine settembre per lanciare l’iniziativa Marché Interdit, annunciata per le strade di Parigi anche da una serie di cartelloni che ritraggono contadini e prodotti della terra su uno sfondo nerissimo.

Ma cosa c’è di tanto controverso in questa campagna pubblicitaria? È presto detto: il colosso della grande distribuzione gioca con l’idea di promuovere verdure ottenute da “semi illegali”, cioè da sementi contadine che secondo la legge francese non possono essere commercializzate.

Nel “mercato proibito” (Marché Interdit) di Carrefour non c’è ovviamente nulla di men che lecito, dal momento che a essere proibita è appunto la vendita dei semi, ma non la coltivazione e la messa in commercio dei prodotti vegetali ottenuti da questi.

L’offerta interessa 38 supermercati della Bretagna e dell’Ile de France. Al loro interno, grazie a un accordo con le cooperative Koal Kozh e Apflbb, sono arrivati sugli scaffali una decina di verdure bretoni coltivate con metodi biologici: carciofo Camus du Léon e Glas-Ruz, cipolla rosa d’Armorica, zucca Koign-Amann, zucca angelica, rabarbaro acidulo di Bretagna, fagiolo del Trégor e scalogno di Cleder.

L’accordo con i produttori, associati alla Rete delle sementi contadine (Réseau semences paysannes), prevede un impegno quinquennale legato a precisi vincoli di prezzo e volume: le verdure ottenute da semi contadini, infatti, possono costare anche il 30% in più di quelle presenti nel catalogo della grande distribuzione, perché maturano in tempi differenti e richiedono diversi passaggi per la raccolta.

Non ci sono solo condizioni commerciali da rispettare. Il contratto infatti prevede che la Fondazione Carrefour sponsorizzi la creazione di una Casa dei semi contadini dedicata alla ricerca sulle specie vegetali e al miglioramento delle tecniche di produzione delle sementi: a questo scopo verranno stanziati finanziamenti per cinque milioni in favore dell’associazione Koal Kozh per la tutela della biodiversità.

Nel frattempo, Carrefour ha lanciato sul proprio sito e su Change.org una petizione per chiedere al governo che tutti i contadini siano messi in condizione di vendere e comprare in libertà i propri semi. Al momento, come si è detto, questo non è possibile, perché il decreto 81-605 del 1981 impone un unico processo di selezione e validazione dei semi nell’agricoltura, senza distinguere le sementi industriali da quelle contadine.

C’è chi plaude senza alcuna riserva all’iniziativa, come il sindacalista contadino Guy Kastler, uno dei fondatori della Confédération paysanne di José Bové: «Se vuoi cambiare qualcosa, è bene avere potenti attori economici dalla tua parte, perché i governi li ascoltano di più. Quando abbiamo ottenuto la moratoria sul mais GM MON810 nel 2008, il fatto che Carrefour non si opponesse ha pesato molto. Noi abbiamo il nostro modo di fare e la nostra legittimazione, Carrefour ha altri argomenti da far valere».

Non tutti però la pensano così. Tra gli oppositori più determinati del “patto col diavolo” c’è proprio la Rete delle sementi contadine, che sottolinea come siano i criteri della grande distribuzione ad aver contribuito all’omogeneizzazione dei semi e, in ultima analisi, all’erosione della biodiversità delle coltivazioni che Carrefour adesso denuncia.

«Marché Interdit è una campagna di puro greenwashing» denuncia uno dei portavoce del movimento, alludendo alla pratica delle multinazionali di lanciare campagne ambientaliste di facciata per ripulire un’immagine tutt’altro che limpida sul piano delle pratiche commerciali.

Questo è anche il parere di ActionAid Francia: «I supermercati, incluso Carrefour, dominano le filiere di approvvigionamento e dettano le condizioni ai loro fornitori. Il potere d’acquisto delle catene consente di imporre prezzi molto bassi, largamente insufficienti ad assicurare condizioni sostenibili per chi produce. Alla fine, sono i lavoratori a dover sopportare le dubbie pratiche della distribuzione su larga scala».

L’accaparramento di una nicchia di mercato piccola ma in grande espansione (solo in Francia, nell’ultimo anno, il giro d’affari del bio è cresciuto del 20%) andrà a beneficio di un colosso che, sottolineano i critici, continuerà a vendere circa 3200 varietà di ortaggi provenienti da quella stessa agroindustria convenzionale che sostiene di combattere. È davvero un buon affare per tutti?

 

Andrea Cascioli

a.cascioli@slowfood.it

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