Carne, il futuro è in vitro?

Avrete letto nei giorni scorsi l’annuncio in pompa magna: via libera negli Usa alla vendita della carne sintetica, ottenuta a partire da colture cellulari. Con un comunicato congiunto il dipartimento per l’agricoltura statunitense (Usda) e la La Food and Drug Administration ( l’ente governativo che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici, Fda) hanno infatti annunciato che si occuperanno degli aspetti regolatori e di sicurezza di questi prodotti, rimuovendo l’ultimo ostacolo legislativo a una produzione su larga scala.

Potremmo finalmente abbuffarci di “carne” liberi delle conseguenze negative?

Per alcuni, se dichiarata come si deve in etichetta è una buona via per eliminare gli allevamenti lager, un prodotto che possa affiancare la carne proveniente da allevamenti estensivi in modo da eliminare quelli intensivi. Per altri è una soluzione forse troppo sbrigativa di chi vuole eliminare ansie e senso di colpa senza modificare la propria dieta e non farsi troppe domande.

Come sempre, noi ci interroghiamo da più punti di vista, domandandoci appunto quali possano essere le conseguenze di questa scelta alimentare.

Su quanto fabbriche di carne, allevamenti intensivi e consumo eccessivo stiano facendo ammalare e gravemente noi e il nostro pianeta abbiamo mai solo certezze. Non si può pensare di continuare a sostenere questo livello di consumo e dunque produzione, considerato che la popolazione mondiale cresce così come anche la richiesta proveniente da Paesi che finora hanno mantenuto un consumo minimo.

Una delle soluzione allora potrebbe essere la produzione massiva di carne artificiale.

È innegabile, la produzione di carne in laboratorio eviterebbe l’uccisione di molti animali con ricadute positive per l’ambiente, dalla riduzione della deforestazione, al taglio di emissioni, consumo di acqua ed energia, inquinamento.

Ma quale strada aprirebbe questa all’apparenza semplice soluzione?

C’è una premessa da fare: per Slow Food l’allevamento è un fattore irrinunciabile per praticare un’agricoltura sostenibile. L’allevamento è inestricabilmente legato all’agricoltura, dagli albori, quando la domesticazione degli animali coincise con lo stanziarsi dei primi gruppi di umani dediti alla coltivazione del proprio cibo. Certo, è possibile un’agricoltura senza allevamento animale, ma usando la chimica in modo potente o rassegnandosi a bassissime rese, scelta non praticabile per motivi evidenti. Solo la pratica agroecologica e un sano ed equilibrato rapporto con l’allevamento, praticato su scala accettabile e attenzione alla gestione ambientale, possono preservare l’equilibrio degli ecosistemi e garantire cibo sano.

Piccoli allevamenti in ginocchio e perdita di biodiversità

Il rischio? Ancora una volta un’innovazione tecnologica determinerebbe una ricaduta negativa per i piccoli allevatori a basso contenuto tecnologico, che vivono in aree marginali e Paesi meno avanzati, creando anche crisi di mercato e danni per le economie di paesi fragili. Sarebbe penalizzata la biodiversità: sparirebbero in breve tempo le razze domestiche destinate all’allevamento che, senza la cura dell’uomo, non potrebbero vivere “in natura”. Si perderebbero tradizioni e i saperi legati all’allevamento e alle produzioni animali.

Tramonterebbe una cultura ultrasecolare e un patrimonio gastronomico di trasformati e ricette tramandate da generazioni, già oggi piuttosto a rischio a causa dell’omologazione del gusto e della standardizzazione delle abitudini alimentari in tutto il mondo. Tramite la produzione della carne in vitro si favorirebbe l’interruzione, forse definitiva, del rapporto che si è sviluppato nell’arco di migliaia di anni tra l’uomo e gli animali domestici. L’attuale sistema di produzione della carne è responsabile di gravi impatti ambientali, sociali e sanitari ma questo non significa che si debba cancellarlo, quanto piuttosto tentare di cambiarlo.

Quel che ci preoccupa della carne prodotta in laboratorio è il fatto che rappresenta l’ennesimo passo dell’uomo verso un sistema alimentare in cui ancora una volta la tecnologia è vista come l’unica soluzione, allontanandoci con un altro importante passo dalla Natura, nonostante i messaggi – sempre più allarmanti – che il pianeta ci lancia. Ci preoccupa altresì la narrazione che accompagna questa nuova scoperta offerta dalle biotecnologie, proposta come soluzione per il bene del pianeta e quindi di noi tutti.

Una ricerca a senso unico

Ma chi stabilisce qual è il bene per l’umanità, quali sono le priorità sulle quali intervenire? Chi governa l’applicazione pratica delle nuove frontiere del sapere? Affinché le nuove scoperte non vadano a vantaggio di pochi e non si trasformino in nuove sconfitte per chi non ha voce? La ricerca sulla carne in vitro, che richiede risorse ingenti, è stata possibile grazie a fondi messi a disposizione da Sergey Brin, fondatore di Google, e ora la sua implementazione, per renderla accessibile sul mercato a costi competitivi, è sostenuta (sono notizie recenti) da M Ventures, il fondo di investimento del gruppo farmaceutico Merk, e da Bell Food, colosso elvetico specializzato nella trasformazione della carne, con attività in tutta l’Europa. Negli Stati Uniti, Memphis Meats produce carne in vitro grazie al sostegno di Bill Gates, Richard Branson (Virgin Group) e delle multinazionali Cargill e Tyson Foods, tra le principali protagoniste della zootecnia industrializzata e leaders di mercato.

Sono evidenti i vantaggi economici per i grandi gruppi dati dall’apertura di questo nuovo mercato, ma la ricerca ha fame di risorse in ambiti altrettanto urgenti: lo studio e la cura di malattie terribili che affliggono ancora l’umanità, la ricerca in campo agronomico per affrontare le sfide della produzione del cibo in un clima che cambia e in un mondo sempre più affollato, solo per citare alcuni dei settori dove più è urgente agire.

Oppure solo il potere economico e finanziario, il libero mercato e la nuova tirannia dei potenti tecnocrati della comunicazione decideranno per noi negli anni che verranno?

Investire soldi, tempo, intelligenza umana, per produrre un simulacro di hamburger non è solo un’impresa interessante finanziariamente ma apre prospettive scientifiche di cui oggi non si parla. I metodi per produrre carne in vitro sono molti, non è detto che si debba per forza usare una cellula di suino o di un bovino, non è detto che non si possa intervenire geneticamente per arricchire questo nuovo prodotto e renderlo più nutriente, più digeribile, più veloce ancora nella sua riproduzione, manipolando Dna e aprendo la strada a alimenti ibridi.  Chi veglia su questo percorso insidioso?  Questo è un interrogativo al quale gli organismi di tutela europei dovrebbero dare una risposta.

La ricerca non deve mai essere bloccata, ma le scelte devono essere trasparenti, non devono essere il frutto di interessi sommersi, devono essere dibattute nei contesti opportuni, dove ci si può confrontare democraticamente su quali sono le vere prioritari per il bene dei cittadini. E sulle decisioni prese gli organismi deputati dovranno esercitare i dovuti controlli.

Gli aspetti organolettici

Non ci dilunghiamo sugli aspetti organolettici, che hanno un rilievo che non può essere paragonato alle sfide poste sul piano etico. Ma non possiamo dimenticarli. Il sapore della carne è legato al cibo mangiato dall’animale, all’età, alla razza, alla qualità del taglio e della frollatura, aspetti impossibili da riprodurre in laboratorio. Forse chi ha consumato solo carne industriale cresciuta a mais e soia non percepisce una differenza o non la ritiene importante, ma Slow Food esiste anche per spiegare che invece le differenze ci sono, hanno un senso e vanno apprezzate.

L’alternativa Slow

Produrre e consumare carne in vitro ridurrebbe la quantità di animali allevati sul pianeta e sarebbe una parziale soluzione alle sfide ambientali che ci annichiliscono. Ma al pianeta non serve una soluzione parziale, purchessia. Pensare di trovare in un composto ottenuto in laboratorio un succedaneo efficace della carne, ci ricorda chi afferma che l’agricoltura trova un valido aiuto nei concimi chimici, nei fertilizzanti di sintesi e nei pesticidi, nelle sementi modificate, nella meccanizzazione. L’industrializzazione fuori controllo dell’agricoltura ha risolto parzialmente il problema del sostentamento di una popolazione mondiale in crescita, ma il prezzo oggi è sotto gli occhi di tutti.

La nostra proposta?

– diminuire i consumi di carne: a un adulto ne bastano 500 grammi a settimana, questo vuol dire dimezzare nettamente la domanda e quindi l’offerta di carne attuale

– scegliere carni di migliore qualità, provenienti da allevamenti sostenibili in cui gli animali costituiscono una risorsa per l’ambiente e non un’esternalità negativa, come invece avviene nei sistemi industriali. Quindi occorre ricercare allevamenti al pascolo, con numeri di capi contenuti, appartenenti a razze locali, ben adattate ai territori.

– consumare una maggiore varietà di specie, cucinando e consumando tutti i tagli degli animali

– aumentare i consumi di vegetali coltivati in modo sostenibile

Puoi approfondire su www.slowfood.it/slowmeat

 

 

 

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