Carlo Petrini: coltiviamo un Prosecco pulito da ogni sfruttamento del suolo e sociale

La notizia del vescovo di Vittorio Veneto Corrado Pizziolo, che si schiera contro l’abuso di pesticidi e la monocoltura del Prosecco, da parte di alcuni potrebbe suscitare reazioni di stupore e sconcerto. Da quando gli uomini di Chiesa hanno smesso di occuparsi di omelie e preghiere e hanno iniziato a occuparsi di queste faccende – potrebbe pensare qualcuno – non propriamente di loro competenza?

Direi da molto più tempo di quanto io stesso potessi immaginare. Anche se la svolta è avvenuta nel 2015, anno di uscita dell’enciclica Laudato Si’. Da quel momento la voce, nonché l’autorevolezza del mondo cattolico sui temi dell’ecologia integrale sta diventando sempre più importante.

Le motivazioni che hanno mosso il vescovo Pizziolo non sono infatti volte a condannare tout court la produzione di Prosecco, la cui importanza economica, sociale e culturale per il territorio è indiscutibile. Tutto al contrario le sue parole sono a sostegno di questa produzione e del pregiatissimo marchio Unesco, che riconosce le colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene come patrimonio dell’umanità.

Prosecco e inquinamento

Dobbiamo evitare l’inquinamento dei suoli

L’epoca storica di transizione ecologica che ci apprestiamo a vivere, ci chiede però di porci alcune importanti domande volte a riformulare il rapporto che noi esseri umani, e il sistema economico e produttivo che abbiamo creato, abbiamo nei confronti gli uni degli altri, e della Terra che ci ospita.

Dobbiamo porci nell’ottica di uno sviluppo del territorio che guarda al lungo periodo, alla salubrità dei suoli e degli ecosistemi, alla salute delle persone, ai loro diritti e alla cultura che per secoli ha plasmato questi territori. E un’economia di questo tipo non può permettersi di continuare a commettere gli errori del passato; l’abuso di pesticidi porterà sempre più a un impoverimento dei suoli, fino a che questi non saranno più adatti alla coltivazione della vite. La continua espansione della monocoltura della vite a scapito di aree forestali, porterà a una perdita di biodiversità che renderà i territori più fragili sia dal punto di vista geologico, ma anche meno appetibili sotto il profilo estetico.

E l’inquinamento sociale

Di pari problematicità dell’inquinamento ambientale vi è poi quello che il vescovo Pizziolo definisce «l’inquinamento del cuore, la radice vera di ogni disagio sociale». Con questa espressione si fa riferimento alle molteplici sfaccettature del caporalato e del lavoro in nero che ora, con l’avvicinarsi del periodo di vendemmia, rischiano di riproporsi ai danni di persone di buona volontà – spesso straniere – che ricercano un futuro migliore, ma che spesso ricevono un trattamento quasi paragonabile alla schiavitù. E questo non lo possiamo in alcun modo tollerare!

Prosecco e inquinamento

Accettare questi fatti e smettere di agire solo in nome delle rese del breve periodo o del profitto, significa prendersi cura del destino di un territorio, della qualità della vita dei suoi abitanti, delle persone che qui lavorano e, non ultimo, della notorietà enogastronomica che travalica i confini nazionali.

Essere tra i vini più esportati al mondo gode tanto di orgoglio quanto di responsabilità. Una responsabilità che chiama in causa un cambio di paradigma, consci del fatto che tutto è connesso. É solo facendo dialogare gli aspetti economici con quelli ambientali, sociali e culturali che si può infatti andare incontro a uno sviluppo che non sia una mera crescita dal punto di vista degli ettari piantati, o delle bottiglie vendute, ma che sia qualcosa di più condiviso e sano per tutti.

Carlo Petrini
da La Stampa del 08 settembre 2021

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