Carlo Petrini: «Non stravolgiamo le fiere contadine»

Chi mi conosce sa perfettamente che ci sono alcune date segnate in rosso nella mia agenda da un anno all’altro: appuntamenti immancabili che ormai da decenni scandiscono il ritmo delle mie stagioni. Uno di questi, forse il più longevo, è senza dubbio la Fiera del Bue Grasso di Carrù. O almeno lo era: dopo 45 anni di presenza militante, quest’anno rinuncerò al rito della fiera. L’amministrazione comunale ha infatti deciso di spacchettare l’evento, tradizionalmente previsto per il terzo giovedì a ritroso partendo dal Natale, portando l’attrazione principale, per l’appunto l’esposizione e la premiazione dei buoi, alla domenica. L’obiettivo è chiaro e comprensibile: allungare la fiera, “sfruttare” la domenica per attirare più turisti, ingrandire il giro dell’evento. Così facendo, però, una tradizione quasi centenaria perde un pezzo della propria anima.

Già alcuni anni fa, con altrettanta leggerezza, si pensò bene di spostare la data all’8 dicembre, festa dell’Immacolata, salvo poi ritornare nel solco della tradizione per evitare polemiche. Ora il clou della fiera slitta la domenica, ma per quanto mi riguarda e per quel poco che vale, cercherò di sfruttare la complicità degli amici allevatori per andarli a visitare direttamente nelle stalle in un altro momento.

Penso però che gli organizzatori dovrebbero essere molto più cauti nello stravolgere una consolidata tradizione. Quello che ha reso nel tempo l’evento di Carrù di così grande successo è stata una felice combinazione tra la tradizione del bollito e la buona frequentazione dei produttori di Langa, un tempo quasi tutti piccoli allevatori oltre che vignaioli e ortolani. Era il tempo in cui i buoi avevano una funzione nella vita agricola di molte cascine della Langa. Quelle che oggi sono aziende vitivinicole, infatti, un tempo nella loro economia non avevano soltanto il vino, ma molti altri prodotti, compreso il latte e la carne.

Bue grasso a Carrù

Nel profondo mutamento che ha scosso le nostre campagne negli ultimi 60 anni, la fiera del Bue Grasso è stata un baluardo simbolico di una civiltà contadina sull’orlo della scomparsa. Ancora oggi allevare un bue grasso è un atto di amore per il proprio lavoro e di dedizione enorme. È bello vedere come molti giovani con caparbietà tengano in piedi questo mestiere duro, fatto di tanti sacrifici e spesso senza i riconoscimenti economici che meriterebbero. A questo gioco di rispetto per la memoria contadina, di affetto per la nostra terra di origine, ci siamo prestati tutti. I ristoranti, con l’apertura alle prime ore del giorno con la minestra di trippe, la scodella di brodo con il vino a metà mattinata e le tappe di assaggi e brindisi dal salumaio locale. Non mancava il passaggio in farmacia per misurare la pressione e l’acquisto della tintura sacra per digerire il gran finale con il pranzo del bollito, che si protrae fino al buio della sera tra canti e musica. Allegre compagnie che negli anni hanno visto tra gli altri molti personaggi che hanno letteralmente plasmato l’anima di queste colline. Come non ricordare Giacomo Bologna, il grande Luigi Veronelli e una miriade di appassionati gastronomi e ristoratori. Ma l’umanità più bella sono gli allevatori in attesa del severo giudizio dei veterinari assieme ai macellai piemontesi, lombardi e liguri. Non so se questa magia si dilaterà per i quattro giorni previsti dall’amministrazione comunale, ho la sensazione che molto rischi di perdersi.

Del resto questa mania di allungare i tempi delle fiere sta diventando una tendenza, come ci insegna la Fiera del Tartufo di Alba, già di per sé lunga ma ogni anno ulteriormente estesa. I nostri vecchi direbbero “Esageruma nen…”!

Fiera del Bue Grasso a Moncalvo

Intanto è opportuno ricordare che i mercoledì 11 a Moncalvo, nel profondo astigiano, ci sarà un’altrettanto autentica fiera del bue grasso con esemplari sono di assoluta eccellenza. Domenica 15 a Morozzo ci sarà invece la fiera del Cappone, rinata e rigenerata dopo che negli anni Novanta Slow Food ha fatto del Cappone di Morozzo uno dei primi Presìdi. Oggi in questo piccolo paese, il cappone contribuisce a caratterizzare l’economia locale e la fiera ne è testimone. Insomma, queste realtà – non dobbiamo dimenticarlo – dovrebbero servire a ridare valore alle produzioni locali, a garantire attenzione e rispetto verso il lavoro degli allevatori e più in generale dei nostri contadini.

Una Langa piena di turisti è buona cosa, ma è giunto il momento di pensare a quale futuro attende le comunità che abitano questi luoghi tutto l’anno, con i borghi nei quali chiudono botteghe alimentari, senza luoghi di socialità per gli anziani. Non saranno solo i ristoranti stellati e le fiere commerciali a ricostruire un tessuto sociale e un’economia agricola forte e reale. Se è vero che quel mondo contadino è in gran parte scomparso, il sottoscritto non vuole affatto esaltarlo. Quel mondo della malora aveva tanta violenza di cui non si sente nostalgia. Ma è altrettanto vero che non possiamo affogare tutto in un’unica baraonda consumistica; bisogna cercare soluzioni più sostenibili e durature.

Insomma, parafrasando la celebre frase di Bartolo Mascarello nella terra di Langa “colpita da improvviso benessere”, mi auguro che queste storiche fiere della nostra tradizione possano non essere “stravolte da eccessivo successo”.

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