Calano le vendite degli antibiotici a uso veterinario

Secondo un’indagine condotta a livello europeo, negli ultimi anni l’Italia è il paese che ha fatto di più per ridurre l’uso degli antibiotici, ma occupa ancora il terzo posto in classifica.

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Mappa sulle vendite totali di tutti gli antimicrobici per animali destinati alla produzione di cibo, in mg/Pcu, per 26 paesi, nel 2013.

L’Agenzia europea per i medicinali (Ema) ha recentemente pubblicato il quinto rapporto sulla vendita di antibiotici a uso veterinario in 26 paesi europei, prendendo in considerazione il 95% della popolazione animale destinata alla produzione alimentare. Il rapporto è stato stilato nell’ambito del progetto “The European Surveillance of Veterinary Antimicrobial Consumption” (Esvac) avviato nel 2010 per raccogliere informazioni sull’utilizzo dei farmaci antimicrobici negli allevamenti dell’Unione europea, essenziali per identificare i possibili fattori di rischio che possono portare allo sviluppo e alla diffusione della resistenza antimicrobica negli animali.

L’ultimo rapporto presenta i dati relativi alle vendite del 2013 e include un capitolo sui cambiamenti nell’utilizzo di farmaci antimicrobici intervenuti fra il 2010 e il 2013. La notizia confortante è che tra il 2011 e il 2013 si registra in generale un calo delle vendite, quantificabile in una percentuale dell’8%. Tuttavia, questo trend di riduzione non è generalizzato: sono 11 i Paesi in cui si registra una riduzione superiore al 5%, mentre in 6 di essi – tra cui Cipro, che nel periodo preso in esame è passato da 408 a 426 mg/Pcu e la Spagna, con una crescita da 241 a 317 mg/Pcu – si registra un aumento superiore al 5%.

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Tabella sulle vendite di agenti antimicrobici veterinari per le specie da produzione alimentare, compresi i cavalli, in mg/PCU, per 26 Paesi europei.

Calcolando la proporzione fra gli antibiotici venduti e il peso del patrimonio zootecnico nazionale (mg/Pcu), si evince che in testa alla classifica c’è Cipro, seguita da Spagna e Italia. In particolare, pur occupando tuttavia un posto molto alto nella classifica, l’Italia si evidenzia come il paese che ha fatto registrare la riduzione maggiore (pari al -29%) tra il 2010 e il 2013 – passando da 427 a 302 mg/Pcu. Questa diminuzione delle vendite è dovuta al fatto che, dal 2009, c’è stata una continua attività di informazione e formazione sull’uso razionale e prudente dei medicinali veterinari. Inoltre, il Ministero della salute ha avviato campagne di sensibilizzazione contro l’uso profilattico di antibiotici in allevamento. In linea generale, le giustificazioni prodotte dai Paesi presi in esame per motivare questa diminuzione sono «l’attivazione di campagne per un utilizzo più responsabile, cambiamenti demografici nelle popolazioni animali, restrizioni d’uso, maggiore consapevolezza della minaccia della resistenza antimicrobica, e/o la fissazione di obiettivi».

Negli allevamenti intensivi si somministrano antibiotici agli animali per prevenirne le malattie, particolarmente frequenti a causa della concentrazione di grandi numeri e dello sviluppo di patologie da sovraffollamento, da una parte, e di un’alimentazione esasperata, volta a migliorare i fattori di crescita e produzione, dall’altra. I batteri, nel tempo, sviluppano delle resistenze e gli antibiotici non riescono più a sopprimerli. I batteri resistenti possono passare dagli animali agli esseri umani in molti modi: ad esempio, quando gli animali sono macellati e lavorati in un mattatoio, i batteri possono colonizzare la carne; ma sono anche abbondanti nel letame utilizzato per concimare i campi come fertilizzante, da dove possono penetrare nel suolo, contaminando fiumi e laghi. Monitorare e ridurre l’uso degli antibiotici in zootecnia è pertanto necessario: ad esempio, l’Oms ha evidenziato che se si continua con l’uso sconsiderato e l’abuso di antibiotici in zootecnia, potremmo entrare in un’epoca post-antibiotici in cui le patologie che ora sono facilmente curabili torneranno a essere letali.

L’ovvia conseguenza è che vanno promosse forme sostenibili di allevamento, dove si ponga una maggiore attenzione allo spazio destinato a ogni animale e all’alimentazione, costituita il più possibile da foraggio fresco integrato, quando è necessario, con fieno, cereali e legumi prodotti il più possibile localmente. La pratica dell’allevamento agroecologico comporta una drastica riduzione nell’utilizzo di antibiotici e privilegia rimedi fitoterapeutici o cure omeopatiche: gli antibiotici e i comuni medicinali veterinari sono utilizzati soltanto in caso di patologie e se non esistono altri rimedi efficaci.

Secondo Sergio Capaldo, veterinario e fondatore dell’associazione cuneese La Granda, «è fondamentale rispettare gli equilibri: tra spazio, ambiente e alimentazione; tra uomo, ambiente e animali; tra ambiente sano, zootecnia sana e agricoltura sana. Se riusciremo a gestire bene l’addomesticamento, occupandoci anche della gestione del numero delle popolazioni animali e curando in particolare la loro alimentazione, potremo fare a meno degli antibiotici e degli integratori. E impareremo il valore dell’alimentazione naturale, e di conseguenza dell’agricoltura: un animale che ha mangiato foraggio cresciuto in modo pulito e sostenibile vivrà meglio e produrrà carne di qualità molto più alta».

di Silvia Ceriani

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