Buono, “porco” e giusto. Un vino contro i danni della peste suina

Si chiama Porco ed è un vino: lo etichetta così, da qualche settimana, la Cooperativa Valli Unite di Costa Vescovato, nell’Alessandrino.

Vino buono porco e giusto
Foto dal profilo Facebook di Valli Unite

Si chiama Porco ed è un vino: lo etichetta così, da qualche settimana, la Cooperativa Valli Unite di Costa Vescovato, nell’Alessandrino. Porco sarebbe un acronimo – sta per Politica organica e resistente contro l’oblio – ma l’illustrazione che campeggia sull’etichetta non lascia dubbi. Quel corpo umano con la testa di maiale è un omaggio all’animale che, per tanti anni, è stato allevato dalla cooperativa stessa, produttrice del salame delle valli tortonesi Presidio Slow Food.

Oggi di maiali, a Valli Unite, però non ce ne sono più. Da quando, lo scorso 7 gennaio 2022, le analisi sulla carcassa di un cinghiale morto a Ovada (sempre in provincia di Alessandria) hanno restituito l’esito che nessuno avrebbe voluto – il primo caso di peste suina africana nell’Italia continentale – molti allevatori hanno dovuto macellare i propri maiali. Lo impongono le norme. E per ripopolare gli allevamenti, occorre aumentare le cosiddette misure di biosicurezza. In parole povere, servono barriere che impediscono al selvatico e al domestico di venire a contatto ed, eventualmente, contagiarsi. In aziende come quella di Costa Vescovato, che si estende su un centinaio di ettari, molti dei quali bosco dove i maiali erano liberi di scorazzare, costruire queste barriere è impossibile. L’alternativa per tornare ad allevare è quella di rinchiudere gli animali in stalla: l’esatto opposto di quella che è la filosofia di chi alleva allo stato brado o semibrado.

«Da quasi un anno giro l’Italia e l’Europa per parlare di peste suina africana, perché la situazione è drammatica» spiega Elisabeth Paul, arrivata in Piemonte dalla Germania per studiare all’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, che all’interno di Valli Unite si occupa proprio della produzione dei salumi. Fare attività di questo tipo ha dei costi, prosegue lei, ed è per questo motivo che «abbiamo pensato al vino Porco, un dolcetto dell’annata 2019, per coprire le spese sostenute». Non che il vino sia una novità, per Valli Unite (nuovamente segnalata nell’edizione 2023 della guida Slow Wine): ogni anno, i suoi 21 ettari destinati a vigna producono centomila bottiglie.

Vino buono porco e giusto

“Così non alleviamo più”

Se il presente è critico, dice con amarezza Elisabeth, il futuro non è migliore: Ogni volta che si trova una nuova carcassa di cinghiale infetta, riparte il conteggio: un ulteriore anno di stop. «A ripopolare non ci pensiamo nemmeno, perché con le regole attuali è quasi impossibile allevare: dovremmo farlo in modo industriale, non far vedere la luce del giorno ai maiali. Non ci stiamo». Attualmente, per coprire il fabbisogno del suo agriturismo, Valli Unite si limita a produrre i salumi, utilizzando carne biologica che viene acquistata all’esterno della zona rossa, da un allevatore del cuneese. «Produciamo meno della metà dello scorso anno – conclude Elisabeth –. Fino a marzo andiamo avanti così, poi vedremo. Per il futuro sto pensando di prendere le pecore, da aggiungere ai nostri bovini». Per quanto riguarda i suini, invece, se gli enti preposti non troveranno soluzioni accettabili per gli allevatori, l’allevamento all’aperto resterà per anni soltanto un ricordo. 

Chi volesse acquistare il vino Porco, può contattare la cooperativa Valli Unite.