Brucia la foresta amazzonica, cronaca di una morte annunciata

In questi giorni stiamo ricevendo numerosi appelli dalla rete Slow Food in America Latina, in particolare dai paesi colpiti più duramente dagli incendi che stanno devastando la foresta amazzonica. Abbiamo pubblicato due giorni fa un appello proveniente dalla rete brasiliana e oggi diamo voce a un importante contributo che arriva dalla Bolivia. Integriamo questo intervento con un commento di Chiara Davico, ufficio America Latina e Caraibi di Slow Food , che ci aiuta a inquadrare il contesto da cui scaturisce questo articolo molto duro nei confronti del presidente boliviano.

 

Nel silenzio, anche la Bolivia sta affrontando la più grande calamità ecologica della sua storia. Dal 2015 si susseguono una serie di misure governative che non potevano che culminare nella distruzione della foresta boliviana e minare la reputazione del presidente. Evo Morales, che per l’emergenza incendi ha interrotto la sua campagna elettorale – resa possibile da una modifica della costituzione dello scorso dicembre che gli permette di diventare presidente per la quarta volta – tenta di recuperare l’irreparabile concedendo una settimana di fermo degli incendi e sostenendo il lavoro dei vigili del fuoco. Tra i provvedimenti di maggior rilievo, dal 2015 a oggi, l’aumento della frontiera agricola da 3,5 a 4,7 milioni di ettari (https://bit.ly/2Z93vMa), la creazione di un fondo per l’agroindustria con un investimento iniziale di 150 milioni di dollari (https://bit.ly/2P8RtOe), la firma di un protocollo fitosanitario per l’esportazione di soia in Cina (https://bit.ly/2zbqkiG), l’autorizzazione alla deforestazione dell’area di Beni per l’ampliamento delle aree destinate all’allevamento (https://bit.ly/2ZljLZB).

La distanza verso le politiche del Governo è stata espressa dal Coordinamento delle organizzazioni indigene dell’Amazzonia (COICA) nel suo comunicato di qualche giorno fa “Los Pueblos Indígenas hacemos responsables a los Gobiernos de Jair Bolsonaro y de Evo Morales por la desaparición y Genocidio físico, ambiental y cultural que se presenta actualmente en la Amazonía, y que por su acción y omisión se hace cada día más grave y que son pérdidas irreparables para la humanidad (https://coica.org.ec/pueblos-indigenas-de-la-cuenca-amazonica-nos-declaramos-en-emergencia-ambiental-y-humanitaria/)”. Un vero peccato per il primo presidente indigeno della storia boliviana.

©AFP

«In Bolivia stiamo vivendo una grande tragedia. La Chiquitania, area boliviana dell’Amazzonia, è in fiamme da quando è stata autorizzata la combustione controllata per aumentare le aree coltivabili e favorire così la produzione di più soia Gm. I video e le notizie condivisi in rete in cui si parla di Evo [Morales, presidente del paese, ndr] come difensore della madre terra e paladino contro gli Ogm mentono. La realtà è questa.

Slow Food in Bolivia si è costituito come movimento cittadino volontario a partire dal 2011, quando al governo era già salito Evo Morales, sostenuto dal suo partito politico, il Movimiento al socialismo (Mas). Impegnarsi nel promuovere la filosofia del buono, pulito e giusto significa sposare la lotta per la sovranità alimentare, per un modello di agricoltura agroecologica e per una produzione piccola, contadina e indigena, identificarsi in un modello locale che tuttavia guarda al globale. Nell’ambito del lavoro con Slow Food, abbiamo iniziato a seguire tutte le leggi che in qualche modo possono interessare gli ambiti della produzione di cibo e dell’alimentazione, ma soprattutto di un approccio sistemico alla madre terra. Nel 2012 la nostra rete è stata impegnata nella difesa dei territori e delle aree protette del Territorio Indigeno e Parco Nazionale Isiboro Sécure (Tipnis) dove le popolazioni indigene sono state minacciate da politiche di sviluppo che proponevano di costruire in questo territorio, dichiarato intoccabile, un’autostrada [nel 2011 era  in corso un progetto per la realizzazione di una nuova strada che avrebbe dovuto attraversare il Territorio Indigeno, ndr]. Questo progetto socio-politico ha dimostrato la fragilità del territorio rispetto agli interessi delle grandi aziende e il territorio stesso é stato invaso violando i diritti collettivi.  La grande conquista, come dice l’insegnante popolare Benito Fernández è che “…il progetto del Tipnis ha smascherato l’immagine indigena di Evo Morales per mostrarlo in tutta la sua realtà di leader del movimento sindacale dei cocalero boliviani oggi connivente con il modello di sviluppo capitalista e fautore dell’estrattivismo….”.

Nel 2015 abbiamo accompagnato la delegazione di produttori agroecologici in occasione del vertice sull’agricoltura “Sembrando Bolivia” durante il quale lo Stato e i principali attori del settore avrebbero dovuto tracciare le linee per la politica agricola del paese; già in quell’occasione, tuttavia, il discorso inaugurale del vicepresidente Alvaro Garcia Linera – nel suo sogno verso lo sviluppo – proponeva di ampliare la frontiera agricola a un milione di ettari all’anno, oltre a proporre la produzione di biocarburanti e Ogm. In quella occasione, insieme ai contadini di piccola scala, siamo riusciti a fermare.

Se ci guardiamo indietro, vediamo che questo piano di sviluppo agricolo è stato gradualmente messo in atto e a quest’orientamento è stata aggiunta una ulteriore legge per la produzione di biocarburanti. Il piano prevede la concessione di finanziamenti per l’espansione delle aree coltivabili, autorizzazioni per acquisire radure più ampie di quelle precedentemente consentite, maggiore flessibilità nell’approvazione dei nuovi prodotti, come la soia transgenica HB4 e Intacta, fornitura di carne e soia alla Cina e, in ultimo, il 9 luglio 2019 autorizzazione tramite decreto alla deforestazione con incendi controllati.

La conseguenza di tutto questo progetto per ampliare le aree agricole è stato il grande incendio che ha già distrutto oltre 500.000 ettari della foresta di Chiquitano. L’incendio non è che il risultato e il riflesso dello sviluppo agricolo industriale che promuove monoculture, alleanze tra Stati e multinazionali, l’avanzata della repubblica della soia, l’invasione di aree protette, la deforestazione. Con la conseguente perdita di biodiversità ma, soprattutto, con la perdita della nostra sovranità alimentare, orfani della nostra madre terra ferita.

Tutti sono concentrati sullo spegnimento degli incendi. Il presidente ha indetto una sospensione degli incendi controllati ma senza abrogare i decreti che li hanno consentiti, un’altra contraddizione. Il 27 agosto il presidente  Evo Morales è andato a sostenere il lavoro dei vigili del fuoco suscitando un grande clamore mediatico. Il 28 agosto celebra, insieme agli agro-industriali, il primo invio di carne in Cina, una delle ragioni per cui è stato necessario consentire l’ampliamento della frontiera agricola. Incoerenza o ingenuità?  Come diceva uno slogan: non è il fuoco, è un capitalismo predatorio e finalizzato all’estrattivismo.

In quanto attivisti della rete di Slow Food, ora è il momento in cui abbiamo più bisogno di difendere il cibo buono, giusto e pulito, la filiera corta, il consumo locale, di proteggere la regione amazzonica in cui coltiviamo i prodotti della nostra Arca del Gusto, per la Bolivia, per l’America Latina e per il mondo».

 

Maria Julia Jimenez
Fiduciaria del Convivium Consumo Responsable, Slow Food Bolivia
28 agosto 2019