Breve storia della pausa pranzo. Da Bruegel alla schiscetta usb

Se gli appassionati di cibo buono, pulito, giusto e sano non possono andare a Lingotto, Terra Madre Salone del Gusto va direttamente a casa loro. È questo in estrema sintesi il senso del progetto che lascerà il segno tangibile sul territorio più importante in questa edizione. Sono 5000 i barachin – simbolo del cibo operario, popolare e casalingo – distribuiti da volontari a tutte le persone sole, che per un motivo o per un altro non possono partecipare all’evento torinese, nelle 120 Città di Terra Madre. Nella sola città di Torino sono oltre 1000 i pasti distribuiti.

Per la sua realizzazione Slow Food si è messa in contatto con tutte le realtà del tessuto sociale piemontese – condotte e comunità Slow Food, amministrazioni comunali, associazioni, sostenitori privati e fondazioni – che hanno coinvolto i ristoranti e le osterie della loro zona per proporre e realizzare le ricette, hanno individuato i volontari per la consegna, così come le persone a cui destinarlo, che altrimenti non avrebbero alcun modo di assaggiare un piatto realizzato da un buon ristorante. Il progetto dei barachin è cresciuto settimana dopo settimana, grazie all’entusiasmo di chi, come Carlo Petrini e Slow Food, ci ha creduto fin dall’inizio.

L’antropologo culturale Piercarlo Grimaldi, già rettore dell’Università di Scienze Gastronomiche

Autore della mostra con Davide Porporato Fame di lavoro. Storie di gastronomie operaie, Piercarlo Grimaldi è stato professore di Antropologia culturale e Rettore all’Università di Scienze Gastronomiche. In questa intervista ci anticipa qualche idea sul suo prossimo progetto: l’evoluzione del concetto di “tempo dedicato al cibo”, da quando l’uomo è diventando agricoltore si è sedentarizzato fino all’epoca del lavoro parcellizzato.

 

Professor Grimaldi, oggi i creativi realizzano forme avveniristiche di barachin, la schiscetta però ha una storia lunga.

Il gesto del portarsi il cibo a lavoro rappresenta una costante nel processo evolutivo dell’umanità, che ha assunto forme e pratiche consolidate quando abbiamo smesso di essere cacciatori e raccoglitori e siamo diventati contadini e allevatori, sviluppando così un rapporto più organico con il cibo.

 

Ma come siamo passati dal tempo della tradizione a quello della postmodernità?

Sul finire del Medioevo il pittore fiammingo Pieter Bruegel il Vecchio ha introdotto nei suoi quadri la vita del popolo, narrandone l’immaginario attraverso i simboli della quotidianità.

In un quadro dedicato all’estate Bruegel rappresenta un campo di grano a mezzogiorno mentre i contadini sono fermi per condividere il loro pasto. Il quadro sviluppa alcune mitologie che l’autore rappresenta come pratiche attive. L’uomo che riposa sotto l’albero impegnato nella siesta postprandiale rappresenta con ogni evidenza il grande mito dell’insidia del meriggio, quando il demone meridiano si impossessa del corpo favorendo un’estatica estraniazione.

Pieter Bruegel il Vecchio, Mietitura

Oggi con l’industrializzazione e l’imporsi del tempo delle postmodernità il lavoro non segue più i ritmi della natura ma viene scandito da una spinta parcellizzazione. In questo quadro di razionalizzazione produttiva il tempo del cibo è tempo rubato al lavoro, serve solo per nutrire il corpo e non lo spirito.

L’insidia del meriggio quale momento di riposo estatico è una pratica che non ci appartiene più. Una tradizione che, anche se non conosciamo più e non siamo in grado di interpretarne i segni mitici, ne avvertiamo tutto il lutto, la sua mancanza. Un’interruzione spazio temporale dei ritmi produttivi per fermarci a riposare e a nutrirci è pratica a cui non dobbiamo sottrarci e, sempre più, va rivendicata come risorsa indispensabile per vivere più in armonia con il tempo del lavoro.

 

E fin qui l’evoluzione del barachin, ma in quel contenitore d’acciaio non c’era solo cibo.

L’immagine che abbiamo scolpita nella memoria è quella della borsa, legata alla canna della bici degli operai, con il cibo preparato dalla mamma o dalla moglie.

Mensa operaia nello stabilimento Fiat di Rivalta

Quel barachin in fondo rispettava i tratti costitutivi del proprio alimentarsi a casa. Si poteva ritrovare un cenno di affettività casalinga, ci si poteva scaldare non solo metaforicamente al fuoco della famiglia all’interno dell’ambiente freddo della grande industria.

Più tardi la mensa è stata una grandissima conquista sindacale, ma prima di assumere una qualche forma di affettività del cibo ci ha messo un tempo straordinario: non era contemplata la filiera corta, era cibo di massa così come lo era l’operaio. Poi le cose sono cambiate, la mensa si è evoluta e agli operai delle fabbriche si sono affiancati gli impiegati dell’ufficio che scelgono il bar come fornitore del proprio pranzo fuori casa.

Finché si è arrivati ai moderni barachin…

Oggi ci sono barachin che si collegano alla porta usb del computer per scaldare il cibo; è vero che ci riportano un po’ con il palato e la mente alle consuetudini di casa nostra, ma sono comunque inseriti all’interno di un modello di lavoro parcellizzato che tende a massimizzare i profitti costringendoci anche a lavorare davanti al computer senza interrompere la produzione. Questa nuova consuetudine per quanto innovativa non può essere intesa come una grande conquista. Troppo tempo e stoltamente è trascorso da quando l’uomo cercava il giusto il riposo del meriggio e aveva l’avvertita capacità di sintonizzare i suoi ritmi con quelli mitologici, alla ricerca di un frammento di quotidiana felicità che oggi il tempo del lavoro non sa e non vuole restituire.

 

Elisa Virgillito

e.virgillito@slowfood.it

tratto dal numero 6/2018 di Slow, la rivista di Slow Food Italia

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