Biologico, l’agronomo Gily: «Le alternative al rame? Arriveranno. Ora aboliamo le quantità minime»

L’Unione Europea ha inserito il rame nella lista dei prodotti “candidati alla sostituzione”. Nel settore biologico, dove il minerale viene utilizzato per sconfiggere funghi e malattie, il dibattito è acceso. Dopo aver precisato la posizione ufficiale di Slow Food Italia con l’intervento di Francesco Sottile, diamo spazio alle opinioni di altri esperti.

 

Maurizio Gily, agronomo ed esperto di viticultura

Nella viticoltura in generale, sia quella bio sia quella convenzionale, i fitofarmaci a base di rame sono molto utilizzati per combattere la peronospora, patologia causata da parassiti che sottraggono linfa e risorse alle piante e fanno marcire i frutti. Le aziende del settore sono quelle maggiormente preoccupate dalle possibili diminuzioni delle quantità consentite a livello europeo e anche quelle che cercano con più tenacia delle alternative naturali meno impattanti.

Maurizio Gily, dottore agronomo, è esperto di viticultura, consulente e divulgatore scientifico, direttore della rivista Millevigne e docente di Viticoltura all’Università di Scienze gastronomiche di Pollenzo.

«Il rame è un metallo pesante che non subisce degradazioni – dice -. Se lo si usa nei filari, va nel terreno e lì rimane immutato e immutabile o viene portato via dall’acqua piovana. Il problema del suo utilizzo in agricoltura, infatti, è l’accumulo. È impiegato da un secolo e mezzo e così può risultare in terreni e nelle acque e questo è nocivo per diversi microrganismi ad esempio per i lombrichi e per gli uccelli che di loro si cibano. Per l’uomo, invece, non presenta criticità se le dosi sono quelle che servono al benessere delle colture come viti, pomodori, patate».

La presenza del rame nella terra e nelle falde può quindi rappresentare un problema, «anche se non è una questione drammatica» aggiunge.

Visti i propositi dell’Ue, il settore agricolo da tempo si sta mobilitando per cercare eventuali alternative. «La cosiddetta agricoltura tradizionale – precisa Gily – utilizza i prodotti di sintesi e quindi ci sono e si stanno preparando delle soluzioni alternative all’uso del rame come anticrittogamico, mentre i problemi maggiori sono per il settore bio perché al momento non ci sono altre soluzioni diverse, valide, efficaci e di origine naturale».

La ricerca sta proseguendo. «Per ovviare ai problemi delle colture biologiche – prosegue – anche le grandi multinazionali si stanno attivando, sicure che in quel mercato ci siano margini di guadagno in futuro. Questo fermento scientifico permette di essere ottimisti e anche io sono convinto che nuovi prodotti alternativi saranno commercializzati nei prossimi anni. Ritengo che non potranno sostituire completamente il rame, ma certamente permetteranno di ridurre i dosaggi nei filari e quindi diminuire gli accumuli nei terreni e nelle falde acquifere».

Per un uso più razionale ed efficace del rame gli addetti del settore chiedono modifiche alle norme in vigore nel settore. Spiega Gily: «Un aspetto rilevante è rappresentato dai calcoli sulla concentrazione di rame nel terreno. Andrebbero riviste le normative. Un agricoltore, infatti, è obbligato a registrare i trattamenti che si effettuano in ciascun campo con i cosiddetti prodotti “formulati in commercio”. La legge fissa delle quantità massime, ma anche le minime, partendo dal presupposto che se si utilizza troppo poco prodotto, allora non si raggiungono risultati e c’è uno spreco di fitofarmaci. Non è sempre così. Il valore minimo è una sciocchezza, perché dipende da troppe variabili. Auspico un intervento del ministero che sancisca la possibilità di abbassare a piacere le quantità, a fronte di validi motivi ovviamente, perché in questo modo si potrebbe ridurre la presenza di rame nel suolo a seconda delle annate, delle precipitazioni e di tanti altri fattori, appunto».

 

Andrea Garassino

a.garassino@slowfood.it

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