Big Meat inquina quanto i petrolieri. Salviamo la Terra dalle fabbriche di bestiame

Un corteo di trentamila persone in marcia contro lo strapotere delle multinazionali della carne, nel cuore di una capitale europea, non è notizia di tutti i giorni. Ѐ successo a Berlino in occasione del decimo Forum internazionale per l’alimentazione e l’agricoltura, tenutosi alla presenza dei ministri di 69 Paesi.

Al Forum si è parlato soprattutto di come rendere più sostenibile l’allevamento, che è fonte di mantenimento economico per 1,3 miliardi di persone ma anche di vertiginosi squilibri ambientali.

Un rapporto della Heinrich Böll Foundation stima che tre delle maggiori aziende della carne (JBS, Cargill e Tyson) coprano da sole in un anno la stessa quantità di emissioni di gas serra della Francia, arrivando a competere per livelli di inquinamento con compagnie petrolifere del calibro di Exxon, BP e Shell.

Sommando invece i primi venti complessi industriali della zootecnia e del lattiero-caseario, si supera addirittura la quota della Germania: detto in altre parole, Big Meat è il settimo inquinatore mondiale ed è il principale responsabile delle emissioni di metano, un gas meno presente nell’atmosfera rispetto al CO2 ma con un’incidenza sul riscaldamento globale di oltre venti volte più grande.

Per capire quanto tutto ciò pesi sul pianeta basta considerare che la concentrazione di metano nell’aria, stabile dagli anni Novanta, è aumentata a una velocità dieci volte maggiore nell’ultimo decennio.

Questo gigantismo ha ormai ben poco a che vedere con le necessità di una dieta equilibrata e molto invece con le logiche di un sistema che privilegia i sussidi alle “fabbriche di bestiame”, proprio in quei Paesi dove la carne è già fin troppo presente a tavola. Per invertire questa rotta, puntando sulla piccola scala e sulle alternative alla carne, è tempo di prendere per le corna l’allevamento industriale.

 

Gaetano Pascale

presidente di Slow Food Italia

da La Stampa del 28 gennaio 2018

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