Barolo: stop agli impianti di nuove vigne per tre anni. «Non facciamo passare questo tempo invano».

Stop agli impianti di nuove vigne destinate alla produzione di Barolo per tre anni. Questo è il recente provvedimento del Consorzio Tutela Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani, che sarà ora esaminato dalla Regione Piemonte. Che dire: bene. Ma sicuramente non basta. Bisogna avere il coraggio di fare un ulteriore passo in avanti. Lo dico da amante della Langa e da grande estimatore di questo territorio e del Barolo da tempi non sospetti. Una misura, si legge nel comunicato del Consorzio, «previdente volta a tutelare la denominazione e anche il paesaggio, con il fine ultimo di premiare la qualità del prodotto e di conseguenza il lavoro dei produttori di Barolo».

In meno di trent’anni, dal 1991 al 2018, gli ettari vitati a nebbiolo da Barolo sono passati da 1175 ettari a 2149 (si tenga presente che gli impianti sono contingentati dal 2011 quando è entrato in vigore un bando regionale che prevede un numero massimo di nuovi ettari ogni anno).

Sicuramente c’erano zone ancora vocate non sfruttate, ma una gran parte ha occupato fondovalle (un tempo c’erano piante di salice e prati), oppure è il frutto di disboscamenti (che continuano tuttora), di abbassamenti di colline o addirittura cambi di esposizione. Sì, perché in questi anni in Langa si è assistito anche a un intervento, a volte, massiccio dell’uomo sulla conformazione naturale delle colline. Non lasciamo scorrere senza un programma di lavoro serio questo periodo, impieghiamoli davvero per raggiungere gli obiettivi che si prefigge il Consorzio. Istituzioni, produttori, consorzi facciano un censimento puntuale dei vitigni, alcuni di questi pur essendo nella zona di produzione forse non saranno adatti a dare uve da Barolo, mentre altri in posizione ottimale e presenti da decenni potranno avere la menzione di “vigneti storici”.

Si potrà ritoccare il disciplinare cercando di limitare l’uso della chimica nei filari andando incontro alla tutela dell’ambiente, della salute delle persone e di quel crescente gruppo di produttori che segue metodi di coltivazione attenti all’ambiente (come ad esempio biologico e biodinamico).

Proprio perché stiamo parlando di un grande vino, questo può essere e deve essere da esempio per tutti gli altri a partire da come viene prodotto. Perché la rincorsa alla produzione per la produzione non fa bene al Barolo. La gestione del limite è fondamentale e i nostri vecchi lo sapevano. Grande lavoro sta facendo il Consorzio per la promozione del Barolo su nuovi mercati, ma questo deve essere accompagnato da una politica più ferrea sulla produzione e non lasciare questo in mano solamente a produttori virtuosi. La crescita infinita (nello stesso periodo sopra riportato le bottiglie di Barolo sono passate da 8 milioni e mezzo a 14 milioni e trecentomila) non esiste perché la terra è una risorsa limitata che deve essere rispettata e come ha dichiarato il presidente del Consorzio Matteo Ascheri «… Il modo più semplice per contenere il problema è intervenire sugli ettari vitati». Credo che il mercato, da solo, non riesca a essere il grande regolatore. Oggi troviamo Barolo nei punti vendita a meno di 10 Euro la bottiglia, come può essere?

Sicuramente l’intenditore di vino non frequenta discount e autogrill, ma fatto sta che questo è un segnale. Un bicchiere di Barolo porta con sé profumi, sapori unici, emozioni di un paesaggio straordinario che dobbiamo preservare e valorizzare, per chi ci abita e per il turista che è una risorsa importante, perché se ama il territorio amerà sempre più le sue produzioni. Allora non facciamo passare in vano questi tre anni, ma iniziamo un nuovo percorso colturale e culturale attorno a questo grande dono che è il Barolo, che grazie a molti contadini e produttori, con fatica, ha raggiunto l’olimpo dei vini.

Carlo Petrini
Da La Repubblica dell’8 settembre 2019

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