Antibiotico-resistenza: uno stile di vita Slow può fare la differenza

Nell’ambito della campagna Meat the Change, realizzata da Slow Food grazie al contributo del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, il movimento sostiene l’iniziativa “Antibiotici, meno e meglio”, lanciata dalla rete di Slow Medicine e da Altroconsumo contro l’utilizzo inappropriato degli antibiotici, sia per la salute umana che animale e ambientale.

Gli antibiotici stanno perdendo la loro efficacia di fronte a batteri sempre più resistenti alla loro azione. La causa principale è un utilizzo eccessivo e spesso non appropriato di questi farmaci, che mette a rischio la salute di tutti, pianeta incluso.

Con oltre 10mila decessi ogni anno, su 33 mila circa in Europa, l’Italia ha il triste primato delle morti da resistenza agli antibiotici, secondo un’indagine che è stata presentata a marzo di quest’anno nel VII Congresso Internazionale AMIT (Argomenti di Malattie Infettive e Tropicali) organizzato dalla Federazione delle associazioni scientifiche e tecniche di Pavia. I dati più recenti confermano che nell’Unione europea il numero di pazienti infetti da batteri resistenti è in aumento e che la resistenza agli antibiotici rappresenta una delle minacce più temibili per la salute pubblica. È necessario sottolineare che i batteri, anche quelli resistenti, non riconoscono confini geografici, né barriere di specie ed è per questo che il fenomeno dell’antibiotico-resistenza rappresenta una minaccia globale.

L’antibiotico-resistenza ha inoltre un importante impatto anche sugli animali e, di conseguenza, sull’ambiente stesso. La stessa difficoltà di cura si riflette infatti anche nella medicina veterinaria, con una minore disponibilità di antibiotici in grado di curare le infezioni sia degli animali domestici sia negli allevamenti.

L’utilizzo di antibiotici negli allevamenti

Gli allevamenti intensivi si trovano molto spesso sotto accusa. Non a caso il 70% degli antibiotici prodotti nel mondo è impiegato proprio nei grandi allevamenti industriali (negli Stati Uniti addirittura l’80% del totale) dove agli animali sono somministrati regolarmente antibiotici per prevenire le malattie, molto comuni a causa dell’affollamento in spazi ridotti, oppure per favorire l’accrescimento degli animali. Questi antibiotici finiscono nelle deiezioni, di qui nel suolo e nelle falde acquifere e quindi a noi. Con il tempo, i batteri sviluppano resistenza e gli antibiotici diventano inefficaci nel contrastarli.

«Gli antibiotici e i farmaci in generale si trovano oramai dappertutto in Italia, nelle reti fognarie, nei laghi, nei fiumi, nei mari, alimentando la farmaco-resistenza batterica: un fenomeno tristemente in controtendenza con il resto dell’Europa, dove si registra invece un calo – spiega il veterinario Pietro Venezia, che collabora da anni con i Presìdi Slow Food coordinando progetti di sviluppo sostenibili locali che integrano l’approccio omeopatico, di permacultura e biodinamica, ai processi produttivi, sociali e commerciali – È in realtà il sistema a dover essere cambiato: spazi ristretti, sovraffollamento, alimentazione inadeguata e forzata, mutilazioni, gabbie, mancanza di pascolo, di movimento, di aria aperta e sessualità predispongono l’animale ad ammalarsi».

In Italia, il Ministero della Salute e le Regioni fanno da sempre controlli ufficiali per garantire alimenti sicuri sulle nostre tavole, ma probabilmente non basta: anche gli allevatori possono e devono fare la loro parte, in primo luogo ricorrendo agli antibiotici solo in presenza di prescrizione del medico veterinario e solo se strettamente necessario.

E il rischio ambientale?

L’uso degli antibiotici comporta un rischio soprattutto per il rilascio nell’ambiente di residui di questi medicinali, che possono contaminare acqua, suolo e vegetazione. I residui, continuando a essere attivi, possono svolgere la loro azione nei confronti dei batteri che comunemente popolano l’ambiente e, attraverso meccanismi complessi, la loro presenza può contribuire a selezionare batteri resistenti.

Pertanto, risulta fondamentale un approccio cosiddetto “one health”, che non si limiti a preservare la sola salute umana o animale ma promuova interventi coordinati nei diversi ambiti, inclusa l’agricoltura e l’ambiente.

Cosa si può fare per risolvere il problema?

È urgente cambiare strada. Proprio per questo Slow Food sostiene la campagna di Slow Medicine e Altroconsumo, Antibiotici, meno e meglio, realizzata attraverso la piattaforma Choosing Wisely Italy.

«Gli antibiotici stanno perdendo la loro efficacia di fronte a batteri sempre più resistenti alla loro azione – spiega la dott.ssa Sandra Vernero, cofondatore e vicepresidente dell’associazione Slow Medicine e coordinatore del progetto Fare di più non significa fare meglio – Choosing Wisely Italy -. È urgente cambiare strada, ricorrendo agli antibiotici solo quando sono necessari. Slow Medicine e Altroconsumo collaborano nel progetto Choosing Wisely Italy insieme a 45 società scientifiche di medici, infermieri, farmacisti, fisioterapisti e veterinari, per ridurre l’utilizzo di esami, farmaci e altri trattamenti che non sono necessari e possono provocare danni. Da questa collaborazione è nata l’idea di coinvolgere direttamente i professionisti attraverso un manifesto di impegno all’uso appropriato di antibiotici e alla corretta informazione di pazienti e cittadini. Il Manifesto riporta il nome e la foto del medico o dell’équipe che sottoscrive una serie di raccomandazioni e potrà essere esposto negli studi medici e ambulatori, nei reparti ospedalieri e nelle farmacie. Si tratta di un’iniziativa concreta, un impegno dichiarato, che potrà servire a promuovere la sensibilità sul tema, a educare, a creare uno strumento di comunicazione e di alleanza tra professionisti e cittadini».

L’iniziativa ha avuto il patrocinio del Ministero della Salute, dell’Istituto Superiore di Sanità e della Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri e ha il supporto delle società scientifiche che hanno definito e condividono le raccomandazioni sull’uso corretto degli antibiotici nell’ambito del progetto Choosing Wisely Italy, di FNOPI e di Slow Food.

Non solo i medici, però, devono cambiare metodo. In particolare, per quanto riguarda la produzione e il consumo di carne di carne, la campagna Meat the Change, realizzata da Slow Food grazie al contributo del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, oltre a invitare i consumatori a fare scelte quotidiane “slow”, stimola gli allevatori a utilizzare metodi di allevamento sostenibili, anche dal punto di vista delle pratiche veterinarie.

Gli allevatori – e gli stessi consumatori – dovrebbero infatti ripensare l’allevamento, ricercando una relazione naturale con la terra e con gli animali, per offrire carne di qualità da consumare in quantità minori, ma con maggiore piacere e salute.

«Bisogna partire dal sistema di allevamento, – conclude Pietro Veneziaanalizzando le tecnopatie, distinguendole dalle malattie vere e proprie e quindi modificando quelle metodologie di allevamento che causano le problematiche. Solo migliorando l’allevamento, riportando quindi gli animali ai loro comportamenti etologici naturali (pascolare, grufolare, razzolare, appolaiarsi ecc) possiamo curare le tecnopatie, non con i farmaci. Utilizzare tonnellate di farmaci per “curare” e limitare le patologie generate da una tecnica errata, non è evidentemente la strada da perseguire, viste le odierne, evidenti e comprovate ricadute negative sulla salute umana, animale e ambientale che sono inestricabilmente connesse come ci insegna l’approccio “one health”. Gli allevatori che appartengono alla rete Slow Food già lo fanno: seguono linee guida di produzione rigorose, rispettano il benessere animale e ambientale, limitano i trattamenti antibiotici a quei casi in cui non è possibile curare altrimenti gli animali, e non usano trattamenti antibiotici preventivi. Gli interventi terapeutici sono spesso di natura integrata, basati su prodotti fitoterapici e omeopatici, su miglioramenti degli spazi interni ed esterni dove vivono gli animali ed è completamente vietato l’impiego di ormoni, coccidiostatici e altri stimolanti artificiali. Nel caso in cui si rendano necessarie cure antibiotiche, il tempo di sospensione dei medicinali deve essere di durata doppia rispetto a quello stabilito per il farmaco prescritto o, qualora non sia specificato, di almeno 48 ore, e durante questo periodo non è consentito commercializzare il latte o la carne».

L’uso prudente degli antibiotici può contribuire a fermare l’insorgenza dei batteri resistenti e a mantenere l’efficacia degli antibiotici perché possano essere utilizzati dalle generazioni future.

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di Annalisa Audino

a.audino@slowfood.it