Anche una Chiocciola può salvare le api!

Può il batter d’ali di una farfalla in Brasile, provocare un tornado in Texas? Così Edward Lorenz, matematico e meteorologo, intitolò una sua conferenza nel 1972, che approfondiva il ruolo delle condizioni iniziali nella determinazione del risultato finale all’interno della teoria del caos. Non c’entra nulla con quanto vi proponiamo, ma è una teoria bellissima che comunica appieno la complessità del nostro mondo.

Più del tornado in Texas qui ci interessano gli insetti in generale e in particolare le api.

Gli insetti sono organismi eccezionali: presenti sulla terra fin dal Paleozoico, si sono evoluti in forme estremamente diversificate. Sono piccoli, volano, hanno un robusto esoscheletro, apparati boccali capaci di perforare, tagliare, triturare una grande varietà di materiali.

Hanno muscoli possenti che li rendono abili per balzi vigorosi, atterraggi di fortuna, per sferrare e resistere a colpi violenti.

Per essere efficienti si trasformano: da bruchi capaci solo di mangiare e accumulare energie diventano farfalle in grado di volare e vivere di riserve accumulate. Hanno cicli biologici molto brevi e capacità riproduttive notevole. Sono iperspecializzati e hanno organizzazioni sociali complesse.

Insomma, chi ne approfondisce un po’ la conoscenza rimane stupito e affascinato, e oggi piuttosto preoccupato.

Recenti studi indicano infatti che negli ultimi 25 anni sono scomparsi i tre quarti degli insetti volanti dell’Europa centrale. Un’apocalisse ecologica con profondi impatti sulla vita degli esseri umani. Le cause del declino non sono chiare, anche se l’uso dei pesticidi, la distruzione delle aree selvatiche che porta a uno stravolgimento delle loro abitudini e il cambiamento climatico sono i primi indiziati.

La nostra associazione è impegnata a difenderli, consapevole che dalla loro presenza l’umanità ne trae e ne trarrà innumerevoli vantaggi.

Abbiamo contrastato l’uso di pesticidi dannosi – in particolare i neonicotinoidi – e sosteniamo l’agricoltura su piccola scala, basata sulla rotazione delle colture e su metodi sostenibili di controllo delle piante infestanti e delle erbacce, che preserva la biodiversità dei paesaggi agricoli e garantisce la sostenibilità delle produzioni, oltre che la sopravvivenza degli insetti.

Come salviamo le api?

Per affrontare questo argomento abbiamo sentito Claudio Porrini, Entomologo e docente all’Università di Bologna. Appassionato studioso, da sempre in prima linea per diffondere informazioni corrette sull’importanza degli insetti e contro l’eccessivo uso dei fitofarmaci: «Per contrastare la moria degli insetti impollinatori e di quelli utili alle colture, per esempio, dovremmo seminare specie botaniche appetite agli insetti pronubi e altre utili agli insetti predatori o ai parassiti degli insetti dannosi per le piante coltivate. Bee the future, l’iniziativa di Eataly, Slow Food, Arcoiris e Università di Palermo, che prevede la consegna ad agricoltori e cittadini virtuosi di miscugli di semi di piante che favoriscono le api e i pronubi, ma anche la fertilità del terreno è un intervento che va in questo senso. Un passo ulteriore sarebbe quello di utilizzare piante autoctone per ogni area di intervento».

Quindi propone interventi che aumentano la biodiversità funzionale?

«È uno dei modelli virtuosi da tenere in considerazione nell’agricoltura del futuro, coerentemente con i principi dell’agroecologia. Per esempio costituire aree di compensazione ecologica, che forniscono rifugi, siti di svernamento, prede alternative, nettare, polline, che permettono a predatori, parassitoidi e pronubi di completare il loro ciclo all’interno dell’azienda agraria».

Al contempo però dovremmo ridurre l’uso di insetticidi.

«Come dimostra uno studio condotto in Emilia Romagna sulle coltivazioni di lattuga, seminare piante più appetibili come bordura consente di stimolare la presenza di insetti che contengono le popolazioni di quelli dannosi. Da un lato quindi eliminiamo l’uso di pesticidi, dall’altro accogliamo gli insetti utili, semplicemente affiancando alle colture utili per l’uomo, quelle utili per gli insetti nostri alleati. Aumentare la biodiversità è la strada per avere colture più remunerative, minore impatto ambientale e paesaggi agricoli più sani: erbe, siepi, piante trappola, bordure nettarifere e piante di copertura del terreno concorrono a mantenere un equilibrio tra insetti, artropodi e uccelli, tutti efficaci per la lotta contro gli insetti dannosi».

Però dobbiamo fare in fretta.

«Occorre invertire con forza questa tendenza, per evitare di trovarci in una situazione irrimediabile, come quella del declino dei pronubi selvatici. In Italia, in una ricerca svolta sul finire degli anni ’90, gli Apoidei (il gruppo più importante tra gli impollinatori) censiti erano solamente il 38% delle specie inserite nella checklist italiana, cioè 355 specie rispetto alle 944 la cui presenza nel nostro Paese è stata segnalata negli anni. Dobbiamo agire necessariamente su più fronti: ridurre i pesticidi e incrementare la presenza di piante nettarifere. Serve un’alleanza tra soggetti diversi e l’impegno di tutti, ma possiamo farcela».

Cosa fa Slow Food per le api?

Slow Food e la sua Fondazione lavorano in tutto il mondo, sostenendo e mettendo in rete comunità di produttori di miele di qualità.

Esistono otto Presidi Slow Food per salvaguardare e promuovere le api native dei Sateré-Mawé (in Brasile), il miele bianco del Tigrai e il miele del vulcano Wenchi (in Etiopia), le api native della Sierra Norte di Puebla (in Messico), i mieli di alta montagna e l’ape nera sicula (in Italia), l’ape nera in Svizzera e il miele da bere in Polonia.

Le comunità del cibo di Terra Madre legate all’apicoltura sono oltre 100, in 51 Paesi del mondo. Slow Food lavora inoltre per catalogare i mieli a rischio di estinzione. In questo momento oltre 20, sono segnalati sull’Arca del Gusto di Slow Food, un elenco online di prodotti da salvare. E recentemente in Italia è nato Bee the future, di Eataly, Slow Food, Università di Palermo e Arcoiris.

Per Francesco Sottile, agronomo, docente universitario e membro del Comitato Esecutivo di Slow Food Italia, le aree intensamente coltivate equivalgono a un deserto per le api in cerca di nettare e polline.

La sfida del progetto è diffondere un miscuglio di semi composto da grano saraceno, trifoglio alessandrino, coriandolo, facelia, lino, senape, sulla, rucola, girasole, trifoglio incarnato, in almeno 100 ettari di terreno, in tre anni, coinvolgendo agricoltori e privati cittadini.

 

A cura di Alberto Arossa

a.arossa@slowfood.it

tratto dal numero 6/2018 di Slow, la rivista di Slow Food Italia

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