Anacardi: la sofferenza dietro il nostro sano spuntino

Non è la prima volta che ne parliamo, ma vogliamo tornare ancora una volta a occuparci di mode alimentari. O meglio del consumo esasperato e incosciente di alcuni prodotti in Occidente – come avocadi o mandorle – che nascondono un mondo di devastazione ambientale e miseria sociale.

Sono cibi la cui domanda di consumo ha avuto una esplosione negli ultimi anni, in parte per un aumento dell’intolleranza al lattosio, in parte per una maggiore attenzione verso diete più sane e per la crescita del veganesimo. [1]. Tendenze che, se hanno il grandissimo merito di incoraggiare una dieta a base vegetale che riduce l’eccessivo consumo di carne (pratica necessaria e urgente se vogliamo salvare noi stessi e il nostro pianeta), quando non ragionate possono portare a conseguenze altrettanto gravi. Come sta succedendo ad esempio con gli anacardi[2] (anacardium occidentale).

Come è successo per l’avocado, ci sono torrenti di byte che raccontano i benefici per la salute di questa gustosa noce. Tutto tace però quando si tratta di capire come e da chi vengono prodotti – e del resto non sorprende visto che non è inusuale la mistificazione sull’origine del nostro cibo -; questo blog, però, si avvicina a un aspetto che dovrebbe farci riflettere due volte prima di acquistare di nuovo un anacardo: «Di per sé l’anacardo non è tossico ma è circondato da un guscio ricco di olio di urushiolo e venirne a contatto può causare prurito, vesciche, eruzioni cutanee. Poiché gli anacardi sono lavorati in modo attento e meticoloso, è raro che qualcuno consumi – anche solo accidentalmente – una noce contaminata».

Sebbene vengano menzionati i potenziali rischi legati alla produzione di anacardi, ancora una volta l’attenzione si concentra sulla possibilità di pericolo (o mancanza di) per il consumatore occultando i rischi per le persone che lavorano alla raccolta di queste noci tossiche.

Qual è la ragione? Forse perché se sapessimo quanto dolore e miseria ci sono dietro i nostri spuntini sani, non ci sentiremmo più così contenti di consumarli.

© Emily Clark per Daily Mail

Oltre la metà[3] della produzione di anacardi nel mondo è concentrata in soli tre Paesi: Vietnam, India e Costa d’Avorio. E ovunque è caratterizzata da condizioni di lavoro pericolose e salari ai limiti della sussistenza.

In Vietnam, rapporti risalenti al 2011 di Human Rights Watch e riportati da Time, sottolineano che sono impiegate nella raccolta persone tossicodipendenti e che i campi di anacardi sono una sorta di riabilitazione, lavoro forzato dove «coloro che si rifiutano di lavorare vengono picchiati con manganelli, scosse elettriche, chiusi in isolamento, privati di cibo e acqua e costretti a lavorare seguendo turni ancora più lunghi». Perché potrebbero rifiutarsi di lavorare? Perché l’acido anacardico presente nell’olio del guscio è caustico e brucia la pelle. Tutto questo per «pochi dollari al mese», per garantire prezzi d’esportazione più bassi possibili per i supermercati occidentali.

Nel frattempo, lo scorso anno, in India, il Daily Mail ha riportato come «Le ustioni colpiscono fino a 500.000 lavoratori dell’industria degli anacardi in India, quasi tutte donne. Sono impiegati senza contratti, senza garanzia di reddito fisso, senza pensione o ferie. Molti non hanno nemmeno i guanti e, se anche li usassero, probabilmente non potrebbero permettersi di indossarli. Ne rallenterebbero la raccolta, infatti, e loro sono pagati un tanto al chilo»,

meno di 3 euro al giorno. Ancora una volta, il vero prezzo dei prodotti importati a basso costo nei supermercati occidentali è pagato altrove, e salato, dai lavoratori del Sud del mondo. La crisi economica globale degli ultimi 12 anni poi ha spinto ulteriormente i prezzi verso il basso.

© Emily Clark per Daily Mail

La Costa d’Avorio ha assistito a un incredibile aumento della produzione di anacardi nello stesso periodo di tempo: da 280.000 tonnellate all’anno nel 2007 a 761.000 tonnellate nel 2018, secondo Asoko Insight. La maggior parte di queste noci sono esportate crude in India e Vietnam per essere trasformate, quindi potremmo essere tentati di pensare che almeno ai lavoratori qui vengano risparmiate le ustioni e le bolle della pelle. Ma la storia non è così semplice: un calo significativo dei prezzi globali ha visto gli stessi importatori ritirarsi dai contratti, con conseguente impatto sulle centinaia di migliaia di persone che si guadagnano da vivere coltivando anacardi in Costa d’Avorio. Di conseguenza, il Paese sta incentivando la lavorazione locale delle noci e possiamo facilmente immaginare quali condizioni e salari attendono i lavoratori impiegati in questa industria in crescita.

Per sottolineare ulteriormente gli effetti della globalizzazione, proviamo un piccolo quiz: secondo voi, in quale dei tre Paesi di cui abbiamo parlato è nato l’anacardio? Risposta: nessuna delle precedenti!

In effetti, l’anacardo è originario dei Tropici delle Americhe, dall’America centrale e dai Caraibi al Brasile nord-orientale. La parola anacardo deriva dalle lingue tupiane del Sud America, dove acajú significa “noce che riproduce”. E mentre il prodotto globale si concentra sulla noce, la frutta da cui cresce viene ancora utilizzata per produrre un’ampia varietà di cibi e bevande in Brasile. Come ci si potrebbe aspettare, c’è anche una notevole biodiversità nella famiglia degli anacardi nella sua terra natale, con altre specie come l’anacardium humile, ancora coltivate e mangiate attraverso la regione del Cerrado in Brasile: un prodotto che è salito sull’Arca del Gusto.

Archivio Slow Food – Anacardo del Cerrado

Non esiste un modo semplice per aggirare il problema in Occidente. Se vogliamo mangiare anacardi ed evitare catene costruite sulla miseria umana, ci sono pochissime opzioni. Questo è il risultato di un’agricoltura globalizzata e soggetta alle regole dell’economia. Ma se stiamo mangiando anacardi semplicemente perché li consideriamo sani, o peggio ancora, beviamo il “latte” degli anacardi come alternativa etica al latte di mucca, è tempo di smettere e riflettere. Non c’è nulla di sbagliato nel prodotto in sé e per sé, e non stiamo accusando i consumatori occidentali di creare o supportare deliberatamente questa situazione, ma dovremmo prendere questo come ulteriore prova del vero prezzo che paghiamo per i beni economici che il nostro sistema alimentare industriale fornisce. Altrove, lontano dal nostro punto di vista, qualcun altro paga spesso i costi per la sua salute, la sua vita.

Nel frattempo, ci sono altri frutti secchi che sono altrettanto salutari, percorrono distanze più brevi per arrivare nei nostri negozi e con meno sfruttamento (nocciole e mandorle sono entrambe coltivate in abbondanza in Europa), mentre il latte d’avena è il meno problematico dal punto di vista ambientale e sociale tra le alternative al latte vegano.

di Jack Coulton, j.coulton@slowfood.it

Traduzione di Eleonora Giannini e.giannini@slowfood.it

[1] Nel Regno Unito, ad esempio, alcune ricerche, suggeriscono come il numero dei vegani sia quadruplicato dal 2014 al 2019, mentre dieci volte più persone hanno preso parte a Veganuary sia nel 2020 che nel 2016. Una tendenza simile è evidente in Nord America e nel Nord Europa. In Italia, l’ultimo rapporto Eurispes (fonte Sole24ore)dice che la crescita è più che costante: vegane e vegetariani erano il 7,1% nel 2018, il 7,3% nel 2019 e arrivano all’8,9% della popolazione nel 2020

[2] Il consumo mondiale totale è cresciuto di un terzo dal 2012 al 2016: da 600 a 800 mila tonnellate. Fonte: Statista.

[3] Secondo FAOSTAT riportato da factfish, nel 2017 la produzione totale mondiale è stata di 3.971.046 tonnellate, di cui Vietnam (863.060 tonnellate), India (745.000 tonnellate) e Costa d’Avorio (711.000) rappresentano il 58,3%.