Altin Prenga, il coraggio di chi ritorna

La storia di Altin Prenga bisognerebbe raccontarla nelle scuole, specie in questi tempi bui.

Altin nasce e cresce sotto la dittatura di Enver Hoxha, il più ottuso e claustrofobico dei regimi socialisti dell’Est.

Altin Prenga

La passione per la cucina è una questione di famiglia. Il padre fa il cuoco, prima per una cooperativa agricola – che in tempi di fame e isolamento era un lavoro molto ambito, e poi, con la fine del regime, in Trentino. Altin lo segue che è un ragazzino, parte su un barcone e comincia come lavapiatti. È un giovane taciturno ma assorbe tutto come una spugna, e fa tesoro delle sue esperienze in Val Rendena, poi a Tremosine sul Garda, e infine in Piemonte.

Avrebbe potuto fermarsi in Italia come hanno fatto in tanti, ma come ricorda lui stesso: «Esistono due tipi di migranti: quelli che emigrano per non tornare, e quelli che coltivano sempre il desiderio di fare ritorno a casa. Io volevo tornare».

Insieme a suo fratello Anton, con i risparmi in valigia, dopo 10 anni in Italia, decide di aprire un ristorante nel suo villaggio d’origine, a Fishta, pochi chilometri da Scutari.

Il ristorante Mrizi i Zanave di Fishta

A noi italiani che siamo abituati agli agriturismi e al fascino della vita bucolica, probabilmente sfugge la portata della sfida che i fratelli Prenga raccolgono. In Albania ancora oggi chi vive in campagna è chi non ce l’ha fatta a vivere in città. In un Paese dove quasi la metà della forza lavoro è ancora impiegata in agricoltura, i contadini vivono con meno di un ettaro a testa. La povertà è strisciante, si vive grazie alle rimesse, molti emigrano, specie i giovani.

Invece Altin Prenga ritorna. Investe tutto quello che ha e apre il ristorante Mrizi i Zanave, basato sulla filiera corta e la naturalità del prodotto, rispetto per la stagionalità e per la tradizione.

Sono anni in cui in Albania l’unica ristorazione è quella internazionale: club sandwich, Caesar salad, roba da aeroporto. Propone piatti albanesi rivisitati come lo Jufka, un tipo di pasta all’uovo fatta a mano e cotta nel forno a legna con un pollo ruspante, o il flee, una specie di pancake diffuso tra i pastori di montagna, cucinato sotto la campana, un forno costituito da una cupola in metallo su cui vengono disposti i bracieri accesi. Leggendario il succo di melograno selvatico fermentato.

La voce si sparge, fioccano le prenotazioni, un giorno si presenta addirittura il primo ministro. È una piccola rivoluzione silenziosa.

Altri ristoratori si aggiungono presto all’elenco di chi cerca di rilanciare la gastronomia albanese. Nasce così l’Alleanza Slow Food dei cuochi in Albania, che raccoglie oltre venti cuochi che hanno deciso di promuovere i prodotti del territorio e difendere la biodiversità di questo Paese dalla sorprendente ricchezza gastronomica, che nulla ha da invidiare all’Italia.

Il cammino di Altin Prenga è stato inarrestabile. In meno di dieci anni il suo ristorante fa 60mila coperti l’anno. E più cresce il numero di ospiti, più aumenta ciò che la loro azienda agricola produce: olio, vino, ortaggi, frutta, di tutto. A Mrizi i Zanave lavorano in 35, e almeno 200 contadini traggono dai prodotti che vendono al ristorante un contributo decisivo al loro reddito.

Altin Prenga con i cuochi dell’Alleanza Slow Food

A pochi passi dal ristorante c’era un campo di prigionia abbandonato, tra i ricordi più bui del regime. I fratelli Prenga lo stanno ristrutturando e trasformando in un emporio gastronomico: dal caseificio ai locali di vinificazione, dal macello alla preparazione di confetture. E sarà aperto anche ai piccoli allevatori e coltivatori. «Vogliamo premiarli – mi racconta -, dare loro la possibilità di trasformare i loro prodotti in strutture autorizzate, liberandoli dalla trappola del mercato nero che qui avvolge gran parte dell’agricoltura di piccola scala».

Soprattutto, Altin ha un cuore d’oro. Sempre disponibile, a breve andrà in Uganda per aiutare i cuochi africani a raccontare la sua esperienza dare forma ai loro sogni. Ecco, forse queste storie varrebbe la pena di ricordarle. Perché ce ne sono tante.

 

Carlo Petrini

da La Repubblica del 5 aprile 2018

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