Allevare in modo diverso è possibile. Ma quali sono gli elementi della transizione verso un allevamento più rispettoso?

Nel corso degli ultimi 70 anni, l’allevamento intensivo ha provocato parecchi danni: ha contribuito a inquinare le acque, impoverire il terreno, distruggere le foreste, danneggiare la biodiversità, oltre che naturalmente causare gravi sofferenze agli animali. Tutto questo per produrre carne e latte per lo più di scarsa qualità. Il conto da pagare – dal punto di vista sia ambientale sia sociale – è altissimo.

In giro per l’Europa, però, molti allevatori di piccola scala hanno deciso di dire no alla produzione industriale di carne, optando per forme di allevamento alternative e rispettose della natura. Situazioni nelle quali gli animali possono vivere all’aperto e pascolare, generando meno emissioni di quelle degli allevamenti industriali. Allevamenti nei quali è possibile compensare le emissioni prodotte grazie all’immagazzinamento del carbonio nel suolo e negli alberi. E, soprattutto, dove gli animali vivono più a lungo, non subiscono mutilazioni, si ammalano raramente e sono liberi di vivere secondo i loro bisogni naturali, senza patire inutili sofferenze.

La parola a un produttore

Jacopo Goracci, referente dei produttori del Presidio Slow Food Razza Maremmana, è uno di questi produttori. Alleva maiali emucche in Maremma, in Toscana ed è, in un certo senso, un guardiano di natura e biodiversità. «Sono convinto che un allevatore che intenda avviare un’attività produttiva legata al territorio debba scegliere specie e tipologia di allevamento in base all’ecosistema esistente. Nel nostro caso, l’ambiente è costituito per più del 70% da boschi […] e la presenza di una razza bovina locale abituata a vivere nei boschi ci ha aiutato nella scelta. Cercavamo animali che sapessero vivere l’ambiente nel rispetto della biodiversità esistente, in grado di pascolare autonomamente muovendosi per chilometri alla ricerca di acqua e pascoli, e che fossero dotati di una forte attitudine materna. La razza Maremmana “Grossetana” è stata la scelta migliore», racconta Jacopo. 

Lo scorso anno, il Focus Group dell’EIP-AGRI sulla produzione sostenibile di carne bovina, istituito dalla Commissione Europea, ha chiesto l’opinione di esperti, ricercatori, allevatori e Ong per trovare soluzioni affinché l’allevamento grass-fed (ovvero il sistema di crescita che permette ai bovini di restare al pascolo per l’intero ciclo di vita) sia sempre più sostenibile dal punto di vista economico, ambientale e sociale. Tra le persone selezionate per far parte del focus group c’è proprio Jacopo Goracci. Il rapporto finale del gruppo di lavoro è stato pubblicato a marzo 2021. Abbiamo colto l’occasione per intervistare Jacopo Goracci.

Quali sono, secondo lei, gli elementi chiave per una transizione verso un allevamento sostenibile?

Credo che la questione fondamentale sia ripristinare il contatto con il suolo, il legame tra l’animale e l’ecosistema in cui viene allevato. D’altronde tutto nasce dal suolo, anche negli allevamenti più intensivi: pensate, ad esempio, agli alimenti che vengono somministrati agli animali. Sono necessariamente coltivati, sono cioè legati al suolo. 

Un altro elemento chiave per la transizione sarebbe il ripristino del legame tra chi produce carne e chi la consuma. L’allevamento intensivo ha cancellato, anche da un punto di vista visivo, il processo di produzione della carne (che avviene per lo più al chiuso, dietro le porte degli allevamenti industriali). Dicono che sia una scelta dettata dalla volontà di mantenere un microclima ottimale per i loro animali, ma in realtà si tratta di razze fragili, destinate a pratiche intensive, che possono sopravvivere soltanto se mantenute in condizioni artificiali. Il risultato è una completa separazione degli animali dalla natura. Credo che sia importante reintrodurli nel ciclo della natura, limitandosi a integrare l’alimentazione laddove eventualmente necessario.

Allevamento sostenibile Europa
© Enrico Genovesi Presidio Slow Food razza maremmana

«Un agricoltore che vuole creare un’azienda agricola legata al territorio deve scegliere le specie e le razze da allevare in base all’ecosistema – o agli ecosistemi – presenti nell’area della propria azienda»

Le complesse interazioni tra gli animali e l’agroecosistema devono essere studiate in modo dettagliato: occorre cioè pianificare attentamente il reinserimento in natura degli animali, perché non si può semplicemente liberarli e vedere cosa succede. Servono l’aiuto e la collaborazione di diverse persone con competenze tecniche, e soprattutto bisogna avere pazienza perché ci vogliono anni per passare all’agroforestazione. 

Infine, abbiamo bisogno di agire in modo coerente lungo l’intera filiera, dall’utilizzo del suolo alla macellazione. L’ideale, sia per ragioni di benessere animale sia per la qualità della carne, è che gli allevatori non siano costretti a esternalizzare alcun passaggio della produzione di carne. Un esempio? Stiamo lavorando per rendere possibile la macellazione nella fattoria: oggi le leggi la rendono estremamente difficile, ma ridurrebbe notevolmente la sofferenza degli animali.

Allevamento sostenibile Europa
©J.C. Moschetti, Nantaise cattle breed, Slow Food Ark of Taste, Francia

Cosa può fare l’Unione europea per favorire la transizione verso una produzione di carne sostenibile?

Si può sempre migliorare, ma l’Unione europea sta già facendo molto. Siamo noi allevatori a non essere in grado di sfruttare tutto il potenziale delle iniziative sostenute dall’Unione europea. La transizione verso un allevamento sostenibile richiede un investimento importante in termini di tempo, ma in cambio assicura risorse, conoscenze, dati che ci aiutano a capire l’impatto delle nostre azioni in termini di benessere animale e assorbimento di anidride carbonica. 

«È fondamentale riuscire a spiegare in modo semplice ai consumatori la differenza tra agricoltura ecologica e convenzionale».

Ciò che l’Ue deve fare è promuovere presso i consumatori la transizione verso una migliore produzione un miglior consumo di carne. Il libero mercato non è mosso dall’etica, ma il consumatore sì: se le persone compiono scelte più sostenibili, allora anche produttori che lavorano diversamente forse possono notare il potenziale economico. In altre parole: non tutti nutrono l’ambizione a essere green, ma forse il cambiamento delle abitudini di consumo e la crescente domanda di prodotti sostenibili possono spingere altri produttori in quella direzione. 

È, insomma, fondamentale riuscire a spiegare in modo semplice ai consumatori la differenza tra allevamento sostenibile e allevamento convenzionale, incoraggiandoli a pagare il giusto prezzo per la carne: un prezzo che ricompensi chi produce carne buona e sana in modo sostenibile. Il consumatore, attraverso le proprie scelte, può influenzare il mercato. Il mercato, a sua volta, può creare le opportunità economiche affinché gli allevatori intensivi scelgano di passare alla produzione sostenibile di carne.

Allevamento sostenibile Europa

I punti salienti del rapporto EIP-AGRI

Abbiamo già citato il rapporto del Focus Group EIP-AGRI sulla produzione sostenibile di carne bovina.

Ma che cosa emerge da quel documento?

Gli autori del report sottolineano i significativi benefici ambientali e sociali derivanti da sistemi di produzione grass-fed. Si segnalano effetti positivi sulla conservazione dell’acqua, la protezione della biodiversità, la capacità di sequestrare il carbonio e il mantenimento di aree rurali vitali. Tuttavia, la redditività economica di pratiche di questo tipo risulta bassa, così come scarsa è la disponibilità di prodotti di questo tipo nei canali di distribuzione principali. 

In poche parole, il rapporto esorta le autorità a contribuire allo sviluppo delle catene di approvvigionamento a livello locale, a sensibilizzare i consumatori sulle qualità della carne di bovini alimentati con l’erba dei pascoli, a sostenere i giovani allevatori e a rafforzare gli attuali sistemi di certificazione ed etichettatura, al fine di evitare casi di green-washing e grass-washing

Per concludere, gli autori raccomandano di cambiare il metodo di valutazione della sostenibilità per quanto riguarda il meccanismo dei finanziamenti, prendendo in considerazione i molti servizi ecosistemici e i vantaggi forniti dall’allevamento di bovini nutriti con erba piuttosto che concentrarsi sulla sola produttività per animale. «La buona notizia è che è possibile trovare soluzioni ai lati negativi dell’industria e raggiungere la sostenibilità a lungo termine», conclude il rapporto. 

Slow Food sottolinea la necessità che le istituzioni europee spieghino agli agricoltori come accedere a tutte le opportunità e agli strumenti a loro disposizione. Molti agricoltori non sanno ciò che l’Ue può fare per loro, e spesso non ricevono aiuto sufficiente dalle autorità locali per orientarsi nel labirinto burocratico europeo. 

La lotta per Slow Meat continua!

Da anni Slow Food si occupa del consumo di carne e del benessere animale. L’associazione spera che la partecipazione di Jacopo Goracci al Focus Group EIP-AGRI contribuisca a far sì che la nostra filosofia, Slow Meat, diventi un principio guida per lo sviluppo delle politiche nel settore dell’allevamento. 

Crediamo inoltre che un altro passo molto importante sulla strada verso un allevamento più sostenibile sia quello di porre fine all’uso delle gabbie negli allevamenti. Per questo, insieme ad altre 14 organizzazioni della società civile, abbiamo firmato una lettera aperta, per ricordare alle istituzioni europee che 1,4 milioni di cittadini europei hanno firmato l’iniziativa chiamata “End the Cage Age”.

Riguarda il Forum di Terra Madre su Slow Meat, l’incontro virtuale tra allevatori di diverse aree del mondo uniti dal desiderio di scambiare esperienze, imparare, condividere una visione e dimostrare che è possibile allevare in modo sostenibile.

Per maggiori informazioni sulla produzione e sul consumo sostenibile della carne, visita il sito della campagna Slow Meat. Slow Food ha avviato la campagna Slow Meat per sensibilizzare su abitudini di consumo migliori, più pulite e più giuste, per incoraggiare una riduzione del consumo di carne industriale e per promuovere il lavoro dei produttori di piccola e media scala che rispettano il benessere degli animali. Nei Presìdi Slow Food rientrano anche gli allevamenti sostenibili che rispettano rigidi disciplinari di produzione. Acquistando carne da questi allevamenti si contribuisce alla conservazione della biodiversità e al benessere degli animali. 

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