I costi nascosti della tilapia a basso prezzo: il racconto di Edie Mukiibi, presidente di Slow Food

L’allevamento di pesce nel Lago Vittoria rappresenta una grave minaccia ecologica.

La vita di quaranta milioni di persone dipende dall’approvvigionamento di pesce proveniente dalle acque del Lago Vittoria, il più vasto lago tropicale e il secondo lago d’acqua dolce più grande al mondo, sulle cui rive si affacciano gli stati di Kenya, Tanzania e Uganda.

Tuttavia, oggi, questo bacino è un paradiso minacciato dall’inquinamento, dalle alghe, dal sovrasfruttamento delle sue risorse, dai cambiamenti climatici e da un aumento anomalo del numero di gabbie per l’acquacoltura.

Vivo in Uganda, nella fattoria della mia famiglia, a soli 15 chilometri dalle rive settentrionali del Lago Vittoria. Fino a pochi anni fa, ero solito recarmi in questo luogo durante le calde giornate di gennaio e luglio. Solo dieci anni fa, le comunità locali utilizzavano ancora le canoe e le reti per pescare la tilapia, il pesce argentato, il pesce gatto e il raro pesce polmonato, tutti utilizzati nella cucina tradizionale della regione.

allevamento di pesce nel Lago Vittoria

A quel tempo i pescatori che frequentavano il lago appartenevano a due diverse categorie: avventori con piccole barche che pescavano vicino alla riva e pescatori dediti al commercio su piccola scala. Questi ultimi, avendo a disposizione dei motoscafi, potevano addentrarsi per diversi chilometri a largo. Entrambi questi approcci potevano dirsi sostenibili poiché i pescatori rispettavano i cicli di riproduzione dei pesci e non mettevano a rischio le risorse operando in ottica di sovrasfruttamento.

Quando uscivo con gli amici mi piaceva ascoltare il suono dell’acqua salmastra e respirarne l’odore, a volte andavamo a nuotare al Kibanga Landing Site e ascoltavamo le vecchie storie di questo ex porto fluviale. Con i miei compagni guardavamo i pescatori lanciare le proprie reti vicino alla riva al tramonto e talvolta chiedevamo loro un passaggio in canoa per vivere in prima persona quell’esperienza.

Quello che, una volta, era il suggestivo spettacolo dei pescatori che lanciavano le loro reti nelle acque limpide di Masese vicino alle città di Jinja, Katosi e Kibanga, nel distretto di Mukono e di Kigaya, Namusenyi, Bugoba, e molte altre località lungo la riva nel distretto di Buikwe, è stato ora sostituito da una moltitudine di gabbie galleggianti su isolotti blu, alcuni dei quali dotati di videocamere per monitorare chiunque si avvicini all’area dell’allevamento. 

Ogni tanto scambiavo qualche parola anche con i piccoli pescatori e pescatrici, i quali ci preparavano l’akabeero, una prelibatezza locale a base di tilapia e matooke, una varietà locale di banana. Eravamo soliti farne scorpacciate, prima di uscire a remare in canoa con i pescatori per ammirarli lanciare le reti.

Il disastro del pesce persico africano

Oggi, questo settore, che è di vitale importanza per l’accesso al cibo delle comunità locali, è minacciato dalla bramosia di grandi società che sfruttano, per i propri fini commerciali, una risorsa alimentare strettamente legata a questo peculiare ecosistema, servendosene tramite sistemi di allevamento intensivo: come se fosse una fonte inesauribile di materia prima.

Purtroppo, lo sfruttamento spregiudicato del Lago Vittoria è proseguito per più di mezzo secolo senza tenere in considerazione l’equilibrio ecologico del lago e le comunità locali di pescatori sono state costrette ad assistere a quello che è conosciuto come il “disastro del pesce persico africano”. Sin dagli anni ’60, infatti, quando il persico del Nilo (Lates niloticus) è stato introdotto forzatamente per potenziare l’industria della pesca, l’equilibrio ecosistemico del lago è stato compromesso. I pesci più piccoli sono stati decimati da questo predatore vorace, che può misurare fino a due metri e pesare fino a due quintali e l’impatto dell’industria della pesca sull’ambiente è diventato troppo gravoso; il numero di catture è decuplicato negli ultimi cinquant’anni fino a raggiungere un milione di tonnellate all’anno.

L’aumento esponenziale della popolazione di persici del lago negli anni ’80, coinciso con un aumento del valore economico del pescato di cinque volte e una riduzione del 50% delle circa 500 specie di pesci più piccoli (appartenenti al gruppo endemico dei ciclidi Haplochromini), è stato attentamente monitorato.

Il calo del numero di specie e la perdita di varietà funzionale (una componente della biodiversità che riguarda l’impatto dei comportamenti degli organismi sull’ambiente, ndr) hanno completamente modificato i connotati ecologici del lago. All’inizio degli anni ’90, quella che prima era una pesca diversificata, ora si basava solo su tre specie: il persico del Nilo non indigeno, la tilapia del Nilo non indigena (Oreochromis niloticus) e il minuscolo R. argentea.

Un commercio distruttivo

Il business redditizio del persico del Nilo ha avuto impatti inaspettati e l’entusiasmo che si era creato per l’aumento del valore della pesca è stato gradualmente mitigato dalle preoccupazioni per la perdita di molte specie, l’aumento della disparità socio-economica e il fatto che la maggior parte dei persici del Nilo sia esportata in tutto il mondo, ma inaccessibile localmente. I suoi filetti bianchi vengono confezionati in Europa e si trovano nei supermercati di tutto il nord globale. Inoltre, le numerose tonnellate di persico che lasciano l’Africa affrontano un viaggio ben poco sostenibile per giungere al consumatore finale.

La pesca tradizionale, che da anni costituiva un pilastro per la sicurezza alimentare della popolazione locale, è stata trasformata in pesca industriale per l’esportazione. Questo ha permesso alle aziende – molte delle quali con capitale straniero – di arricchirsi senza significative ricadute sulla zona locale, mentre le attività legate al commercio del persico forniscono lavoro solo a un numero molto ridotto di persone rispetto al passato. In pochi anni, l’abbandono della pesca artigianale ha depauperato un patrimonio di cultura, tecnica e conoscenza che aveva impiegato secoli a formarsi. Con la scomparsa dei pescatori, sono scomparsi anche gli artigiani che producevano e riparavano l’attrezzatura da pesca.

Per ironia della sorte anche il persico, minacciato dall’eccessiva domanda e dall’inquinamento crescente, sta iniziando a scarseggiare.

Dalla pesca industriale all’allevamento

Più recentemente un’altra aberrazione, proposta come soluzione miracolosa alla necessità di garantire sempre più pesce per l’industria della pesca, rischia ora di distruggere l’ecosistema del Lago Vittoria: l’allevamento ittico, che è aumentato a un ritmo incredibilmente veloce negli ultimi anni.

La tilapia si nutre di un’ampia varietà di cibo, questo lo rende un pesce molto facile da allevare. Anche se molte aziende cinesi costruiscono gabbie per l’allevamento, una delle più grandi aziende operanti nel settore è Victory Farms con sede a Nairobi, la cui co-fondatrice è britannica. Un totale di 58 operatori commerciali sono stati identificati in Uganda, in Kenya e in Tanzania da un rapporto di Lattice Aquaculture Trust (Lat) per la Fao. Lat è un organismo consultivo senza scopo di lucro con sede in Kenya specializzato nel settore dell’acquacoltura dell’Africa orientale e membro del consorzio FoodTechAfrica, che ha guidato lo sviluppo del settore negli ultimi otto anni in Africa orientale mettendo in campo una varietà di progetti. Il team consultivo di Lat è composto da ricercatori e consulenti senior con competenze multidisciplinari, profili internazionali e forti relazioni con le autorità locali e le aziende.

Nel 2022 l’analisi delle immagini satellitari ha identificato un totale di 8.024 gabbie, di cui 6.169 in Kenya, 1.809 in Uganda e 46 in Tanzania.

Come dicevo sopra, Quello che era il suggestivo spettacolo dei pescatori che lanciavano le loro reti nelle acque limpide del lago è stato ora sostituito da una moltitudine di gabbie galleggianti su isolotti blu. In alcuni punti, le guardie di sicurezza armate tengono lontani i pescatori locali dai loro ex terreni di pesca, ora riconvertiti per l’allevamento in gabbia.

allevamento di pesce nel Lago Vittoria

L’allarme per le conseguenze dell’itticoltura industriale su larga scala si sta diffondendo in tutto il mondo.

L’espansione rapida e la configurazione industriale del settore dell’acquacoltura negli ultimi decenni hanno generato controversie e sollevato importanti domande. L’itticoltura ha molte conseguenze negative sull’ambiente e sulle comunità costiere: dalla distruzione degli ecosistemi allo sfruttamento delle specie selvatiche, fino alle violazioni dei diritti umani.

Poiché i pesci in gabbia si feriscono, contraggono malattie e possono facilmente diventare vittime di parassiti, gli allevatori di pesce devono fare uso di antibiotici e pesticidi, i quali non possono non contaminare l’acqua. A loro volta, le acque reflue, sovraccariche di residui alimentari, antibiotici ed escrementi, creano zone inospitali nell’ambiente circostante ai siti di allevamento e gli ecosistemi costieri vengono spesso distrutti per fare spazio all’acquacoltura intensiva. Non da ultimo, i pochi pescatori artigianali locali rimasti in Uganda si vedono negato l’accesso al lago poiché è diventato sempre più difficile navigare nelle acque costiere intorno alle gabbie.

Quale è il ruolo dell’Europa?

La crescita anomala della acquacoltura nel Lago Vittoria si è verificata negli ultimi tre anni, a seguito di una revisione della legge a livello governativo nazionale. Per aiutare il settore a crescere l’Unione europea (Ue) e la Comunità dell’Africa orientale (Eac) hanno sviluppato il progetto Eu-Eac True Fish Farming Story in Lake Victoria Basin, che ha un budget complessivo di 10,15 milioni di euro. Un’ingente somma di denaro che contribuirà alla distruzione del Lago Vittoria e causerà ulteriori danni alle già impoverite comunità locali.

Per questo motivo dobbiamo farci sentire e lottare per prevenire la distruzione della natura della quale facciamo parte. I laghi della Terra, così come i suoi mari, sono un bene comune e appartengono a tutte e tutti allo stesso modo. Prendersi cura dei nostri beni comuni e tramandarli alle future generazioni senza comprometterli è la più grande sfida che l’umanità deve affrontare ora, ed è un compito di cui dobbiamo farci carico a tutti i costi, altrimenti non ci sarà futuro.

di Edward Mukiibi, presidente di Slow Food
da Medium del 13 marzo 2024