L’allevamento che Slow Food vorrebbe: partiamo dall’ABCD

ABCD – Ambiente, Benessere, Cura, Dimensioni: l’allevamento che vorremmo

L’estate scorsa, mentre ci stavamo avvicinando a Cheese, sono stata in Valsesia e a Castelnuovo di Ceva per visitare alcune realtà produttive di piccola scala.

Da una parte, Emanuela e la sua famiglia allevano 16 vacche original brown swiss e 37 capre vallesane; dall’altra Gian Vittorio si occupa di un gregge di 100 capre di Roccaverano. Per entrambi, l’attività primaria è la produzione di formaggio. Ed è bellissimo osservare tutto quel che c’è dietro a una forma di macagn o di re-crutin d’crava.

Ambiente

L’allevamento di Gian Vittorio si trova a circa 800 metri di altitudine, uno degli ultimi avamposti piemontesi ai confini con la Liguria. Quello di Emanuela, nei mesi estivi, è a 961 metri, sull’Alpe Linceé. In entrambi i casi, gli animali vivono all’aperto finché la stagione lo consente: nei mesi caldi brucano le erbe fresche del pascolo mentre in inverno, quando le condizioni meteo non lo consentono e i prati sono ricoperti di neve, vengono alimentate con fieno e altre coltivazioni locali.

La loro presenza è importante per l’ambiente. I pascoli sono tenuti in ordine e svolgono correttamente la loro funzione di sequestro di anidride carbonica. Non solo. Il rapporto che gli allevatori hanno con la montagna è attivo: a volte, si tratta di strappare al bosco e alla vegetazione selvatica piccoli appezzamenti di pascolo; a volte si tratta di riseminare i pezzi di terreno che, a causa di una stagione troppo secca, si sono inariditi. Al pascolo vengono dedicate cure costanti.

Poi c’è la gestione del letame, che viene utilizzato per fertilizzare naturalmente i campi e gli orti di proprietà e che, a differenza di quanto accade negli allevamenti convenzionali standard, costituisce una risorsa e non un rifiuto inquinante difficile da smaltire.

Se pensiamo all’allevamento che vorremmo, dovremmo pensare a un’attività in equilibrio e non in concorrenza con le risorse ambientali. Sembra che si stia facendo poesia? Tutt’altro. Uno studio realizzato da Indaco2 prendendo in esame alcuni Presìdi Slow Food – nell’ambito di diverse filiere: dalla produzione della carne a quella dei formaggi, dalla filiera ortofrutticola all’olivicoltura – si è fondato sull’Analisi del Ciclo di Vita (LCA), in particolare la Carbon Footprint, ovvero la stima delle emissioni di gas a effetto serra (anidride carbonica, metano e protossido di azoto) emesse in atmosfera durante il ciclo di vita di un prodotto: dalla produzione dei mangimi o dalla coltivazione dei foraggi e cereali usati nell’alimentazione degli animali alle pratiche di svezzamento e allevamento fino alla lavorazione in laboratorio e al confezionamento del prodotto. Il calcolo della Carbon Footprint ha rivelato che i prodotti dei Presìdi, oltre al valore aggiunto per i territori d’origine, esprimono un livello di compatibilità con le risorse ambientali decisamente migliore rispetto alle produzioni intensive convenzionali.

Non è finita qui. Un ambiente di qualità è anche un ambiente che protegge e sa esprimere la biodiversità locale. Nell’allevamento di Gian Vittorio il colore dei manti delle roccaverano varia dal bianco, al miele, al marrone più o meno scuro, fin quasi al nero. Molte di esse avevano la tipica barba e le corna arcuate, che nei maschi erano ancor più grandi e sinuose. Le capre vallesi di Emanuela non le avevo mai viste prima. Anch’esse bellissime, hanno un manto nero uniforme dal naso a metà del corpo, e uniformemente bianco di qui alla coda. Se ci fossimo addentrati in un allevamento intensivo, probabilmente avremmo incontrato solo le bianche saanen. Cosa significa tutto questo? Che gli allevamenti di piccola scala molto spesso tutelano anche la biodiversità: le razze locali non solo sono adatte a vivere all’aperto, ma in molti casi non riescono a prosperare in ambienti confinati.

Benessere

Se a un inesperto è forse più complicato osservare gli effetti di un buon allevamento sulla qualità dell’ambiente, se parliamo di benessere animale diventa tutto più immediato.

Intanto, è impossibile non notare quanto siano importanti gli spazi aperti. Quando insieme a Gian Vittorio mi sono avvicinata al recinto della stalla, le capre erano tutte lì, sorvegliate dai loro guardiani – i grandi pastori del Caucaso aborigeni preposti a difendere il gregge dai predatori –, e fremevano per uscire al pascolo, belavano, facevano tintinnare i campanelli. Una volta aperto il recinto, sono partite a razzo verso la zona prescelta. Le più indisciplinate si attardavano a brucare i primi ciuffi di erba fresca, le altre avanzavano con determinazione e leggiadria nel bosco, fino a raggiungere un’ampia radura, dove hanno trascorso tutta la giornata fino alle 18 del pomeriggio, quando sono rientrate in stalla per essere munte. Arrivata da Emanuela nel pomeriggio inoltrato, ho visto invece che le vacche erano tutte dentro la stalla. A causa dell’estate troppo calda – anche a 961 metri di altitudine –, trascorrevano infatti la giornata al riparo, per concedersi poi il lusso del pascolo nelle ore notturne, al fresco e sotto un cielo stellato.

In entrambi i casi, trascorrendo un po’ del mio tempo con questi allevatori esemplari, ho pensato a quanto possano essere felici – si può dire, felici, riferito agli animali? – capre, vacche e pecore libere di calpestare il manto erboso coi loro zoccoli, di annusare i ciuffi d’erba o le fronde degli alberi, di scegliere da un immenso buffet il cibo che maggiormente le aggrada. Potrà essere un po’ di festuca dei prati, loietto o erba mazzolina – tutte della famiglia delle graminee – oppure dell’erba medica, del trifoglio alessandrino o della veccia sativa – che invece rientrano nella famiglia delle leguminose. Più facilmente, avendo a disposizione di un prato ricco di diverse specie botaniche, scelgono di brucarne un po’ una un po’ l’altra. Se si alleva al pascolo, l’alimentazione animale è molto più ricca, più sana e più varia di quanto non avvenga in molti allevamenti convenzionali, in cui il pasto quotidiano si fonda sugli insilati di mais.

Molti altri sono gli elementi emersi dalla mia visita. Ad esempio, non si poteva non notare che gli animali avessero tutti le loro belle corna, che fossero in buona salute senza sorbire grandi dosi di antibiotici somministrati a scopo preventivo, che fossero placidi e tranquilli, liberi dalla paura, al punto da accettare senza troppi problemi la presenza di un’estranea nella loro cerchia.

Cura

Una cosa a cui si pensa forse di meno, è che a un elevato livello di benessere animale corrisponde un elevato livello di benessere umano. Ci avete mai pensato?

Se un allevatore stabilisce una relazione con i propri animali, gli animali si affideranno a lui, che li vedrà crescere secondo i ritmi naturali, che li assisterà quando sono malati, che garantirà loro un riparo, che si occuperà di nutrirli, che saprà di avere a che fare con esseri senzienti, che avrà a che fare con loro ispirato da un atteggiamento di amore e benevolenza. Che anche nel portarli al macello sarà ispirato da un senso di compassione e pietà. E che percepirà nettamente il valore del proprio lavoro, del proprio tempo speso in questa maniera. Tutto questo si chiama cura, e lo si avverte anche osservando una carezza data sul muso, una pacca sul sedere, nel sentire gli allevatori che chiamano gli animali per nome o, a volte, con un generico – «Belle!». Sono molti i gesti che ci fanno percepire che tra allevatori e animali si è innescato un rapporto di fiducia reciproca, e che questo rapporto è alla base di un senso di maggiore benessere.

Al contrario, se ci si abitua a lavorare tra i grandi numeri, a percepire gli animali come macchine, è facile che non vi sia alcuna empatia nei loro confronti, e che questi ultimi siano sottoposti a ogni genere di crudeltà. Un allevamento buono, insomma, non ha ricadute positive soltanto sugli animali, ma anche sugli allevatori stessi.

Dimensioni

Confrontandomi con queste due piccole realtà, mi sono chiesta quanto tutte le pratiche elencate siano applicabili anche su una scala maggiore. Ma mi sono risposta che, probabilmente, se aumentano molto le dimensioni di un allevamento, aumentano anche i compromessi cui si sottostà. C’è meno tempo da dedicare al singolo animale, minore empatia, minore conoscenza di tutti i componenti del gruppo, probabilmente un approccio completamente diverso.

In un caso, gli animali sono visti come esseri senzienti, che provano emozioni, e si lavora insieme a loro rispettandone le inclinazioni naturali. In un altro caso, gli animali sono percepiti come macchine da sfruttare al massimo, a cui chiedere più latte, più uova, più carne. Di più, e più velocemente, per sopperire ai costi di un allevamento dai grandi numeri.

Come consumatori, cosa possiamo fare?

Come consumatrice, prima ancora che come parte del movimento Slow Food, ho sempre pensato che è necessario sostenere un sistema produttivo come quello appena descritto, un sistema ABCD. E ho sempre pensato che come consumatori quel che possiamo fare è molto, anche se spesso non sembrerebbe.

Inizia a scoprire quanta carne mangi e quanto sei slow
con un semplice quiz.

Basta partire dal presupposto che le pratiche di consumo sono strettamente interconnesse a quelle di produzione. Basta comprendere che piccole dimensioni, razze locali, criteri rigorosi di benessere animale non potranno mai soddisfare livelli di consumo sempre più spinti ed elevati, a maggior ragione se sono associati alla pretesa di pagare poco quel che ci apprestiamo a mettere nel piatto. E basta agire di conseguenza. Se pretendiamo di mangiare carne tutti i giorni, più volte al giorno, e di spuntare un prezzo conveniente, prepariamoci ad accettare, anche noi, dei compromessi, perché nessun allevamento etico, con ricadute positive per il benessere ambientale e animale, potrà soddisfare ritmi di consumo crescenti. Come un buon allevatore dovrebbe cercaredi lavorare in equilibrio con le risorse naturali e con i propri animali, così noi dovremmo fare lo stesso. Consumando meno carne, di migliore qualità, ed essendo pronti a corrispondere il giusto prezzo per quel che scegliamo di mangiare. Scegliendo i formaggi che garantiscono una vita ai pascoli estivi. Le uova di galline che hanno razzolato all’aperto. Scoprendo le alternative più gustose al consumo di proteine animali. Chiedendoci, sempre, qual è l’impatto delle nostre scelte.

di Silvia Ceriani,
s.ceriani@slowfood.it

Vuoi visitare un allevamento Slow?
Scopri qui alcune esperienze da fare.

  • Hai imparato qualcosa di nuovo da questa pagina?
  • SiNo