Allevamenti industriali e impatti ambientali

Philip Lymbery, direttore generale di Compassion in World Farming, la chiama la cascata della crudeltà, per indicare le due facce della medaglia dell’allevamento intensivo: da un lato ci sono le condizioni di vita problematiche degli animali, costretti ad esempio a vivere in spazi angusti, e dall’altro c’è la distruzione di enormi superfici ricoperte da foreste o boschi per produrre mangimi per quegli stessi animali.

Insomma, ormai è chiaro a tutti – o dovrebbe esserlo – che allevamento industriale non fa rima con sostenibilità ambientale.

Le immagini più eclatanti che tutti abbiamo davanti agli occhi arrivano dal Brasile e dalla recente spinta alla deforestazione sostenuta dal governo Bolsonaro. Come sottolinea lo scrittore Stefano Liberti su Internazionale, «il nuovo presidente si è apertamente schierato per una revisione dei vincoli ambientali e ha dato il via libera – almeno a parole – a una nuova politica di conquista. L’aumento degli incendi risponde a questa logica: il fuoco disbosca territori che possono essere sfruttati in altro modo, in particolare per il pascolo estensivo e l’agricoltura industriale».

Ma qui non si tratta solo di politici poco attenti alle tematiche ambientali: gli interessi sono ben altri e legati al mondo della produzione del cibo, in primo luogo a carne e mangimi. L’equazione è presto fatta: se aumenta il consumo di carne in molti Paesi del mondo, servono più capi da allevare e di conseguenza terreni per coltivare soia e mangimi. Secondo alcuni studi, infatti, al momento un terzo di tutte le terre arabili è destinato non alla produzione di cibo per l’alimentazione umana, ma a prodotti per la zootecnia. Il Brasile gioca un ruolo di primo piano in questa scacchiera internazionale, essendo il primo produttore mondiale di soia, esportando soprattutto verso Cina ed Europa. A oggi il 19% dell’Amazzonia è stata disboscata e destinata a coltivazioni di soia, rosicchiando sempre più i confini di quello che, chissà ancora per quanto tempo, è considerato il polmone verde della Terra.

Il Brasile però non è l’unico Paese a soffrire e appoggiare disastri ambientali per favorire le grandi industrie di mangimi e il mondo dell’allevamento intensivo: basta guardare alle piantagioni di olio di palma a Sumatra, che minacciano gli habitat di elefanti e altri animali, alle pianure americane dove invece dei bisonti oggi troviamo distese di mais, o i mari in cui si pesca per produrre mangime per allevare altri pesci. Nel suo libro Dead Zone (2017), Lymbery ci fa accapponare la pelle ricordandoci che «L’ammontare della terra attualmente usata in tutto il mondo per coltivare cereali come il mais o la soia per gli animali da allevamento equivale a un unico campo che copre metà del territorio statunitense, o l’intera Unione Europea».

Per non parlare poi delle emissioni di CO2 prodotte lungo tutto il percorso della catena di produzione degli allevamenti intensivi, che partono di nuovo dal disboscamento delle foreste, necessario per produrre pascoli o coltivare cereali e soia, a cui si sommano metano e protossido d’azoto liberati nell’atmosfera dagli animali stessi, dalle loro deiezioni e dall’impiego di fertilizzanti.

La soluzione per contrastare il cambiamento climatico e salvare la nostra salute e il nostro pianeta passa anche dalla riduzione del consumo di carne: mangiamone meno e scegliamola meglio. Sembra difficile, ma non lo è: scegliere carne proveniente da un allevamento praticato da produttori di piccola scala, rispettoso dell’ambiente e degli animali, può essere un primo passo verso il cambiamento. E riconoscere un allevamento Slow non è impossibile, basta essere curioso e seguire alcune semplici indicazioni.

Per mettere invece alla prova le vostre abitudini alimentari, partecipate al quiz della campagna Meat the Change, ne scoprirete delle belle!

di Alessia Pautasso
a.pautasso@slowfood.it

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