Il biologico secondo Alce Nero: buono, rispettoso del lavoro e che fa bene al pianeta

Alce Nero, un mondo bio: l’intervista all’ad della società Sostenitore ufficiale di Slow Food Italia

«Essere biologici, per noi, è soltanto il punto di partenza. È il fondamento del nostro lavoro, ma sopra ci abbiamo costruito altri valori, primo fra tutti l’eccellenza organolettica».

Per Massimo Monti, amministratore delegato di Alce Nerosostenitore ufficiale di Slow Food Italia – la ricetta del gruppo è semplice, ma non scontata: produrre, trasformare, distribuire alimenti che facciano bene alla terra e al consumatore, e che siano buoni. Dal campo alla tavola, una vera filiera fatta di produttori che, uniti, hanno dato vita a un gruppo che rappresenta un esempio concreto ed efficace di cosa possa essere una rete di imprese evoluta.

Alce nero mondo bio
Massimo Monti, amministratore delegato di Alce Nero

Che cosa significa, dunque, fare biologico per Alce Nero?

Il nostro impegno è fare un prodotto che sia il migliore possibile. Di per sé il concetto di biologico è tecnico, razionale, procedurale: si concretizza nel rispettare un regolamento che – in estrema sintesi – prevede di non utilizzare mai, in nessuna fase del processo agricolo, di trasformazione e di conservazione, prodotti chimici di sintesi. Non entra nel merito di molti altri aspetti della “qualità”: per semplificare dico spesso che se si utilizzano materie prime biologiche ma scadenti e le si trasformano con un processo produttivo certificato ma maldestro, il risultato sarà un prodotto di pessima qualità, seppure a tutti gli effetti certificabile come biologico. E noi crediamo che il cibo debba essere prima di tutto un piacere, buono anche da gustare.

La vostra storia comincia oltre 40 anni fa, nel 1978. Quali sono i valori che vi guidano?

Crediamo nel rispetto di tutti gli stakeholder, a partire naturalmente dagli agricoltori e dai trasformatori che sono i soci del nostro gruppo. Il primo tema è rispettare il loro lavoro, coinvolgendoli, facendoli sentire protagonisti del cibo che viene venduto – un aspetto apparentemente scontato ma che da molti anni non lo è – e far sì che il prezzo rispecchi quello che vale. Questo naturalmente ha una conseguenza importante: dal momento che ci impegniamo a vendere eccellenze, gli stessi produttori sono chiamati a offrire eccellenza. Tutto ciò si traduce in attenzione assoluta, in ogni punto della filiera: quindi materia prima di qualità ed etichetta corta, cioè prodotti che non contengono ingredienti superflui.

Veniamo all’attualità. Covid-19 e abitudini alimentari: crede che la pandemia abbia spostato l’attenzione del consumatore dal risparmio verso la qualità?

Penso che i mesi primaverili, quelli in lockdown, siano stati il primo momento dal dopoguerra a oggi in cui c’è stata una chiara percezione dell’importanza del cibo. È diventato un pensiero costante delle persone che, oltre a vivere la preoccupazione di non poterne avere a sufficienza, hanno anche abbandonato l’idea che sia una commodity, un qualcosa di scontato.

In questo modo anche il prezzo è passato in secondo piano…

Esatto: in un momento in cui il cibo è stata una delle pochissime cose piacevoli con cui dilettarsi mentre si era chiusi in casa, è divenuto più importante il senso di conforto che sa dare, il suo valore, rispetto al prezzo. Ne è una prova il fatto che aziende come la nostra, i cui prodotti mediamente costano più di altri, sono cresciute molto più del mercato, quasi il doppio. Le ragioni di questa crescita? Certamente abbiamo più facilità di penetrazione nel mercato: le famiglie che ci scelgono sono cinque milioni, perciò è più semplice trovare clienti nuovi rispetto a chi, già prima, vendeva a venti milioni di persone. Ma non è l’unico motivo: mai come in quel momento c’era bisogno di sicurezza, e la fiducia che la nostra marca sa trasmettere è diversa da quanto possono fare le grandi multinazionali.

Un altro aspetto, poi, è semplicemente l’aver avuto a disposizione i nostri prodotti in quel momento in cui la domanda è cresciuta: ci siamo riusciti grazie alla nostra struttura societaria e al meccanismo di approvvigionamento che non si basa esclusivamente su contratti, ma su rapporti societari. Alce Nero, infatti, è una S.p.a le cui quote sono di agricoltori e trasformatori, dieci grandi soci  (imprenditori agricoli e agroindustriali privati e cooperativi), che producono la materia prima e la trasformano. In questo modo non abbiamo necessità di acquistare prodotti sul mercato.

A distanza di sei mesi dal lockdown vede la stessa attenzione di allora verso l’alimentazione?

L’impressione che ho, purtroppo, è che con l’estate sia scemata. Lo confermano i dati: da giugno il settore alimentare ha continuato a crescere a un ritmo maggiore rispetto agli anni passati (+4%), perché la gente ha ridotto le occasioni dei pasti fuori casa. Il biologico, invece, sta perdendo, facendo registrare dati in calo di due, tre, a volte cinque punti percentuali. Noi di Alce Nero, però, stiamo ugualmente continuando a crescere, intorno al +8%. Siamo di fronte a un caso di polarizzazione, dovuto probabilmente anche al fattore reddito in calo: chi, in lockdown, ha acquistato bio tanto per provare, ora ha smesso. Chi invece fa una scelta consapevole sta continuando a scegliere Alce Nero.

Dal rapporto Bio in cifre 2020 di Sinab emergono dati interessanti: le aziende agricole biologiche in Italia rappresentano il 6,2% delle aziende agricole totali, e la superficie totale messa a biologico conta per il 15,8% del totale. Curioso il dato sulla dimensione media di un’azienda biologica che in Italia raggiungequota 28,3 ettari, a fronte del dato nazionale di 11,0 ettari.

Ci aiuta a comprendere questi numeri?

Sono convinto che l’agricoltura, in Italia, non possa avere un futuro come commodity, e debba quindi puntare sulla qualità. Per me è l’unica strada per avere un futuro prospero non solo a livello agricolo, ma anche di bellezza del paesaggio e di ricchezza della cultura gastronomica. In questo discorso il biologico è un aspetto, a cui però si deve affiancare un’evoluzione complessiva, che ponga l’accento ad esempio sulla biodiversità e sull’integrazione tra agricoltura e allevamento.

Tutto questo, però, è difficile farlo con aziende agricole di una decina di ettari. Il prerequisito per qualsiasi ragionamento è la sostenibilità economica. In che modo raggiungerla? Il nostro modello, partito molti anni fa con basi cooperative, ora lo definirei, come dicevo poc’anzi, come un esempio bello e originale di Rete di Imprese. Una Rete articolata sia verticalmente sugli assi “produzione – trasformazione – vendite – distribuzione – promozione”, sia orizzontalmente su svariate categorie di prodotti. Abbiamo imprenditori che hanno investito, sono riusciti ad avere una buona remunerazione e hanno reinvestito in agricoltura, cercando di fare prodotti con valore più alto da proporre con un brand forte e riconoscibile. È inutile fare finta che con superfici medie più piccole si possa fare lo stesso ragionamento: il cibo parte dai campi, se non si danno risposte a chi i campi li cura e li rende produttivi, c’è il rischio che nessuno faccia più l’agricoltore.

Alce Nero, da sempre vicina ai valori dell’associazione, ha fin da subito condiviso l’etichetta narrante di Slow Food applicandola ad alcuni suoi prodotti, come le uova e lo yogurt, il riso e il cioccolato, la passata e la polpa di pomodoro, i nettari di frutta e lo zucchero di canna integrale di Tailin, Presidio Slow Food del Perù.

Marco Gritti
m.gritti@slowfood.it

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