Adotta una pecora, salva il Montébore

Come avete letto nel commento di Carlo Petrini di oggi non è certamente solo la pastorizia sarda a essere in ginocchio, ma un intero comparto che soffre, a causa di un «sistema alimentare che sacrifica il benessere di chi produce trasformando la materia prima in commodity e comprimendo sempre di più i margini di guadagno per il settore primario». E infatti, gli fa eco oggi Piero Sardo su il manifesto: «La vicenda dei pastori sardi è una «questione di filiera, perché la qualità del latte mediamente è buona, gli animali sono allevati al pascolo e generalmente tenuti bene, da pastori eccezionali e appassionati» il problema quindi « non è la materia prima, ma il processo che partendo dal latte arriva alla trasformazione e da lì al mercato».

I pascoli di Cascina Valle, Mongiardino Ligure (AL)

Se non le stesse problematiche sicuramente la stessa difficoltà la troviamo in altre parti d’Italia, in questi giorni le notizie delle proteste dei contadini si susseguono, dagli olivicoltori strozzati da un mercato asfittico e dalla xylella ai cerealicoltori siciliani che si vedono il grano pagato al prezzo di trent’anni fa…

Noi vogliamo dare spazio a un’altra forma di protesta, che in realtà è una richiesta di solidarietà a sostegno di un’altra preziosa e antica produzione casearia. Ci spostiamo in Piemonte, più esattamente a Montébore, paesino della Val Curone, spartiacque tra le valli del Grue e del Borbera, un luminoso angolo del Tortonese poco antropoformizzato, quasi selvaggio.

Per molti di voi questo nome sarà conosciuto, è infatti patria di una formaggetta di latte vaccino e ovino, il Montébore appunto. Abbiamo traccia della sua presenza già nel XII secolo, quando un ricco tortonese ne mandava ben cinquanta pezzi in dono a un alto prelato per perorare la promozione del fratello prete. E alla fine del Quattrocento è l’unico formaggio presente nel menù delle sfarzose nozze tra Isabella di Aragona, figlia di Alfonso, e Gian Galeazzo Sforza, figlio del Duca di Milano.

Oggi purtroppo questo formaggio non conosce la stessa fortuna. Anzi, dopo la seconda guerra mondiale la sua produzione del si esaurisce, le valli si spopolano e le tradizioni contadine vengono dimenticate. La produzione del Montébore finisce quando l’ultima produttrice, una trentina di anni fa, cessa l’attività. Questo formaggio è letteralmente «resuscitato» grazie al Presidio che, nel ’99, ha rintracciato Carolina Bracco, l’ultima depositaria della tecnica casearia tradizionale che ha voluto condividere con Roberto Grattone che ha rianimato la produzione.

«Chi oggi si cimenta nella produzione di questa rarità è un eroe, – racconta Monica Cusmano di Slow Food Tortona –  Ma l’eroismo non basta per far continuare la vita di questo formaggio plurisecolare. Per dare una mano ai produttori di Montébore abbiamo dato il via alla campagna: «Salviamo il Montèbore: adottiamo una pecora». Un progetto che nasce con l’intento di sostenere l’economia del territorio aiutando il lavoro di pastori e produttori».

Con una piccola cifra, che verrà ricompensata con l’equivalente in prodotti, si aiuterà a sostenere le spese per l’allevamento delle pecore e la produzione dei formaggi. È un vero contributo alle spese veterinarie, all’acquisto erba medica e le attrezzature per la lavorazione del latte.

Il Cesto dei Prodotti di Qualità si potrà ritirare il della Festa delle “famiglie adottive”, festa in cui allevatori, produttori, pecore e “genitori adottivi” si incontrano sui pascoli per trascorrere una giornata insieme ,dalla colazione al pranzo.

Per adottare la pecora bastano 70 euro: ecco il sito dove trovate tutte le informazioni per adottare la vostra.

Di questa iniziativa se ne parlerà lunedì 4 marzo dalle 18 al ristorante Anna Ghisolfi di Tortona (Al), insieme al giornalista Edoardo Raspelli e Roberto Grattone, il produttore che ha fatto rivivere il Montebore e anima della cooperativa di produttori Vallenostra.

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