Addio a Beppe Rinaldi, gran difensore del Barolo

Il mondo del vino italiano è in lutto per la perdita di Beppe Rinaldi detto Citrico. Citrico, quel soprannome acquisito alla scuola enologica di Alba, era diventato un personaggio amato e rispettato da tutti gli appassionati del vino piemontese.

Apparteneva a quella enclave di barolisti che con sapienza artigianale aveva nobilitato il vino barolo con rigore professionale e attaccamento alla tradizione. Figlio di Battista Rinaldi, l’indimenticabile sindaco che aveva acquisito il castello di Barolo con pubblica sottoscrizione, e cugino di Bartolo Mascarello, Beppe Rinaldi aveva ereditato tutta la loro autorevolezza e anche le loro profonde convinzioni.

Il barolo di Giuseppe Rinaldi è in assoluto una delle più grandi espressioni del panorama rossista internazionale. La cura dei vigneti e le attenzioni per il lavoro agricolo, oggi garantito dalle figlie Marta e Carlotta, sono alla base di questi risultati straordinari. L’attenzione per la sanità e maturità dell’uva è garanzia per tutti i vini di questa cantina ma soprattutto di rispetto per il territorio.

La sua battaglia contro l’allargamento della zona di produzione del barolo è stata una delle rappresentazioni più forti del suo pensiero. Mi piace ricordare una sua frase in una lettera aperta al Corriere della Sera: “…è quasi tutto un vigneto, si sono già persi non il bucolico, l’agreste, ma i fazzoletti di colore, la diversità, a beneficio del monotono, della monocoltura esasperata.”

Quello che molti non sanno è che per diversi anni Citrico ha esercitato la professione di veterinario, molto apprezzato dai colleghi e dagli allevatori. Dopo l’enologica si è iscritto a veterinaria e mentre svolgeva il suo mestiere di veterinario nelle campagne del cuneese, aiutava il padre in cantina. Infatti, la vecchia tradizione vuole che in cantina ci sia un solo uomo al comando e quando Battista è mancato, Citrico ha raccolto il testimone con la stessa autorevolezza del padre.

Personaggio eclettico, trasmetteva simpatia a tutti gli interlocutori e caparbiamente rappresentava un modo di intendere la produzione del barolo poco incline alla moda e al moderno business.

In fondo l’espressione più autentica di un territorio enologico sono questi personaggi che per intelligenza e umanità ne caratterizzano la storia, il costume e il genius loci. Si fa un gran parlare di straordinari investimenti nel Barolo, di capitali esteri che acquisiscono terreni e cantine; si vende il sito dell’UNESCO come marchio per fare fatturato, ma, a ben vedere, senza queste persone la nostra terra e il nostro vino non avrebbero storia.

La mania di monetizzare tutto, la moda di spaccare il capello in quattro per descrivere il vino, il voler insegnare ai gatti ad arrampicarsi diventano esercizi inutili e stupidi quando il territorio sa esprimere persone come Beppe Rinaldi. Forse proprio in questi momenti ci accorgiamo quanto siano preziose queste figure e come il loro spirito critico è utile al bene comune.

Il bene comune di un territorio che va rispettato e voglio ancora citare il suo pensiero: ”Non si dovrebbe far venire i turisti solo per il vino e il tartufo, va mantenuta la bellezza e l’integrità del paesaggio. Ci vorrebbero dei vincoli a difesa delle varietà dei pochi boschi rimasti e contro il consumo del suolo.”

Questo era Beppe Rinaldi detto Citrico, personalmente perdo un amico sincero con cui ho condiviso anni molto belli e appassionanti. Anche quando le nostre idee non collimavano, l’affetto, la rispettosa amicizia e la dialettica del buon umore ci rendevano più felici. Mi mancherà tanto.

 

Carlo Petrini

da La Repubblica del 4 settembre 2018

  • Hai imparato qualcosa di nuovo da questa pagina?
  • SiNo