Zucchero amaro. La lunga agonia della filiera italiana

Anche se per Julie Andrews nelle vesti di Mary Poppins bastava “un po’ di zucchero”, quella che la filiera saccarifera italiana si trova a mandar giù è una pillola davvero indigesta.

I numeri, riportati la scorsa settimana in un articolo del Fatto Quotidiano, sono impietosi: sedici zuccherifici su diciannove hanno chiuso negli ultimi anni, azzerando l’84% del potenziale produttivo nazionale.

Nel 1948 in Italia si contavano 62 zuccherifici, ridotti a diciannove all’inizio del nuovo millennio, soprattutto fra Veneto, Lombardia, Emilia Romagna, Lazio e Sardegna. All’ultima crisi sono sopravvissuti tre stabilimenti ed entro la fine del 2018 un altro impianto dovrebbe cessare l’attività.

Lo zucchero italiano rappresentava il 17% delle quote di mercato in Europa. Attualmente l’Italia consuma oltre 1,7 milioni di tonnellate a fronte di una produzione interna di 300mila tonnellate, e oltre quattro pacchi su cinque arrivano dall’estero.

Ancora dieci anni fa il settore della trasformazione impiegava direttamente circa 7mila addetti con oltre 230mila ettari coltivati. Ora gli ettari coltivati si sono ridotti a poco più di 30mila.

Eppure, ricorda Coldiretti, i consumi non sono certo diminuiti: lo zucchero rimane un ingrediente fin troppo presente nella nostra dieta, tanto è vero che l’80% dei circa 600mila alimenti industriali, disponibili presso la grande distribuzione, lo contiene in quantità più o meno rilevanti.

Cosa è successo, allora? Grossomodo quel che è avvenuto anche in altri settori agroalimentari: crollo dei prezzi e concentrazione industriale a opera di grandi gruppi. Oggi il mercato continentale è in mano a cinque realtà del Nord Europa che detengono il 75% del comparto.

A fare la parte del leone sono Francia e Germania, dove la produzione è aumentata del 20% nel 2017 portando le eccedenze europee a 3,5 milioni di tonnellate.

Nel nostro Paese, tre giganti stranieri si spartiscono il grosso della torta. Al primo posto c’è la multinazionale tedesca Südzucker, con 31 siti in Europa e 5,9 milioni di tonnellate di zucchero trasformate ogni anno. Segue la francese Cristal Union, con dieci stabilimenti e una produzione pari a 2 milioni di tonnellate per anno, che ha acquisito lo storico marchio italiano Eridania. Infine un’altra francese, la Tereos, primo produttore transalpino con 3,7 milioni di tonnellate e un giro d’affari di 5 miliardi di euro.

L’effetto delle politiche di sottocosto sui prezzi è stato devastante: nel 2018 il valore dello zucchero alla produzione è sceso da 600 euro a 350 euro a tonnellata, con un ribasso di oltre il 40%.

Su questo crollo vertiginoso ha pesato l’eliminazione del regime delle quote produttive, che fino al 30 settembre 2017 fissava limiti ora non più in vigore. Francia e Germania hanno colto la palla al balzo per invadere i mercati europei.

Gli altri invece hanno accusato il colpo, tanto che la coltura della barbabietola rischia di scomparire progressivamente dalla Pianura Padana.

Nell’ultimo consiglio dei ministri agricoli, in Lussemburgo, si è discussa una proposta italiana per attivare lo stoccaggio privato dello zucchero. Secondo il ministro Centinaio, si sarebbe dovuto trattare di una «misura in grado di fornire un segnale ai mercati e contribuire a limitare l’eccesso e, almeno nel breve e medio periodo, bilanciare il mercato».

A favore dell’iniziativa italiana si sono schierati Croazia, Spagna, Ungheria, Polonia, Belgio, Grecia, Romania, Repubblica Ceca e Slovacchia, con l’astensione della Francia. Ma la contrarietà di Olanda, Danimarca e Germania ha fatto saltare il banco.

A difendere lo zucchero tricolore restano i 25mila dipendenti della cooperativa Coprob-ItaliaZuccheri, che riunisce 7mila aziende con 32mila ettari coltivati fra Veneto ed Emilia Romagna. Senza di loro l’Italia, terzo mercato dell’Unione Europea, diventerebbe uno dei pochissimi Stati al mondo oltre a Nigeria, Malesia, Corea del Sud e Arabia Saudita a non avere nemmeno un produttore locale di zucchero.

 

Andrea Cascioli

a.cascioli@slowfood.it

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