Di vino, d’anime e d’animali

Questa settimana riproponiamo dalle pagine di Slow una chiacchierata a tutto campo con Giovanni Lindo Ferretti, storico leader dei CCCP-Fedeli alla Linea (poi CSI e PGR) e visionario profeta del punk italiano: un dialogo tra garfagnine e muli dell’Appennino tosco-emiliano, vino piemontese, pizziche e tarante del sud Italia. Si parla del corpo e dello spirito, del femminile di Dio e del distacco dalla famiglia genetico-politica. E di come una sua personale Terra Madre l’abbia realizzata anche lui.

 

lindo_ferretti5«Guarda la bellezza di questo animale. Guarda la meraviglia del cranio, del profilo». Un dato di fatto, neppure un giudizio. Bastava guardare, bastava avere un occhio svezzato a percorrere i profili di uomini e animali. Bastava dire “quello”. Però sapevo troppe cose per dire solo “quello”.

Sei con Giovanni Lindo Ferretti del quale ti sei riempito orecchie e vita per vent’anni. Lui sta sfogliando la nostra rivista e si sofferma sulla foto di una pecora. Tu la conosci, sai tutto di lei. Sei sopraffatto da quante cose sai, sei ridondante d’informazioni (può succedere quando una pecora diventa un lavoro che non sia all’aria aperta).

Conosco l’animale – glielo dico. È una brigasca. È di un pastore di La Brigue, si chiama Lanteri. E so tante altre cose di lei – ma queste non gliele dico. Ero lì mentre Raffaella scattava la foto, ho conosciuto il pastore, l’ho guardata cento volte quando l’abbiamo impaginata su Slowfood 2, pag. 97. Talmente stravista la pecora, da perderla di vista. Bel cranio? In effetti… Bastava dire, ma soprattutto vedere, “quello”.

Ferretti sfoglia la rivista in un pomeriggio chierese e la guarda con occhi di bimbo e di professore dello stupore. Dunque brigasche le pecore e brigaschi i pastori – l’ultima delle mie petulanze, poi il discorso imbocca binari che non so pilotare, e non so più niente – una popolazione delle tante “occitania” sparse dai Pirenei alla Provenza, dalle valli cuneesi alle chiese catare della pianura padana.

«Sto scrivendo un poemetto sull’Occitania, che recito tutte le sere, in qualsiasi occasione. Sovente aggiornandolo. È dallo scorso inverno che ho sempre una piccola parte del cervello che pensa a questa cosa, da quando ho cominciato a prestare attenzione a un’aria di mare che m’invadeva le narici tutte le volte che tornavo a casa.

Prima ho dato un nome a questo salmastro, l’ho chiamato “odore dell’Occitania”, e un giorno, improvvise, sono sgorgate le prime parole. Per dieci giorni non ho smesso di scrivere, tutte sensazioni all’insegna del piacere e della dolcezza. Poi un’amica di Marsiglia mi ha completamente stravolto il senso, parlandomi della sua Occitania in termini di profondo dolore e rancore. Alla fine ho mescolato i due stati d’animo e sono molto contento del risultato».

Occitania, forma del femminile del dio in Occidente. Forma solo abbozzata e poi niente salmodierà più tardi sul palco del Baraonda Summer Point di Chieri, chiosando un concerto da due ore, di sciamanesimo elettrificato e tante altre cose.

 

Armelinda

Idolo di una gioventù “schierata” negli anni Ottanta, mito in continua evoluzione, sempre diverso/sempre lui, Ferretti ha mutato registro ogni volta che ha rischiato di fare il De Chirico: genio per dieci anni e poi una vita a replicare il momento aureo. Dai palchi della Berlino Est degli anni Ottanta, con sotto, a “pogare”, turchi e punk tedeschi, alle musiche sacre nel santuario di Oropa, liturgico e politico, visionario eppure lucido nei suoi testi e nei suoi cambi di rotta.

lindo_ferretti7Sopravvissuto agli addii di molti musicisti di valore che l’avevano accompagnato per anni e sopravvissuto pure fisicamente – a tre ricoveri gravi – e quindi vivo, “Per Grazia Ricevuta”, che compattato fa P.G.R. Sempre più vicino, anche, a quel che si tratta su queste pagine. Ma poi ti dice che lui è sempre stato così, che di fratture non ce ne sono, e che il percorso è lineare. Ti convince.

«Se io avessi potuto, avrei fatto quello che nella mia famiglia hanno sempre fatto gli uomini e le donne da millenni: il pastore. Non avevo altra ispirazione, da bimbo, che piacere a miei nonni, ai miei zii. E quello che loro facevano per me era meraviglioso. L’impossibilità di questa storia è stata una disgrazia, ovvero la morte di mio padre, la persona su cui si poggiava questa piccola famiglia di montagna che da sempre allevava e transumava. Io sono nato nella nostra cascina di Cerreto Alpi, dove sono tornato a vivere. Mi ha fatto venire al mondo una levatrice che aveva 83 anni, Armelinda, che ha interrotto per un attimo la raccolta delle patate nell’orto. Mia madre, nel lettone dove sono nati bimbi per centinaia d’anni, quand’è arrivata le ha detto: “Armelinda, lì ci sono acqua, sapone e asciugamano”. Lei, che intanto si stava pulendo le mani in un sudicio grembiule, le ha risposto: “non ti preoccupare, ne ho fatti nascere tanti che ormai non mi sporco più”. Antibiotici, medicine, attrezzature: zero. Come succede nei nomadi e nelle famiglie contadine: chi non muore poi è forte».

 

Garfagnine e bergamasche

cccp2«Dopo la morte di mio padre mia madre ha retto per sei mesi, incinta, con a carico una famiglia di vecchi e malati, e un bimbo piccolo. Dopodiché ha dovuto vendere quel po’ di bestie che erano riusciti a mettere insieme dopo la seconda guerra mondiale per ricominciare questa piccola azienda agricola di montagna. Il centro della casa è sempre stato l’allevamento delle pecore. Avevamo garfagnine e bergamasche. La tradizione di questo pezzo di crinale dell’Appennino tosco-emiliano era quella di transumare in Maremma. Storicamente, alle pecore si abbinava un gregge di capre, che sono molto più facili da mantenere e possono passare un pezzo d’inverno in montagna. Il problema delle capre è che ogni tanto vengono messe fuori legge: succede così da tempo immemorabile, ogni tanto non piacciono a un duca o un re, che le bandiscono. Poi, c’erano sempre un po’ di mucche, che noi normalmente non transumavamo per lasciarle con i vecchi a casa. Mucche che noi chiamavamo garfagnine ed erano piccole, lunghe, grigio-nerastre. Una razza rustica, da latte, una mucca-capra che non si vede più da anni, capace di vivere al pascolo per la maggior parte dell’anno. Animali bellissimi da vedere nei prati, pulitissimi, lavati dall’acqua e spazzolati dal vento. Infine si allevavano cavalli, asini, muli come mezzi di trasporto. Gli asini quando eri molto povero – perché mantenere un asino costa molto meno che mantenere un cavallo o un mulo – e servivano per aiutare vecchi e bambini. Un vecchio può caricare qualcosa su un asino, su un mulo è più difficile… Per sei mesi l’anno si stava via da casa, per cui servivano un cavallo e un carro, per transumare, oltre alle bestie, anche le cose.

Ecco. Io avrei semplicemente fatto questo perché è una vita meravigliosa, sebbene sia piena di guai. Come diceva mia nonna: “Vai a letto una sera tranquillo perché hai una stalla meravigliosa e ti svegli la mattina e hai un’epidemia”. Però è una vita che ti dà la possibilità di mantenerti libero di mente. Vivi a contatto con le bestie e con il cielo. E sei costretto a guardarlo. A impararti a memoria i Canti della Divina Commedia».

 

Il corpo, il vino

lindo_ferrettiNell’ultimo album [D’anime e d’animali, registrato con i P.G.R., ndr] ci sono le panche di legno e un convivio che ribolle, il cibo, i brindisi, la festa. Un album più corporale, materiale senza farsi volgare. «Il mio rapporto con il corpo è al tempo stesso facile e difficile. Ho pulsioni contrastanti. Tutti pensano che io sia ascetico, o almeno vegetariano. Non so come si sia potuta creare questa convinzione. In realtà mangio solo carne, perché digerisco solo quella. Il vino, invece, ho incominciato a berlo solo cinque anni fa. E fino al giorno in cui non ho preso a berlo i miei vecchi non mi hanno dato nessuna credibilità. Sebbene li avessi già conquistati un po’, hanno iniziato a fidarsi di me solo dal momento in cui ho messo la bottiglia sulla mia tavola. È oggi parte essenziale della mia dieta: io campo di vino, di pane e di carne. Poi formaggio e olive. Siccome sono un parvenu, ho sempre pensato che i vini esistessero solo nella fascia centrale d’Italia. Credo che sia un vezzo campanilistico di chi non conosce le cose, quando le scopre pensa che esistano solo intorno a lui. Poi si ravvede. Perciò, da tosco-emiliano, ho sempre creduto che il vino migliore fosse quello della Toscana, poi – ahimé – quando trovi una bottiglia piemontese come dio comanda, ti rendi conto che tutti i discorsi fatti prima non valgono! E mi sono innamorato. Anche a un pisano può succedere di innamorarsi di una livornese».

 

L’unicum, la cultura materiale

«Provo molta tristezza per coloro che nutrono il loro spirito cercando di distruggere il corpo, perché finché viviamo sulla terra è un unicum. Non esiste spirito se non c’è corpo. E mi risulta difficile credere il contrario. Ci saranno casi eccezionali, potranno esistere delle deviazioni infinite, che mi affascinano, ma l’idea che possa esistere lo spirito nella nostra vita al di là della carne che lo contiene è per me incomprensibile. Io non so bene come funzioni l’essere umano, però non ho dubbi che quanto accade allo spirito sia in qualche modo un riflesso del modo in cui tocchi le cose. Il tatto modifica il pensiero, quando le tocchi le cose cambiano, diventano un nutrimento e ciò che nutre il corpo nutre anche lo spirito. Se poi pensi che la religione con cui siamo stati allevati – quella cristiana – è tutta giocata sul pane e sul vino. Fino all’avvento della modernità, per costruire una chiesa bisognava costruire una vigna, e non si dava chiesa senza vigna accanto. Perfino gli irlandesi sono riusciti a coltivare la vite nelle isole spazzolate dal vento, perché altrimenti non avrebbero potuto diventare cristiani. Non credo che sia possibile una cultura al di là del materiale. Perché se noi fossimo angeli e stessimo facendo questa discussione in un regno di puro spirito, avremmo altre plausibilità. Ma noi siamo corpi – che è un’accezione molto alta ma anche molto bassa: studiamo, caghiamo, abbiamo il vomito, stiamo male, ci ammaliamo – ma è questo tutto ciò che abbiamo».

cccpD’anime e d’animali è un disco più materiale non solo dal punto di vista dei testi, ma anche musicalmente. Vengono a mancare due elementi importanti della storia dei C.S.I e dei poi P.G.R., e i suoni sembrano scendere dal cielo, per farsi più terrestri.

«Ogni cd è una piccola verità, una piccola storia a sé. Spesso contraria a quello di prima. Quando sono finiti i CSI (2000), i PGR sono fioriti intorno alla voce di Ginevra (Di Marco) e al pianoforte di Francesco (Magnelli). La musica che noi praticavamo era una musica colta, sofisticata, giocata in mezzo a questi due poli. Perdendo questi due elementi la reazione è stata immediata e fortissima. Avrebbe dovuto essere una reazione in perdita, ma non sono sicuro che sia andata così. È stata comunque una reazione, determinata dal fatto che ti viene a mancare qualcosa. Trovarmi di colpo a dovermi fidare solo della mia voce – che non è esattamente quella di Ginevra, bensì contraria – da un lato mi ha costretto a rapportare tutto su di me, facendo fiorire la mia voce, ma dall’altra mi ha permesso di raccontare verità più personali, più schiette, sincere. Il disco è stato scritto in tre giorni e finito in sette. È il primo album costruito interamente a casa mia, nella mia cucina, con la Loredana che faceva da mangiare, con noi che suonavamo fra i miei libri, i miei muri e le mie storie. E una bottiglia di vino sempre aperta, svuotata in fretta. Tutto ciò, senza essere pianificato, di fatto ha dato uno spazio alla parte più vera di me, senza mediazioni. Poi, però, io canto su un palco dove ci sono Giorgio (Canali) e Gianni (Maroccolo), canto me stesso ma non posso far finta che loro non ci siano. È un gioco di equilibri per cui loro non si vergognino di quel che canto io e viceversa. E devo sempre tener conto che vivo in un contesto che – non solo musicalmente – mi sovrasta, e di cui ho bisogno. Tutto, ora, fiorisce in una dimensione più materiale. Perché fa i conti con i propri limiti e con i propri difetti».

 

La pizzica e gli zulù

lindo_ferretti4In ultimo, un album molto slow per quanto è influenzato dalla musica popolare e tradizionale italiana. Si sentono gli echi di Ambrogio Sparagna e di Uccio Aloisi – con i quali Ferretti ha preso a collaborare nell’ultimo periodo – di pizziche, tarantole e tammorre.

«Ho cominciato ad avere questo interesse tre anni fa, quando ho incontrato per la prima volta Ambrogio Sparagna. L’ho conosciuto perché comuni amici – Righi e Gasparini – mi hanno imposto di parlarci. “Non hai idea Ferretti, se conosci Sparagna quante cose potete fare insieme“. Avevano ragione loro. Da quando l’ho incontrato è come se Ambrogio mi avesse spalancato una finestra: “Guarda che meraviglia la tradizione musicale popolare”. E io: “Cazzo! Bello”! E mi sono buttato giù. Da allora è un continuo crescendo, infinito. Quando poi Uccio Aloisi ha concesso “Ferretti può cantare la pizzica”, è come se avessi fatto un master. Ora posso dire: “Ho fatto un master con Aloisi”.

Conosci il nostro progetto di Terra Madre, nell’ottobre torinese. Verrai a trovarci?

«Compatibilmente agli impegni, chissà. L’idea mi piace molto e la condivido. Mi piace questo andare oltre i confini, alle barriere linguistiche. Chiunque zappa la terra, indipendentemente da dove la zappa, ha un rapporto con la terra tale da conoscerne il linguaggio. Io ho già fatto un mio piccolo Terra Madre sull’Appennino tosco-emiliano, e ho fatto incontrare gli zulù ai “miei” pastori. Quando gli allevatori zulù sono entrati in una stalla di Valbora sono impazziti dalla gioia e dalla curiosità. Avevano centomila domande da fare, perché anche loro allevano mucche. Volevano sapere cosa mangiano, come vengono allevate. È una comunicazione giocata su gesti reali, su una verità della vita che è molto facilmente comunicabile al di là della lingua. E ci sono centomila modi per capirci».

 

Alessandro Monchiero

tratto da Slowfood num 6 (ott 2004)

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