Utopie per l’Africa

Siamo di nuovo di fronte alla tragedia, e ancora una volta inermi. E il timore più grande è che quando finirà il cordoglio, l’indignazione, la rabbia non rimanga altro che promesse antisonanti seguite dal niente di fatto. Lo sappiamo tutti: nessuno lascia la propria terra se non è costretto. E spesso chi è costretto ad abbandonare la propria casa, la propria famiglia, la propria gente, i profumi, i luoghi familiari e gli amici lo fa perché vive in una terra che noi abbiamo depredato, sfruttato, distrutto. A che serve dire mai più se poi non facciamo niente per impedire questo vergognoso saccheggio? 

«La tragedia di Lampedusa ci colpisce profondamente. I migranti morti ieri e quelli che in tutti questi anni hanno subito la loro stessa sorte, vengono da Paesi in cui la rete di Slow Food e Terra Madre opera sin dal 2004. Le loro storie sono le storie delle nostre comunità, degli attivisti della nostra rete. Sono storie che sentiamo pienamente “nostre”. Sentiamo la necessità di vivere questa giornata di lutto pensando a loro e impegnandoci a rendere sempre più intenso il nostro impegno. Di seguito alcune testimonianze che speriamo vi possano aiutare a partecipare a questa riflessione sempre più urgente e necessaria»  
Roberto Burdese, presidente di Slow Food Italia

“L’Africa è oggetto in questo momento di una violenza inaudita di cui non possiamo essere complici. È un continente interamente depredato: sotto la terra, per le sue risorse, e sopra la terra, per i suoi terreni fertili.”

Carlo Petrini presenta così, con veemenza, uno dei problemi più gravi dell’Africa. È il terzo giorno della Biennale della Democrazia la manifestazione culturale della Città di Torino che per la sua terza edizione ha scelto il titolo “Utopico. Possibile?”. Mentre il sole regala a Torino un tiepido pomeriggio primaverile, la platea del settecentesco teatro Carignano è gremita per parlare dell’Africa e del fenomeno del land grabbing, l’accaparramento dei terreni fertili che in questo continente, in particolare, sta dilagando in modo virulento.

Sul palco, Mario Calabresi, direttore de La Stampa, modera il dialogo tra Carlo Petrini e Stefano Liberti, giornalista, documentarista e autore di Land grabbing (minimum fax 2011).

“Il land grabbing consiste nella svendita di sterminati appezzamenti di terreni fertili a prezzi irrisori, con conseguenze spesso molto gravi per le comunità locali” spiega Liberti. “Succede a ritmo sempre più serrato in Africa, in particolare, ma anche negli altri continenti: molti governi si lasciano corrompere e cedono migliaia di ettari in cambio di una vaga promessa di sviluppo. Per fortuna però, questo tema sta entrando piano piano nel dibattito pubblico locale, anche grazie all’intervento di sensibilizzazione delle organizzazioni contadine più strutturate.”

L’appropriazione della terra non è un fenomeno nuovo, ma negli ultimi anni ha assunto proporzioni drammatiche. “Con la crisi dei prezzi alimentari del 2008,” racconta Liberti “i primi attori a lanciarsi nella corsa alle terre fertili furono i fondi sovrani. I prezzi delle materie prime alle stelle spaventarono in particolare quei Paesi che più dipendevano dalle importazioni, come l’Arabia Saudita: cosa avrebbero mangiato di lì a poco, petrolio?! Meglio assicurarsi, se non le materie prime, la terra per produrle”. Oggi però la minaccia più grave, per la velocità degli scambi, la scarsa trasparenza e la gravità dell’impatto, arriva dal capitalismo finanziario. “Molti fondi pensione stanno investendo sulla terra, con conseguenze drammatiche sulle popolazioni locali, e spesso chi li sottoscive non è al corrente di queste forme di speculazione.”

“L’accaparramento delle terre” rilancia Petrini “è una forma di neocolonialismo più aggressiva di quella realizzata con le armi. Un’utopia da realizzare subito è quella di fermare questa violenza. In alcuni Paesi africani non esiste un catasto, i terreni sono tradizionalmente gestiti secondo il diritto consuetudinario. Le multinazionali comprano senza problemi migliaia di ettari di terreno e le popolazioni si ritrovano senza la terra per far pascolare i propri animali, per produrre il proprio cibo. E poi ci lamentiamo degli sbarchi a Lampedusa…”.

“Un’altra utopia da perseguire è il cambiamento dell’attuale sistema di sovvenzioni comunitarie: oggi questo modello permette ai produttori agroindustriali europei di vendere cibo in Africa a prezzi inferiori rispetto alla produzione locale.”

La cessione incontrollata di terreni mette in pericolo la vita stessa delle popolazioni locali, la loro sovranità alimentare, crea una frattura insanabile nella trasmissione dei saperi di padre in figlio. “Il land grabbing è espressione di un modello culturale diametralmente opposto rispetto a quello dell’agricoltura di piccola scala” ricorda Liberti. “In Mali come in Senegal questo fenomeno va a braccetto con l’agricoltura intensiva, i trattamenti chimici, la monocultura.”

“Eppure è grazie all’agricoltura familiare che si uscirà dall’emergenza” ribadisce Petrini. “Con il progetto di Slow Food dei Mille orti in Africa che continuerà a crescere, abbiamo piantato solo dei semi di speranza, ma ora vogliamo vederli fiorire.”

In conclusione Carlo Petrini ha lanciato un appello all’Eni che, sponsorizzando la Biennale Democrazia, ha sollevato negli ultimi giorni diverse polemiche, viste le accuse pendenti sul colosso dell’energia italiana. Petrini ha invitato il Presidente dell’azienda a confrontarsi in un dibattito pubblico che coinvolga anche Amnesty International per chiarire come l’Eni intende porre rimedio ai gravissimi danni sociali e ambientali provocati nella regione del delta del Niger.

Visita la sezione sulla campagna di Slow Food contro il land grabbing (in inglese) www.slowfood.com/landgrabbing

Laura Drago

l.drago@slowfood.it

comments powered by Disqus