Un’onda di plastica

Siamo circondati dalla plastica. Non solo quando guardiamo gli oggetti che ci circondano o quelli che utilizziamo abitualmente. Ma anche là dove si pensa non esista, ad esempio nel mare. Dei 300 milioni di tonnellate prodotte ogni anno, tra i 5 e i 13 milioni finiscono in mare. Si trovano sulla superficie del mare, sulle spiagge, sul fondo marino, a tutte le latitudini, anche in zone remote come l’Artico e l’Antartico.

Ormai è entrata nel nostro ciclo alimentare, perché le microplastiche vengono ingerite dai pesci e quindi anche da noi. La plastica sta provocando un impatto ambientale grave, causa la cattiva gestione dei rifiuti a terra. Per fortuna a livello legislativo si sta cercando di porre fine alla produzione di oggetti di plastica monouso, come cannucce e cotton fioc…

Di questo e di molto altro, con dati precisi, analisi approfondite e studi a livello internazionale si parla nel libro, da poco in libreria, Un’onda di plastica, scritto per Manifestolibri da Silvio Greco (biologo marino, dirigente di ricerca dell’Istituto Nazionale di Biologia, Ecologia e Biotecnologie Marine Anton Dohrn e docente di Sostenibilità ambientale all’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo) e Raffaella Bullo (dottoressa in Scienze Ambientali Marine, divulgatrice ambientale).

A seguire la prefazione del libro.

Come abbiamo impacchettato la terra, i mari, la vita

«Vi propongo un esercizio molto semplice. Incrociate le braccia. Osservate quale polso è sopra. Ora riabbassate le braccia. Adesso incrociatele nuovamente. Osservate quale polso è sopra. Tutti quelli che avevano sopra il polso destro entrambe le volte, alzino la mano. Tutti quelli che avevano il sinistro, alzino la mano. Circa la metà.

Quindi, acquisite un’abitudine che va bene per voi. Così è la crescita negli ultimi due secoli. Abbiamo assunto una serie di consuetudini, dalla natura dei sistemi finanziari agli indicatori che abbiamo scelto per il successo, alle norme che impartiamo ai nostri figli. Tutta una serie di abitudini che abbiamo sviluppato e che hanno funzionato bene. Ma alle volte le circostanze cambiano. E ora sono cambiate. Dobbiamo elaborare nuove pratiche, perciò seguitemi. Incrociate le braccia al contrario.

Vi siete accorti di tre cose, che sono valide anche nella nostra ricerca di un mondo sostenibile. Primo, è possibile. Secondo, bisogna rifletterci e probabilmente commettere degli errori quando si comincia. Terzo, è un po’ scomodo all’inizio». È il 2012 e chi parla è Dennis L. Meadows, autore, insieme a Donella H. Meadows, Jørgen Randers e William W. Behrens, del famoso rapporto I limiti dello sviluppo, pubblicato nel 1972.

Nella conferenza organizzata dallo Smithsonian Institution, Meadows, dopo 40 anni dalla pubblicazione del rapporto, si chiedeva e illustrava ai partecipanti della conferenza se fosse troppo tardi per lo sviluppo sostenibile.

Non avremmo mai scritto questo piccolo libricino sulle plastiche, divulgativo e semplice, se non credessimo per davvero che la soluzione e le strade per una sostenibilità umana e ambientale non siano percorribili.

La plastica è di certo un argomento che oggi ha assunto aspetti di urgenza e ben si presta per affrontare temi scientifici e ambientali più ampi e diversi. Come vi accorgerete nelle pagine che seguono, non è un problema apparso solo negli ultimi due anni. In realtà, nelle pagine scientifiche, già negli anni ’60 cominciava a trasparire la preoccupazione degli scienziati marini e terrestri. La plastica era già sotto osservazione, come anche altri fenomeni ambientali riconducibili all’impatto dell’uomo.

Non è un caso che I limiti dello sviluppo sia stato pubblicato nel 1972 e abbia venduto più di dieci milioni di copie in trenta lingue diverse. Immaginatevi un momento di ritrovarvi nelle strade frizzanti e nelle università americane e europee a fine anni ’60. S’incrociano temi come la guerra nel Vietnam, filosofie che mettono in discussione i capisaldi del capitalismo, antesignani della critica alla globalizzazione, i diritti civili ai neri, un’idea di vita diversa e, soprattutto, una visione analitica che non poteva non coinvolgere il mondo scientifico. Il rigore del metodo scientifico del rapporto è stato rispettato con i complicati calcoli della dinamica dei sistemi, nuova branca dei modelli matematici in quel periodo. Nonostante tutto ha consegnato dati e prospettive ambientali ben peggiori di quelli sbandierati dai manifestanti di allora.

Ci siamo anche rivolti al mondo umanistico. L’analisi sociale del degrado ambientale in divenire si rintraccia nelle righe dei libri di scrittori illuminati, nella musica, nella filosofia, nei film. Possiamo ritenerli, a tutti gli effetti, i primi osservatori empirici.

Nelle loro righe si scoprono parallelismi tra corruzione dell’uomo-consumatore e decadimento ambientale in atto. La letteratura di quel periodo nasconde ambientalisti insospettabili. Per questo motivo valutiamo che umanesimo e scienza debbano avvolgersi e aiutarsi a vicenda, mano nella mano, per sviluppare e sostenere una presa di coscienza forte al fine di intraprendere universalmente un rapido cambiamento oramai necessario e impellente. L’ambiente non può più essere considerato solo un campo in mano a movimenti facilmente criticabili e derisi da parte di un establishment economico classico restio alla comprensione degli spazi finiti terrestri. Le scienze ambientali sono una scienza, e pure tra le più aggrovigliate considerata l’enormità dei fattori e delle connessioni infinite degli aspetti che la riguardano. E l’uomo è all’interno di questo complicato sistema con tutte le sue attività, pensiero incluso.

La plastica è la rappresentazione oggettuale per antonomasia di un apparato che non ha agito secondo bisogno e secondo natura ma secondo profitto, ipnotizzando consumatori a un progresso che doveva essere perfetto e indiscutibile. Sappiamo benissimo che la plastica ha permesso attività prima impossibili.

Non è la plastica in sé a essere il male; è l’uso eccessivo e le poche possibilità di sostituzione presenti sul mercato a essere sotto la nostra lente d’ingrandimento.

Gli ultimi dati sulla sesta estinzione di massa prevista per la fine del 2100 causata dal cambiamento climatico originato dall’uomo, previsione presentata proprio dal MIT con la pubblicazione Thresholds of catastrophe in the Earth system (Le soglie della catastrofe nel sistema Terra), fanno sì che tutto debba essere affrontato il prima possibile. L’impatto della plastica, tra le tante emergenze che abbiamo, è una di queste, è enorme e ancora non ne è del tutto chiaro l’effetto futuro. La scienza sta provando a capire, impegnandosi nella traduzione dei fenomeni in atto. Perché sì, gli scienziati sono traduttori veri e propri, al pari dei linguisti. Ci traducono messaggi, ai più incomprensibili, rimettendo un panorama completo: lo stato attuale, le previsioni secondo modelli matematici e le azioni da intraprendere.

Ora serve la filosofia e il coinvolgimento umano. Il dispiacere che proviamo nel nostro intimo nel vedere albatros, tartarughe, balene morte e spiagge deturpate deve diventare azione. Dal pathos possiamo e dobbiamo ripartire per ripercorrere il percorso mentale, già individuato da Aristotele e Eraclito, per interiorizzare la razionalità universale, ossia passare coerentemente al logos, alla forza del ragionamento e del pensiero. Solo sentendo nel più intimo il dolore e la rabbia, solo la razionalizzazione del sentimento scomodo che ci pervade, solo attraverso la comprensione universale del problema grazie ai dati scientifici, frutto di osservazioni e ricerche empiriche sul campo e valutate da esperti, possiamo passare alla terza fase, quella dell’ethos, dell’etica, del comportamento, delle azioni reali da intraprendere velocemente per risolvere i disastri ambientali che stiamo creando. Abbiamo bisogno di tutte e tre le fasi aristoteliche, pathos, logos e ethos per salvare Gaia, la nostra unica casa.

Ci perdonino i puristi delle varie discipline scientifiche e umanistiche. Siamo perfettamente consapevoli che comprenderanno e condivideranno il nostro fine ultimo.

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