Unisg, l’università policentrica

«L’università deve essere il luogo del confronto, dove si produce conoscenza e dove le persone devono dare voce a chi voce non ha. Questa è la potenza rivoluzionaria dell’accademia, ed è per questo che ho voluto farne parte».

Andrea Pieroni, rettore di Unisg

Appare subito ben chiaro il sogno del rettore Andrea Pieroni. Dopo la laurea in Botanica Farmaceutica all’Università di Pisa, inizia, tra dottorato e insegnamento, a girare per le università di mezza Europa, guidato dalla sua passione per l’etnobotanica: «L’etnobotanico studia l’uso tradizionale delle piante perché in questa conoscenza cerca qualcosa che possa essere innestato nel domani. Non si tratta però di allestire un museo, quanto di sviluppare economie di piccola scala, di ricercare la sostenibilità, di implementare uno sviluppo rurale che parta dalla sovranità alimentare. Come molti giovani, avevo l’aspirazione di cambiare il mondo e ho scelto l’accademia perché sono convinto sia un ottimo strumento attivare il cambiamento».

Nel 2009 arriva a Pollenzo, abbandonando l’Inghilterra: «Ho visto attraverso gli scritti di Carlo Petrini l’attività di Slow Food e poi, venendo qua dopo tanti anni all’estero, l’opportunità di costruire quell’università aperta, inclusiva, progettuale e libera da barriere burocratiche che era il mio sogno».

Perché è più facile qui che altrove?

«Non solo perché c’è Slow Food con i sui valori e perché esiste interdisciplinarietà, o perché c’è l’idea di costruire un sistema gastronomico più sostenibile. Ma perché sono convinto che quando ci sono buoni e saldi argomenti questi si realizzano più facilmente in un Ateneo piccolo e giovane dove è più facile sperimentare forme diverse di insegnamento e coinvolgere persone con ruoli e provenienze diversi. Questa è l’idea rivoluzionaria dell’Università diffusa, che non è solo mettere insieme persone lontane nello spazio grazie ai nuovi media, ma costruire link orizzontali per imparare, a partire da prospettive diverse, unendo contenuti classici, accademici, canonici al sapere tradizionale. Perché la conoscenza tradizionale e quella scientifica sono frutti diversi eppure cruciali dello stesso albero. L’università raggiunge il suo obiettivo quando riesce a generare processi sociali che provocano questo tipo formazione e autoformazione che poi è quella che rivoluziona il mondo. Un percorso che va oltre all’istituzione università, che deve rivedere il suo ruolo in una maniera più policentrica, deve essere capace di accogliere, includere, partecipare, andare fuori».

E l’Università di Scienze gastronomiche?

«Oltre a essere piccola e nuova, è soprattutto un’università aperta: a Pollenzo sono passati studenti provenienti da 50 Paesi, tutte persone accomunate dalla stessa una visione del mondo. Ed è proprio questa l’energia di Pollenzo. Al centro non c’è il cibo, ma il cibo è la lente per guardarsi intorno e costruire un mondo più sostenibile e più giusto».

Dopo anni come ricercatore e insegnante, Andrea Pieroni intraprende il delicato compito di rettore con un desiderio: «Traghettare Pollenzo in maniera risoluta verso una dimensione più internazionale e inclusiva. Un’università che prenda posizioni definite, che non stia nel mezzo, un’università che deve avere le sue idee e il suo carattere».

E la relazione con Slow Food?

«Il rapporto con Slow Food è cruciale perché siamo gemelli eterozigoti. Abbiamo funzioni diverse: l’Unisg produce formazione, Slow Food è un movimento culturale, ma abbiamo la stessa visione del mondo. Quale università ha il lusso di avere un’organizzazione internazionale come alleata e con la quale condivide la stessa visione e quale organizzazione ha il lusso di avere un’università che potrebbe essere usata per produrre dati e conoscenze? Dobbiamo cogliere al meglio questa opportunità».

In questi giorni è arrivata una buona notizia dal Ministero dell’Istruzione: la nuova classe di laurea.

«È il riconoscimento, importante nell’ambito del sistema universitario italiano, di un esperimento nato a Pollenzo nel 2004 che ha acquisito una sua dignità e una sua autonomia, una sua rilevanza nel futuro dell’accademia. Per studiare il cibo è necessario affidarsi a discipline scientifiche, ma anche alle scienze umanistiche, sociali e politiche. Che è poi la missione di Slow Food. Questo è importante per noi perché la compartimentalizzazione delle università di oggi è l’anticamera per non risolvere i problemi. Perché l’attualità è complessa, la sostenibilità è un discorso olistico, non si può pensare di raggiungerla a partire da conoscenze puntiformi. Esporsi alla multiversità di questi approcci rende più naturale il raggiungimento della soluzione. E l’effetto è molto ampio di quello che si immagina. Quando uno studente esce dall’Unisg è formato in tante cose, vede il mondo del cibo in maniera diversa, può incidere sul suo cambiamento sia che diventi un cuoco, un manager di un’industria o che lavori alla Fao. In poche parole, siamo sganciati da corsi di laurea pensati da altri a cui dovevamo adeguarci, ora siamo dentro a frame educativi che abbiamo disegnato noi. Ed è un bel privilegio».

 

Valter Musso

tratto dal numero 3/2017 di Slow, la rivista di Slow Food Italia

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