Un pomodoro libero dal caporalato? Funky Tomato è la risposta!

Funky-Tomato-1Fare la spesa è un compito spesso sottovalutato perché l’offerta è sempre più ampia e tanti sono i fattori in gioco per scegliere un prodotto. Ma l’etica è uno di questi?

Sappiamo che non è facile, non possiamo avere la certezza che per produrre quel cesto di fragole nessuno sia stato sfruttato. Perciò vogliamo rendere tutto più semplice: già l’estate scorsa non erano mancati i nostri consigli su dove fare acquisti sostenibili e liberi da caporalato (ne abbiamo parlato anche qui) e anche quest’anno non vogliamo essere da meno. Per darvi una mano a scegliere frutta e verdura cominciamo dai pomodori, immancabili nelle ricette estive.

«Tutti gli interventi legislativi contro il caporalato si basano solo sulla repressione penale ma questo non è sufficiente: servono politiche attive che rendano i braccianti meno vulnerabili. Affinché non cadano nella rete dello sfruttamento bisogna agire d’anticipo e sostenere progetti per l’emancipazione dei migranti», ci spiega il sociologo Domenico Perrotta. E Funky Tomato, di cui Domenico è fra i fondatori, è uno di questi progetti.

Funky Tomato produce e trasforma pomodori di alta qualità liberi da sfruttamento, in aree dove il caporalato è un fenomeno difficile da sradicare. «L’idea nasce da un incontro di esperienze – racconta Domenico -: io sono un sociologo e studio il lavoro dei migranti nell’agroalimentare ma con me ci sono anche un agricoltore, un agronomo, un ingegnere, una scienziata politica e uno scenografo. Abbiamo iniziato l’anno scorso coinvolgendo piccole aziende in una produzione che usa tecniche artigianali a basso impatto ambientale, tutelando i diritti dei lavoratori e integrando nelle aziende i braccianti stranieri vittime di sfruttamento nella filiera del pomodoro industriale».

Funky-TomatoIn pochi ettari fra Campania e Basilicata, nel 2015 Funky Tomato ha prodotto circa 180 quintali di pomodori e circa 18.000 vasetti di conserve. Tutto senza avere capitali iniziali. La produzione è partita grazie al coinvolgimento del consumatore: «Circa 12.000 vasetti sono stati pre-acquistati a un costo minore da ristoranti, gruppi di acquisto solidale, botteghe, associazioni. I ricavi delle vendite (circa 40.000 euro) sono stati utilizzati per pagare le spese, per remunerare il lavoro degli agricoltori che hanno prodotto i pomodori, per pagare l’affitto e le spese del laboratorio. Ma soprattutto per assumere regolarmente quattro persone, impiegate nella lavorazione, raccolta e trasformazione del pomodoro, per più di due mesi». Come si suol dire, fare di necessità virtù.

E il coinvolgimento dei consumatori non finisce qui: sull’etichetta è possibile leggere l’incidenza delle varie voci di costo sul prezzo totale, per una massima trasparenza che ci permettere di sapere veramente cos’abbiamo nel piatto.

Il nome Funky Tomato è nato per rendere il prodotto riconoscibile: «Funky significa autentico, originale e dà un’idea di ibridazione, di coinvolgimento in questioni difficili da affrontare, come lo sfruttamento dei braccianti». Ma funky richiama anche la musica, il genere funk nato negli Stati Uniti, perché i ragazzi hanno deciso di raccontare la produzione in modo piuttosto originale: «Documentari allegri e disordinati per coinvolgere e parlare non solo del prodotto ma anche delle persone che ci lavorano». Sul loro sito trovate musiche, video e poesie perché «il pomodoro, la salsa, sono solo parte dell’opera» nell’ambito di un progetto culturale completo, per dare valore a una terra e ai suoi frutti.

Funky Tomato si appresta a dare il via al secondo round: oltre che liberi da sfruttamento, i loro prodotti sono anche buonissimi, perciò non perdetevi la salsa, la passata o uno degli altri trasformati. Coinvolgete amici, parenti e colleghi per l’ordine minimo di 360 unità ma se non ci riuscite qui trovate l’elenco di negozi e ristoranti in tutta Italia dove potete acquistarli.

 

 

Francesca Monticone

f.monticone@slowfood.it

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