Un latte vale l’altro?

Contratti disdetti e tonnellate di latte da buttare. Venerdì scorso, solo Piemonte, l’industria ha deciso di non ritirarne oltre 700 quintali. Nell’ultimo anno 1500 aziende (dati Coldiretti) hanno chiuso i battenti, 430 stalle solo in Veneto. A un anno dal pensionamento delle quote latte, sembra regnare il caos. E la disperazione.

Mucche al pascolo nei pressi di Sappada (Belluno), in una immagine del 26 agosto 2011. ANSA/GABRIELE DE RENZIS

«La situazione è drammatica. Con l’uscita dalle quote latte siamo entrati in un regime di totale schizofrenia, l’unica legge in vigore è quella della domanda e dell’offerta» denuncia Bruno Bernardi, direttore dell’associazione degli allevatori veneti Aprolav. «Non si è tenuto conto del fatto che Paesi diversi hanno costi diversi. Pensiamo agli immensi pascoli irlandesi, sempre verdi: vacche al pascolo tutto l’anno e costi di produzione che superano di poco la metà dei nostri. L’Irlanda ha in programma un aumento della produzione del 50%. Sono a buon punto: rispetto allo scorso anno registrano più 18%». Anche la distribuzione ha le sue vie privilegiate, pensate che: «La cooperativa olandese FrieslandCampina riesce a trattare 100 milioni di quintali di latte l’anno. Quasi l’intera produzione italiana nel 2015 ammontava a 11.156.586 . E come se non bastasse il consumo delle famiglie cala: «Il latte di mandorla o di soia è sempre più diffuso. Tra l’altro bisognerebbe indicarle come bevande alla mandorla o alla soia. Il latte è un’altra cosa». Ma se non si può certo imputare il disastro cui stiamo assistendo a mode alimentari, è vero che da qualche parte i conti non tornano.

Una volta abolite le quote: «Si pensava che l’aumento di produzione sarebbe stato assorbito dal mercato cinese, ma così non è stato». Anzi mentre le stalle europee hanno prodotto il 3,2 per cento in più, il fabbisogno cinese del latte in polvere è calato del 22%. Un’eccedenza simile non può che penalizzare chi ha costi più alti. «In Italia arriva latte dall’Ungheria, dalla Slovacchia, Lituania, Repubblica Ceca a 20, 23 centesimi a litro» Ma il latte è tutto uguale? «Beh è bianco…» risponde con amara ironia Bernardi. A farne le spese non sono solo gli allevatori costretti a spuntare prezzi inferiori ai costi di produzione: «I consumatori non sanno quale latte è stato usato per produrre un formaggio a marchio italiano che deducano essere fatto con prodotti del nostro paese. L’indicazione di origine degli ingredienti in etichetta è indispensabile oltre che urgente. Non sarà una panacea, ma qualche cosa fa». E poi? «Servono interventi politici e amministrativi: la burocrazia è asfissiante, non solo devono fronteggiare la concorrenza spietata dei paesi nordeuropei, ma a casa gli allevatori devono fare i conti con cavilli, norme astruse e scartoffie infinite». C’è bisogno di regolare il mercato dunque? «È ovvio che i caseifici sono tentati di usare il latte meno costoso e aumentare i profitti. Ma di questo passo, in Italia questo settore scomparirà» .

 

Michela Marchi
m.marchi@slowfood.it

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