Ttip, il ministro francese: «Petrini ha ragione, gli europei difendano la qualità della vita»

ttip«Lo ha detto molto bene su Repubblica Carlo Petrini: spetta a noi difendere una certa idea di “qualità della vita”. Spero che il dibattito sul Ttip avvii una presa di coscienza europea»: a parlare è il segretario di Stato francese per il commercio estero, Matthias Fekl, intervistato da Repubblica all’indomani della presa di posizione del governo Hollande sullo stato delle trattative tra Usa e Unione Europea.

Fekl, che cita l’articolo del fondatore di Slow Food pubblicato lo scorso 4 maggio, è colui che regge le fila del dossier Ttip per conto della Francia ed è chiaro su un punto: «Se le condizioni sono queste, allora diciamo di no al trattato di libero scambio tra Europa e Usa».

Le ragioni della contrarietà di Parigi al maxi accordo commerciale sono molteplici: troppe poche le concessioni fatte dagli Stati Uniti, troppo debole – da parte europea – la difesa del made in France (o del made in Italy) e di quella “certa idea di qualità della vita” che vi è associata. Anche sulla tutela dell’ambiente e dell’accordo sul clima raggiunto a COP21, nonché sull’equità e la trasparenza dei negoziati, c’è più di un motivo per essere preoccupati.

Rimane uno scoglio insuperabile, conferma il ministro, la questione della tutela delle denominazioni d’origine. Sebbene i partigiani del Partenariato transatlantico cerchino di vendere l’accordo come uno strumento di protezione di Doc e Docg, la realtà delle trattative descritta da uno dei suoi principali protagonisti è ben diversa: «Francia e Italia hanno molti interessi in comune, interessi che non vengono tenuti abbastanza in conto. – avverte Fekl – Anzitutto, entrambi abbiamo a cuore le denominazioni d’origine e le indicazioni geografiche. Questa è una gran posta in gioco, ma gli americani non ne vogliono sapere! L’Italia ha 280 prodotti a denominazione d’origine protetta (esclusi gli alcolici). È il più gran numero d’Europa! E non sono protetti, negli Usa. Un rapporto di Montecitorio stima che, sui 24 miliardi di euro annui del giro d’affari di alimenti spacciati per essere italiani, solo 3 miliardi lo sono davvero. È un problema che anche la Francia conosce bene. Possiamo accettare che le cose non cambino? Poi c’è la questione della reciprocità: i mercati pubblici europei sono aperti al 90% e passa, quelli Usa a meno del 50%. Si tratta di una sfida chiave per le piccole e medie imprese, per le Pmi e le Eti dei nostri Paesi. Perché i negoziati procedano, gli americani dovrebbero accettare di aprire di più il loro mercato. Non c’è abbastanza coscienza, in Europa, delle restrizioni imposte ai nostri prodotti: non possiamo neppure esportare yogurt e burro, noi, negli Usa!».

Fekl considera un successo il fatto che sia stato in sostanza bocciato uno dei punti più controversi del possibile accordo, l’istituzione di corti arbitrati private tra Stato e multinazionali (secondo il meccanismo detto “Isds”, Investor-State Dispute Settlement). Tuttavia è la natura stessa dei negoziati transatlantici, i cui atti sono pressoché inaccessibili agli stessi rappresentanti parlamentari dei cittadini europei, a dover esser messa in discussione: «Alla crisi democratica europea bisogna rispondere con la trasparenza a tutti i livelli. Succede troppo spesso, oggi, che le lobby scavalchino i cittadini e persino i parlamentari nell’accesso alle informazioni. È inaccettabile: io sono per gli “open data” nei negoziati commerciali. Se non puoi assumerti la responsabilità di un accordo davanti al popolo europeo, allora vuol dire che non va negoziato!».

La versione integrale dell’intervista può essere consultata online sul sito Repubblica.it.

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