Troviamo una soluzione al genocidio dei pastori sardi

Sul problema del latte alimentare e dell’allevamento dobbiamo ammettere che come Slow Food abbiamo sbagliato prospettiva: abbiamo concentrato tutte le nostre iniziative e le nostre azioni di valorizzazioni sui produttori di piccola scala cercando di tracciare un confine netto tra la produzione artigianale (a latte crudo, con animali di proprietà, senza fermenti industriali) e quella industriale.

Ma ci siamo dimenticati che dietro le industrie vivono, producono e soffrono migliaia di allevatori. Allevatori che, in gran parte, lavorano bene, con passione, con dedizione che in questo momento siano essi allevatori vaccini o allevatori ovini non riescono più a sostenersi.

È tempo di distinguere le responsabilità del settore lattiero-caseario: i prezzi bassi imposti dalle logiche della grande distribuzione e della globalizzazione non colpiscono soltanto i listini dell’industria, colpiscono il prezzo del latte all’origine. In questa spirale negativa ci sono anche le colpe dei consumatori i quali accettano prodotti banali, poco legati al territorio, semplici, purché costino poco.

L’attuale problema del latte sardo fa riferimento a questo tipo di questioni sicuramente: un colosso, il pecorino romano che assorbe il 60% del latte sardo, e un numero di cooperative, circa una trentina, che negli anni hanno sempre più banalizzato il formaggio all’inseguimento di un consumo che non li premiava. Se poi mettiamo in conto che gli accordi sui limiti di produzione non hanno mai funzionato e che lo sforamento delle quote di produzione stabilite è una pratica comune soprattutto tra i produttori di pecorino romano possiamo ben comprendere a come si sia arrivati a questo stato drammatico di crisi. Da un lato gli allevatori che percepiscono solamente 55 centesimi al litro – e che soltanto tre anni fa circa ne percepivano quasi il doppio – dall’altro le industrie che trovandosi dell’invenduto in casa spingono all’inverosimile l’abbassamento del prezzo.

Trovare soluzioni a questo stato di cose non è una cosa semplice. Se vogliamo evitare però di assistere a un vero e proprio genocidio, all’estinzione di una pratica millenaria come la pastorizia sarda, una pratica che peraltro è svolta bene, con gente dedita, convinta, appassionata, dobbiamo elaborare una solida via di uscita. E come Slow Food possiamo e vogliamo provarci. Se è vero che abbiamo sbagliato prospettiva, come ho affermato in apertura, è vero anche che abbiamo esperienza e competenze che possono aiutarci a cambiare punto di vista. Ci stiamo già lavorando anche in vista di Cheese 2019. Ci rimettiamo in gioco.

Piero Sardo
p.sardo@slowfood.it

Presidente della Fondazione Slow Food per la Biodiversità

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