Troppi antibiotici, ma l’Ue abbassa la guardia. La denuncia del Guardian

Settecentomila l’anno. Questa l’ultima stima dei decessi causati dalla resistenza agli antibiotici. Una cifra destinata a salire se le istituzioni internazionali non adotteranno contromisure al più presto: per gli esperti entro il 2050 saranno 10 milioni le vittime l’anno.

La comunità scientifica non usa mezzi termini: secondo Sally Davis, responsabile dell’Agenzia del farmaco del Regno Unito, ulteriori ritardi nell’assunzione di una posizione netta potrebbero portare «alla fine della medicina moderna», in quella che viene definita un’apocalisse post-antibiotica, perché le normali infezioni sono sempre più resistenti ai trattamenti di routine.

Ora un articolo del The Guardian rilancia l’allarme. Sull’edizione internazionale i giornalisti britannici rendono pubbliche una serie di documenti riservati dell’Unione europea che proverebbero la cancellazione dei piani per la riduzione dell’inquinamento farmaceutico, pratica responsabile della diffusione dei superbatteri che non vengono più sconfitti dai classici farmaci in commercio. Nei file segreti scoperti e pubblicati dal Guardian emerge la volontà dell’Europa di non attuare nuovi piani per monitorare aziende agricole e farmaceutiche.

L’Ue, secondo le indiscrezioni giunte alla testata inglese, aveva programmato una strategia per ridurre le minacce all’ambiente da un uso scriteriato di farmaci. Il piano, più duro in una prima stesura, sarebbe poi stato annacquato.

A mancare nella versione definitiva è la proposta di inserire criteri ambientali nei trattati interazionali intesi come “buone pratiche di produzione”, criteri che avrebbero consentito a ispettori dell’Ue di visitare fabbriche in Asia e Africa per raccogliere prove dell’inquinamento farmaceutico che, se confermato, darebbe vita a sanzioni. Anche verso l’India, colosso demografico ed economico, l’Europa avrebbe potuto esercitare una influenza positiva. L’India è infatti uno Stato simbolo, perché è nel subcontinente con capitale Delhi che si sono creati poli industriali per la produzione di medicinali per conto dell’Occidente, e non solo. Tanto che i fiumi navigabili hanno raddoppiato i tassi di inquinamento causato dagli scarichi industriali.

L’Ue non commenta le fughe di notizie e minimizza. Il Guardian riporta una dichiarazione attribuita alla Commissione europea: «Non c’è stata nessuna particolare pressione sui funzionari che hanno redatto la bozza». Non la pensa così Nusa Urbancic, portavoce della Changing Marktest Foundation (Ong che vigila sui mercati): «Ci sono prove schiaccianti che l’inquinamento farmaceutico contribuisca alla proliferazione di batteri resistenti agli antibiotici e ci stupisce molto che la Commissione europea abbia deciso di non includere restrizioni ambientali nelle sue linee guida. La strategia di Bruxelles è già stata posticipata di tre anni. Sull’indebolimento di questo progetto ci sono le impronte digitali dei colossi del settore farmaceutico».

Una questione rilevante per le importazioni, ma anche per le produzioni interne all’Ue. Il 70 per cento degli antibiotici venduti nel Vecchio Continente, infatti, viene utilizzato nelle fattorie industriali intensive per far fronte a scarsa igiene, sovraffollamento e stress che causano numerose malattie negli animali d’allevamento. Gli antibiotici, quindi, raggiungono il nostro sistema idrico attraverso il letame animale, inquinando l’ambiente e mettendo a rischio la nostra salute. Una strategia europea sui prodotti farmaceutici nell’ambiente avrebbe dovuto affrontare in modo significativo questi problemi urgenti. La resistenza agli antibiotici ha un costo enorme per la salute umana: tra 25.000 e 30.000 persone muoiono in Europa ogni anno a seguito di infezioni resistenti ai farmaci e alcuni esperti ritengono che la resistenza ai farmaci potrebbe diventare la principale causa di morte nel mondo in pochi decenni.

Abbiamo bisogno di un piano che affronti questo problema, o le conseguenze per la nostra salute e l’ambiente nei prossimi anni saranno disastrose.

 

Andrea Garassino
a.garassino@slowfood.it

Fontii

The Guardian

 

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