Terremoto: ripartire dagli artigiani del cibo

È stata un’altra terribile notte per l’Italia intera. Come dopo quel 24 agosto di un anno fa, nell’isola d’Ischia c’è chi si risveglia senza un punto di riferimento e senza poter riconoscere un paesaggio familiare in mezzo alle rovine. Alle popolazioni colpite dal sisma, così come a quelle che affrontano già da mesi le stesse difficoltà, va la vicinanza di tutta la rete associativa di Slow Food Italia.

Siamo già a fianco delle comunità e dei produttori del Centro Italia con La buona strada: con il vostro aiuto possiamo finanziare una serie di progetti pensati e realizzati dai territori secondo le esigenze di chi ci vive. Aiutaci ad alimentare la speranza!

Ricostruire il tessuto sociale e comunitario di un luogo è opera assai più lunga e complicata che restituire alle persone infrastrutture, case, stalle, laboratori. Lo dimostra la situazione del nostro Centro Italia, colpito lo scorso agosto da scosse di terremoto che hanno raso al suolo alcuni paesi di Umbria, Lazio, Abruzzo e Marche. 

La ricostruzione è ancora molto lontana dall’essere partita con decisione, in alcuni casi non sembra essere cambiato nulla dall’alba del 25 agosto del 2016, il giorno dopo la scossa, mentre in altri si vedono i primi segnali positivi, come la consegna delle prime casette che consentiranno (o almeno questa è la speranza) alla popolazione di trascorrere un inverno più agevole, ancorché da sfollati. Tra le persone più colpite, trattandosi di un’area del nostro paese a vocazione prevalentemente agricola, ci sono ovviamente i contadini, gli allevatori e gli artigiani del cibo. In molti casi hanno perso animali, laboratori, attrezzature e, come tutti, attendono fiduciosi che la macchina organizzativa dello Stato risponda alla chiamata della popolazione. Situazioni diverse, territori diversi, storie naturalmente diverse. 

C’è tuttavia un aspetto che accomuna molte delle esperienze agricole che ho avuto modo di conoscere dopo il sisma: la sensazione che in qualche modo la cosa più urgente da ricostruire sia il tessuto sociale, il rapporto che i cittadini dei luoghi colpiti dalla tragedia avevano con i produttori del cibo del territorio, non solo in termini commerciali. Da più parti si avverte uno scollamento, certamente dovuto al trauma che il sisma ha rappresentato e rappresenta ma non per questo meno preoccupante per chi, come i contadini, gli allevatori e gli artigiani del cibo, non ha altro modo di voltare pagina se non quello di riprendere a produrre come faceva prima (o avvicinarcisi il più possibile), di rimettere mano alle proprie stalle, ricostruendole, ricominciando a mungere i propri animali, a smielare i propri favi, a imbottigliare il proprio vino, risistemando i propri laboratori. I mercati contadini, dove esistevano, faticano a ripartire, sono spesso poco frequentati. Il commercio di prossimità è crollato, anche dove le attività non hanno subito danno o sono già ripartite con vigore. 

È chiaro che la precarietà del post terremoto gioca un ruolo principe in questo processo, e forse qualcuno potrebbe pensare che, in un momento in cui ancora la maggioranza della popolazione colpita non ha ricevuto l’adeguata assistenza, non ha una casetta e non sa ancora dove passerà l’inverno, quella del legame tra produttori di cibo e cittadini sia una preoccupazione superflua, addirittura frivola, persino insensibile. Io penso che non sia affatto così, credo che al contrario sia necessario agire fin da ora per invertire questa tendenza. Perché quando queste fratture si creano, poi non è semplice ricucirle. Una sensazione di solitudine e di smarrimento, quella manifestata da diversi produttori, che infatti non riguarda solo i contadini dei 139 comuni inclusi nel “cratere del sisma”, dunque l’area colpita direttamente, ma anche coloro che lavorano nelle aree immediatamente limitrofe. 

E allora tocca a noi cittadini mobilitarci, proporre soluzioni, intraprendere iniziative. Immediatamente dopo le prime scosse, da molte parti si lanciarono iniziative di solidarietà, raccolte di fondi e di materiali. Come spesso è accaduto, la risposta degli italiani non si è fatta attendere e molto è stato fatto grazie a quegli sforzi. Oggi però bisogna porre le basi per fare qualcosa in più, qualcosa che possa garantire un impatto nel lungo periodo. Iniziative come le comunità di supporto possono rappresentare un passo in questo senso: cittadini che si impegnano a sostenere le produzioni locali con acquisti anticipati che consentono ai produttori di non indebitarsi e di avere il prodotto venduto in anticipo. Allo stesso modo un progetto come La buona strada, che Slow Food Italia ha lanciato e che mira ad acquistare caseifici mobili, furgoni attrezzati e altri strumenti che consentano di far ripartire produzione e vendita per coloro che hanno perso tutto, può costituire un passo importante. Queste iniziative non solo costituiscono una leva potente dal punto di vista economico, ma consentono anche di ricostruire relazioni e legami, di rendere più denso il tessuto sociale di una comunità, di disegnare un paradigma di futuro possibile. È un compito, questo, che non possiamo e non dobbiamo lasciare in mano a chi vive nelle aree del cratere, ma che dobbiamo assumere tutti quanti, con spirito di solidarietà e di partecipazione. 

Il futuro del centro Italia è il futuro di tutta la nostra penisola, occorre ragionare in maniera coesa e costruttiva. Solo così potremo davvero ridare slancio e futuro a questa meravigliosa parte del nostro paese.

 

Carlo Petrini

da La Repubblica del 21 agosto 2017

  • Hai imparato qualcosa di nuovo da questa pagina?
  • Si   No
SlowFood, Prendici Gusto, diventa socio
comments powered by Disqus