Terra di nessuno. L’agricoltura intensiva ha inaridito un terzo del suolo fertile

Un terzo del suolo terrestre è gravemente degradato a causa dell’agricoltura. Lo sostiene un recente studio sostenuto dalle Nazioni Unite e pubblicato sul Guardian, dove si invoca senza mezzi termini l’abbandono dell’odierno modello agricolo «intensivo» e «distruttivo» che fa perdere suolo fertile a un ritmo di 24 miliardi di tonnellate l’anno.

Il Global Land Outlook è ritenuto lo studio più esaustivo realizzato sinora in questo ambito, poiché propone una mappatura collegando fra loro le ripercussioni di urbanizzazione, cambiamento climatico, erosione dei suoli agricoli e perdita di foreste. Per il settore agricolo, in particolare, il rapporto evidenzia come i raccolti intensivi e l’abbondante uso di prodotti chimici abbiano sì aumentato la produttività, ma a discapito di una sostenibilità sul lungo termine.

Anche un documento del Centro comune di ricerca della Commissione europea (DG-JRC) conferma i risultati dell’indagine delle Nazioni Unite: negli ultimi 20 anni la produzione agricola è triplicata, mentre è raddoppiata la quantità di terre irrigate. Allo stesso tempo però si è ridotta la fertilità del terreno e sono cresciuti l’abbandono dei campi e la desertificazione.

«Il processo che sta portando all’esaurimento di terre fertili, abbinato alla crescita della popolazione, intensifica la lotta per il controllo delle terre tra i Paesi a livello globale», ha affermato Monique Barbut, segretario esecutivo della Convenzione contro la desertificazione (Unccd), in occasione del lancio dello studio. Barbut ha poi proseguito: «Per minimizzare le perdite dev’essere nell’interesse di tutti fare un passo indietro e ripensare alle modalità di gestione della competizione». Ovvero, ripensare il modello agricolo imperante basato sul cibo come commodity.

Gli impatti di questo processo variano a seconda della regione. A essere più colpita è sicuramente l’Africa subsahariana, seguita da Asia meridionale, Medio Oriente e Nordafrica. Ma in Europa la cattiva gestione delle terre continua a erodere 970 milioni di tonnellate di suolo l’anno, con conseguenze non solo sulla produzione di cibo ma anche sulla biodiversità e sulla resilienza alle catastrofi naturali.

«L’agricoltura industriale è adatta a sfamare le popolazioni ma non è sostenibile. È paragonabile a un’industria estrattiva», afferma Louise Baker, capo delle relazioni esterne delle Nazioni Unite, citato dal Guardian. A suo avviso, il fatto che il degrado oggi tocchi un terzo delle terre dovrebbe indurre gli Stati a intervenire con urgenza. «È un dato abbastanza spaventoso se si considerano i tassi di crescita della popolazione. Ma non siamo al capolinea: se i governi faranno scelte intelligenti la situazione potrà migliorare», conclude Baker.

 

Maurizio Bongioanni

m.bongioanni@slowfood.it

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