Terra dei fuochi, nuovo studio: nel 99,98% dei casi i campionamenti superano i test

Era il marzo 2014 quando il ministero delle Politiche Agricole annunciava il divieto di immettere sul mercato i prodotti ortofrutticoli provenienti dai terreni a rischio contaminazione della Terra dei Fuochi. Un divieto che sarebbe durato «fino a nuovi accertamenti». Tre anni e mezzo dopo, l’Istituto Zooprofilattico del Mezzogiorno di Portici un accertamento l’ha dato, e pure chiaro: da una ricerca scientifica condotta su 1,3 milioni di ettari di territorio regionale campano, risulta che solo 33 ettari sono contaminati e solo 6 i casi di positività alle contaminazioni su circa 30 mila campionamenti, effettuati presso 10 mila aziende del settore agroalimentare.

Ciò significa che nel 99,98% dei casi i campionamenti hanno superato i test.

Angelo Limone, direttore dell’Istituto, nell’ambito dell’iniziativa “Le nuove frontiere della Ricerca su Ambiente, Cibo e Salute”, ha descritto il caso della Terra dei Fuochi come una gigantesca «fake news», esplosa all’indomani delle rivelazioni del pentito di camorra Carmine Schiavone sul traffico e interramenti di fusti velenosi in vaste aree della Campania. La psicosi collettiva scoppiata dopo la confessione, ha generato una contrazione notevole delle vendite di prodotti campani in Italia e nel mondo per una perdita quantificata in 300 milioni nel 2014 e di 200 milioni nel 2015 e un ribasso dei prezzi tra il 25 e il 75%.

Insomma, secondo la ricerca, a cui hanno preso parte oltre 50 istituti scientifici coordinati dall’Istituto Zooprofilattico, le contaminazioni ad ampio raggio delineate da Schiavone non trovano riscontro nella realtà. Sebbene gli scienziati ci tengano a sottolineare come nella regione permanga un problema di smaltimento dei rifiuti, di discariche abusive e inquinamento dell’ambiente, la Campania non è da considerarsi quella “Terra dei Veleni” che il mondo dell’informazione ha contribuito a dipingere.

D’altronde Slow Food, subito dopo la decisione del ministero di limitare la vendita dei prodotti campani, aveva avvertito degli effetti del rischio psicosi e di come contratti annullati, mancato ritiro della merce, disdetta degli ordini, prodotti fermi al supermercato hanno messo in ginocchio gli agricoltori campani. Inoltre, per frenare l’ondata di panico, il Consorzio di Tutela della Mozzarella di Bufala Campana Dop aveva lanciato l’Operazione Trasparenza giungendo alla conclusione che nessuno dei campioni raccolti fosse contaminato dal batterio brucella e che il livello di diossina fosse venti volte più basso del limite consentito dalle normative comunitarie sulla sicurezza alimentare.

Produttore della papacella napoletana, Presidio Slow Food

«Abbiamo sempre sostenuto l’esistenza di ampi margini di sicurezza su questi prodotti e la nostra posizione è il frutto di controlli e di analisi che noi stessi abbiamo ordinato sui Presìdi Slow Food e altri prodotti provenienti da quelle aree» commenta Gaetano Pascale, presidente di Slow Food Italia. «È evidente che in molti, in troppi, ne hanno parlato senza aver approfondito ciò che stava accadendo, preferendo il sensazionalismo. Nel frattempo molti produttori hanno subito dei danni enormi senza aver alcuna colpa e perciò c’è da augurarsi che, almeno in termini di comunicazione, questa riabilitazione possa risarcirli parzialmente» conclude Pascale. «Siamo d’accordo che la salute debba venire prima di tutto però senza screditare ingiustamente il lavoro degli agricoltori e approfondendo sulle notizie da diffondere».

Maurizio Bongioanni
m.bongioanni@slowfood.it

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