Terra, anno zero. Mercalli: «Sui cambiamenti del clima c’è tempo solo fino al 2020»

«Le leggi fisiche non perdonano, non aspettano i nostri indugi. Se il malato è grave non si può cincischiare, altrimenti il malato muore. Per giunta, al punto in cui siamo, possiamo lavorare per alleviare i sintomi, ma non possiamo più guarirlo. Avremmo dovuto iniziare 30 anni fa: questa è la più grande emergenza che l’umanità abbia mai dovuto affrontare, ma non sembra averne chiara la gravità».

Con queste parole chiare e perentorie inizia la chiacchierata sui cambiamenti climatici con Luca Mercalli, presidente della Società Meteorologica Italiana e divulgatore scientifico, conosciuto per le sue rubriche giornalistiche e i libri (segnaliamo Il mio orto tra cielo e terra). Il suo messaggio è chiaro: non c’è più tempo da perdere. E anche per questo Slow Food lancia Menu for Change, la prima campagna di comunicazione e raccolta fondi internazionale che evidenzia la relazione tra produzione alimentare e clima che cambia.

«Ci sono mutamenti evidenti, per ora ancora gestibili: ma i ghiacciai delle Alpi si sono dimezzati in un secolo, il livello del mare è salito di 20 cm nello stesso periodo, viviamo ondate di calore inedite in Europa (come i 40 gradi in pianura Padana). A cascata ognuno di questi fenomeni provoca delle alterazioni negli ecosistemi, come la presenza di parassiti prima inesistenti che mettono in difficoltà la nostra agricoltura, o il proliferare di insetti che trovano condizioni migliori. Alcuni portano malattie per gli uomini, ad esempio la zanzara tigre in Italia. Siccità, uragani e alluvioni sono eventi sempre esistiti, ma non di questa portata e intensità. Il vero rischio, però, è il vertiginoso aumento della temperatura, un fenomeno che ha avuto un’accelerata negli ultimi 30 anni. Per correre ai ripari abbiamo tempo solo fino al 2020».

Ben prima di quanto previsto dall’accordo di Parigi: «Che arriva tardissimo con più punti di debolezza che di forza: il contenimento ai 2 gradi entro il 2100 ipotizzato sulla carta è diventato di 2,7 gradi nell’accordo finale. Con l’uscita degli Stati Uniti arriveremo a 3. La scelta di Donald Trump di sfilarsi dall’accordo peggiora la situazione con una pessima azione di comunicazione globale: alla gravità politica di non riconoscere l’accordo, aggiunge il messaggio che il cambiamento climatico è una bufala. Un’azione che scredita la scienza e gli altri governi. Se gli Usa stanno fuori dagli accordi di Parigi e quindi dalle scelte relative alla tassazione dell’uso dell’energia fossile, l’economia mondiale viene destabilizzata: se voglio fare affari e ho una fabbrica inquinante vado a costruirla negli Usa, come è successo prima con la Cina».

«La mia sensazione – aggiunge Mercalli – è che ci avviciniamo sempre più a un punto di non ritorno. In questo momento non vedo le condizioni per arrivare in tre anni a un mondo che va avanti dritto alla meta senza indugi con scelte incisive. Vedo tentativi di mantenere viva questa fiammella da parte dei Paesi europei, incluso il Vaticano di papa Francesco. Ma il problema di fondo è che non abbiamo il tempo. È un’azione globale che non può essere lasciata ai singoli Stati».

Assistiamo alla sesta estinzione di massa della storia della Terra senza fare nulla. Indifferenti al fatto che l’area ad alto rischio siccità passerà nel 2070 dal 19 al 35% dei terreni e il numero di affamati crescerà di parecchi milioni nel giro di pochi anni: si prevede che nel 2050, solo in America Latina, metà dei terreni agricoli saranno colpiti da desertificazione e salinizzazione. Non solo stiamo ballando sopra al Titanic, ma ci consoliamo con battute come “se aumentano le temperature spenderemo meno di riscaldamento”: «Questo è uno dei motivi che mi fanno pensare che non ce la faremo senza pagare un prezzo elevato in termini di conseguenze. Quando ci accorgeremo della complessità e dimensione del problema sarà troppo tardi. Non siamo preparati: con tutta l’informazione che su questi temi è circolata negli ultimi 30 anni queste frasi non si dovrebbero più sentire».

Fermi al qui e ora, possiamo pensare che tutto sommato non è male un po’ più caldo d’inverno: «Peccato che non consideriamo che, se non nevica abbastanza, la conseguenza è la mancanza d’acqua in estate. Ora ci lamentiamo per 10 giorni di caldo all’anno, quando saranno 3 mesi a 50 gradi anche la nostra vita sarà in pericolo, la Pianura Padana non sarà più coltivabile e il nostro clima assomiglierà a quello del Pakistan. Non stiamo parlando di ere geologiche, ma di quel che accadrà dal 2050 in poi. Per capirci, chi ha oggi 10 anni vivrà a pieno questa catastrofe. Sono i nostri figli, i nostri nipoti».

Ci sono però Paesi virtuosi: «Quelli scandinavi e la Germania, dove la cancelliera Angela Merkel si sta battendo molto, sono gli unici che hanno modelli di educazione sul tema ambientale e anche risposte concrete, sia pure non risolutive. Al Nord temono in particolare che parassiti derivanti dall’aumento delle temperature possano attaccare le loro foreste, fonte di ricchezza. Le variazioni troppo rapide in natura non sono tollerate: nel lungo periodo si possono metabolizzare, nel breve, un secolo, portano più svantaggi che vantaggi».

Non altrettanta consapevolezza si trova nel nostro Paese: «In Italia l’ambiente è considerato un argomento di serie B: non è politicamente rappresentato. Questo è un problema perché poi a cascata mancano una serie di azioni coerenti. Esistono tante piccole iniziative valide, ma non c’è una visione d’insieme. E l’economia ha sempre la meglio: per salvare le banche venete con un provvedimento d’urgenza, votato nella notte, si è chiesto agli italiani un sacrificio di 5 miliardi. Quasi tutti, sotto la pressione del fallimento economico, abbiamo chinato il capo. C’è una legge di difesa del suolo agricolo, cioè quello che serve per produrre il nostro cibo, che giace in parlamento da cinque anni. Cos’era più importante, il fallimento delle banche o il fatto che non avremo più suolo agricolo per i nostri figli?».

E noi cittadini, che cosa possiamo fare?: «La green economy ci dà molte risposte. Ma anche i cittadini, forse vedendo che la politica ignora il problema, non lo ritengono prioritario: basta vedere quante difficoltà si registrano nella raccolta differenziata dei rifiuti». Poi ci sono le iniziative più difficili, come quelle inerenti l’energia rinnovabile o i trasporti: «Bisogna adoperarsi per risparmiare energia e convertire quanto si consuma in rinnovabile. È quanto hanno deciso gli svizzeri in un recente referendum che stabilisce il piano energetico fino al 2050: prevede la riduzione dei consumi secondo il principio della “sobrietà energetica”, lo sviluppo di fonti di energia rinnovabile come l’idroelettrico e il solare e lo spegnimento delle centrali nucleari».

Infine, ma non meno importante, il capitolo del cibo: «Tra il 20 e il 25% delle emissioni globali arrivano dall’agroalimentare. Indirizziamo le nostre scelte verso il basso consumo di carne che ha il peso maggiore nella produzione di gas serra, seguiamo le stagioni e scegliamo cibo il più possibile di prossimità».

C’è un’agricoltura che fa bene all’ambiente? «Certo che c’è, ma non dobbiamo farci illusioni: ci siamo spinti troppo in là. L’agricoltura è diventata una causa di cambiamento climatico e di inquinamento (non dimentichiamo tutta la parte della chimica di sintesi per i fitofarmaci) semplicemente perché è una macchina al servizio di un mondo che ha superato la capacità di carico. Per soddisfare lo stile di vita attuale usiamo più di una Terra e mezza, cioè stiamo bruciando il capitale naturale delle generazioni future. Quindi è chiaro che un’agricoltura sostenibile esiste, ci sono modelli di agroecologia, di agricoltura di conservazione, ma la mia opinione, purtroppo, è che ormai abbiamo tirato troppo la corda».

Questo accade nel momento in cui il pianeta Terra raggiunge i 7,5 miliardi di abitanti. Impossibile non domandarsi cosa succederà nel 2050, quando secondo stime delle Nazioni Unite ci saranno 9,8 miliardi di esseri umani: «Ritengo che ci possano essere luoghi del mondo e situazioni in cui dobbiamo difendere a tutti i costi un’agricoltura di prossimità, artigianale, sostenibile, la più compatibile possibile con i valori che abbiamo citato. Ma ho difficoltà a pensare che queste forme di agricoltura riescano a nutrire una megacittà da 20 milioni di persone». Per il momento, tuttavia, la questione alimentare resta un problema di distribuzione piuttosto che di produzione: sprecare meno cibo lungo tutta la filiera può offrire non poco sollievo al pianeta in cui viviamo.

 

Valter Musso

v.musso@slowfood.it

La versione originale dell’intervista è pubblicata sull’ultimo numero della rivista Slow, il giornale di Slow Food Italia

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