«Un suolo fertile è il capitale delle nuove generazioni». La controrivoluzione della Casa Rotta

«Io ho il mio orto, è dai nonni. Ci coltivo pomodori, cetrioli, coste, fagiolini e patate». Elia Vegetabile è incuriosito dalla mia presenza sin dal primo momento che ho messo piede in campo. Ogni tanto dice la sua, e mai a sproposito. A otto anni sa tutto sui minerali che scambia come figurine con gli amici, e conosce le specie di uccelli molto meglio di quanto io ricordi che cosa è contenuto nella mia borsa. E sa come coltivarsi il suo cibo, senza pesticidi o fertilizzanti. Elia vive il futuro che ci piace immaginare.

La Casa Rotta è una bella realtà che opera nei dintorni di Cherasco (Cn), un progetto di eco villaggio, un’associazione di promozione sociale e un’azienda agricola che fin da subito ha voluto far parte della rete delle Comunità del cibo di Terra Madre.

Nasce qualche anno fa grazie alla voglia di fare (bene) di un gruppo di ragazzi che volevano creare un nuovo spazio di produzione e condivisione in perfetta sintonia con la natura. Corsi di panificazione, di agricoltura biodinamica, di lavorazione della terra cruda. Un orto e frutteto coltivati secondo i metodi della biodinamica e della permacultura.

Quattro varietà di grani antichi, due biodinamiche e una di segale che ruotano tutti gli anni, piante e alberi in perfetta forma, 18 varietà di pomodori (sì, avete letto bene, diciotto) sane come pesci e davvero deliziose (ho dovuto testare per dovere di cronaca), e ancora zucchine, cocomeri, melanzane e insomma tutte le verdure che d’estate aggiungono gioia alle nostre tavole. E soprattutto rese che producono il giusto e meritato reddito.

A questo punto vi starete chiedendo che cosa c’entri tutto questo con il cambiamento climatico. Ce lo facciamo raccontare da Stefano Vegetabile: è il papà di Elia, antropologo e agricoltore tra i fondatori della Casa Rotta.

«Volevamo dare vita a un sistema che fosse sostenibile da tutti i punti di vista: economico, agricolo, ambientale e anche psicoemotivo. Tanto che abbiamo attivato anche a un sistema di educazione casalingo (home schooling) e i nostri figli insieme ad altri bambini della zona imparano attraverso l’esperienza diretta. Soprattutto imparano a rispettare le risorse, tutte. Anzi il rispetto della terra, è il nostro principio guida: è nostro dovere rendere i terreni sempre più fertili, un suolo sano è il capitale delle nuove generazioni. Dopo 50 anni di Rivoluzione Verde la nostra è la controrivoluzione per tornare all’organismo agricolo, alla fattoria».

E ci stanno riuscendo ricorrendo a piene mani alla biodiversità che aumenta la resilienza, alla forza della natura che quando perfettamente in equilibrio ci premia con generosità: «Ora siamo in grado anche di produrre i nostri semi, li selezioniamo in base a diversi criteri, non solo quello produttivo. Anzi il primo criterio è l’adattabilità del terreno alle caratteristiche climatiche. Lavoriamo sull’aspetto terapeutico e l’obiettivo primario è sempre la cura del suolo».

Ora è una stagione di grande siccità, ma in primavera, assicura Stefano, si vede un’attività microbica pazzesca. Cosa che permette alle piante di affrontare con più forza anche le crisi dovute al clima che cambia: piove sempre meno e l’acqua scarseggia, e anche per questo alla Casa Rotta stanno sperimentando un metodo di irrigazione con vasi di terracotta che ci aiutino a non sprecarne nemmeno una goccia.

«Io spero che la nostra esperienza dimostri che un sistema di produzione alimentare alternativo è possibile, anzi necessario. Si può sfamare il mondo anche senza deturpare o pregiudicare il futuro dei nostri figli. E un’agricoltura sana è il primo e necessario passo. Nel lungo periodo non è vero che richieda più lavoro in termini di quantità, richiede invece più conoscenza da parte dell’agricoltore».

Questo genere di conoscenze sono però ignorate dall’agricoltura industriale. Il contadino-antropologo ne parla portando un esempio molto concreto: «Le nocciole qui intorno fino a sei anni fa erano a zero trattamenti. Ora con la monocoltura arrivano a sei. Monocoltura vuol dire anche selezionare un ceppo di insetti che si adattano al principio attivo del veleno. Tra vent’anni ci saranno solo insetti che mangiano nocciole e sempre più resistenti al fitofarmaco. Più emissioni e meno cibo sano. Dove sta il guadagno?».

Con l’impegno di ogni giorno, conclude Stefano, alla Casa Rotta si sta dimostrando che le aziende che lavorano seguendo metodi più naturali sono competitive come le altre. Anche grazie al sostegno di una grande rete: «Fare parte delle comunità di Terra Madre è un onore. Grazie a Slow Food apparteniamo a una rete sicura, fatta di persone che apprezzano e sostengono il lavoro che facciamo. E che come noi vuole assicurare un futuro ai propri figli. La capacità di creare connessioni, la diffusione di una cultura gastronomica che affonda le radici nella nostra cultura contadina e il lavoro di educazione alimentale e ambientale che fa Slow Food sono una garanzia per le nuove generazioni».

 

La produzione industriale di cibo è responsabile di gran parte delle emissioni di gas serra che stanno stravolgendo il clima. Ma a partire dal cibo, possiamo individuare le soluzioni possibili. E questo l’obiettivo di Slow Food che con Menu for Change ha avviato una campagna di raccolta fondi e comunicazione che mette in relazione cibo e cambiamento climatico. Vogliamo raccontarvi come il riscaldamento globale sta mettendo in difficoltà le nostre comunità contadine e come insieme a Slow Food stiano trovando le soluzioni. Ogni contributo fa la differenza, aderisci a Menu for Change, sostieni Slow Food. Dona ora.

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