Spreco

Prosegue il nostro viaggio nelle parole per festeggiare i trent’anni di Slow Food in Italia. Ogni sabato vi presenteremo una parola simbolo dell’associazione e ne ripercorreremo insieme la storia. La parola di oggi è spreco.

Spreco non c’era. Non era il benvenuto.

«Peccato» era il giudizio corrente, quando se ne aveva notizia. In casa nessuno lo faceva entrare. Nemmeno nelle fattorie c’era posto per lui. Poi si è intrufolato di nascosto, camuffandosi un po’. L’abbiamo visto tardissimo, quando ormai era in casa nostra, comodo come se fosse a casa sua. Lui è arrivato innanzitutto nei campi e sui pescherecci. Tutto quello che non si prevede di poter vendere agevolmente, incanalandolo nei percorsi della standardizzazione, viene buttato via, ributtato in mare, lasciato nei campi oppure trasformato in compost. Poi è passato alle linee di trasformazione, a quelle del packaging, e infine a quelle della distribuzione: scaffali sempre pieni, a qualunque ora del giorno e in qualunque giorno dell’anno, questa è la regola. Quindi si ricomincia da capo: produrre produrre produrre, senza sapere chi, quanto e cosa comprerà.

Lo spreco è compreso nel prezzo, perché il sistema senza spreco non funziona.

Non è un incidente di percorso: è funzionale al sistema della produzione alimentare industriale e della grande distribuzione organizzata. Qualche volta, al limite, si può spostare: promozioni, sottocosto, 3×2 hanno lo scopo di farci portare a casa più di quello che ci serve, e a quel punto il problema diventa nostro. Così abbiamo imparato a sprecare. C’era sempre qualche buona scusa per buttare via quello che avevamo comprato senza pensare a quando, se e come l’avremmo mangiato. La scusa migliore era che era scaduto, come se allo scoccare della data fatidica lo yogurt o il tonno o il formaggio o l’olio si trasformassero in scorie radioattive; se invece era verdura era appassita, se era frutta era troppo matura, se erano dolci dovevamo dimagrire… Qualche resistenza in più l’abbiamo avuta sul pane: per un po’ abbiamo provato a trasformarlo in pangrattato, ma se ne accumulava troppo, e comunque il pangrattato si trova già pronto al supermercato, perché “sprecare tempo”?

Il risultato è che oggi si spreca circa un terzo del cibo prodotto. E, naturalmente, si sprecano con esso l’energia, il tempo, l’acqua, le risorse che sono servite per produrlo, più tutte quelle che serviranno per smaltirlo. Si spreca, peraltro, anche un sacco di roba non nostra. Si sprecano il futuro e il benessere degli altri, oltre ai nostri. Si sprecano le loro possibilità di riscatto. Si spreca il pianeta, e nessuno ha titolo per farlo.

Quando poi però ragioniamo sul futuro, e sui nove miliardi che saremo nel 2050, la prima cosa che ci viene in mente è che dobbiamo produrre di più. Ma se già oggi stiamo producendo un terzo in più di ciò che consumiamo, come possiamo pensare di risolvere il problema della fame, con due miliardi di persone in più, senza ammettere che è il sistema che, in senso proprio e figurato, fa acqua da tutte le parti? L’agricoltura familiare, quella che sfama le persone, non spreca; i mercati degli agricoltori non sprecano, le vendite dirette non sprecano, l’autoproduzione non spreca. Politiche alimentari che proteggano il diritto alla sovranità alimentare e siano orientate alla sostenibilità non sprecherebbero.

(tratto da Mangia come parli di Cinzia Scaffidi, Slow Food Editore 2014)

Una domenica ogni due, noi e gli amici di Una parola al giorno trattiamo in parallelo una parola che riguarda la cultura del cibo – e non solo. Puoi leggere la definizione di Una parola al giorno a questo link.

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