SoS Amazzonia: il governo brasiliano cede foresta alle trivelle

Il presidente Michel Temer ha abolito una riserva naturale grande quanto la Danimarca per consegnarla all’industria mineraria.

Il presidente brasiliano Michel Temer ha abolito la National Reserve of Copper and Associates (Renca), dando in pasto alle trivelle un’area protetta di 46.000 chilometri quadrati di foresta tra gli Stati settentrionali di Amapà e Parà.

Pare sia ricca di oro e altri minerali preziosi e quindi (come dargli torto) il governo ne ha bisogno per «attirare nuovi investimenti, generare ricchezza per il Paese, occupazione e reddito per la società, nel rispetto della sostenibilità ambientale» dichiara, senza vergogna, in un comunicato il Ministero per l’estrazione e l’energia. Ci piacerebbe chiedere al ministro che cosa ci sia di sostenibile nel saccheggiare l’ultimo lembo di terra incontaminata, mettendo a rischio, anzi, uccidendo deliberatamente ogni forma di biodiversità presente e privando tutti, uomini, animali e piante, di risorse necessaria alla vita. Una decisione che rappresenta un furto a tutta l’umanità e un delitto nei confronti di flora e fauna, non solo brasiliana, ma mondiale. Ne pagheremo tutti le conseguenze, perché di sicuro una deforestazione di queste dimensioni non potrà  mitigare il riscaldamento terrestre.

Ma tranquilli, il governo ha precisato che nove aree della riserva, incluse quelle in cui vivono in perfetto equilibrio e isolamento le popolazioni indigene, «continueranno a essere tutelate». Come no.

«È il più grave attacco all’Amazonia degli ultimi 50 anni, neppure la dittatura militare o la costruzione dell’autostrada trans-amazzonica riuscirono a produrre una devastazione del genere» è intervenuto Randolfe Rodrigues, senatore dell’opposizione. L’attività mineraria nell’area porterebbe a esplosioni demografiche, gravi conflitti tra le popolazioni indigene, deforestazioni, distruzione delle risorse idriche, perdita di biodiversità e creazione di conflitti territoriali. Serve altro? Purtroppo arriverà.

«L’America Latina invece di cercare altre vie di sviluppo, sta tornando all’estrazione su vasta scala come in epoca coloniale, con profonde ricadute anche sulle economie locali» scrive l’ex ministro per l’Ambiente colombiano Manuel Rodríguez Becerra su La Stampa («Così si regredisce in epoca coloniale. Il rilancio economico ignora la Terra» del 25 agosto 2017).

Il pericolo è che oltre alle ferite delle cave, si aggiungano quelle delle arterie di comunicazione che ovviamente verranno costruite e potrebbero attirare migliaia di «campesinos, contadini senza terra che comincerebbero a estirpare grandi porzioni di bosco per lavorare il legname e poi stabilire parecelle per il oro sostentamento. Dopo questa colonizzazione arriverebbero anche le aziende di allevamento su vasta scala simili a quelle che, in passato, hanno introdotto la produzione di carne industriale in Amazzonia». Proprio quello di cui avevamo bisogno.

Per la cronaca, aggiungiamo anche il governo assicura che le trivelle saranno autorizzate solo in un’area pari al 30% dell’ex riserva, come dicevamo le popolazioni indigene saranno rispettate, e le attività minerarie sostenibili, ça va sans dire.

«Sono le solite parole abusate che hanno perso ogni significato», interviene Carlo Petrini intervistato da Niccolò Zancan su La Stampa («Il danno è irreparabile, vanno fermati adesso» del 25 agosto 2017), il governo parla di sviluppo, ma di «Quale sviluppo stiamo parlando? I depauperamenti dei territori, dell’agricoltura e della biodiversità sono sempre forme di distruzione. Non sviluppo. Non ci saranno beni comuni, centinaia di migliaia di persone non avranno alcun ricavo. L’industria estrattiva distruggerà i territori, creando nuovi schiavi. Come già succede in Africa per i minerali che servono ai nostri telefonini. Si ritornerà ai servi della gleba». Ma questo disastro annunciato ci riguarda tutti da vicino: «Quell’immenso polmone verde mantiene l’equilibrio del pianeta. Pulisce l’aria del mondo. Ne usufruiamo anche noi. E forse, un giorno, sarà giusto pagare dazio: come è possibile continuare a distruggere l’ambiente? Non possiamo che ragionare in termini globali».

L’augurio è che tutta la comunità internazionale si muova per fermare questo disastro annunciato. E purtroppo non è solo una logora formula giornalistica.

Secondo i dati dell’Instituto Nacional de Pesquisas Espaciais, tra agosto 2015 e luglio 2016 sono andati perduti circa 8000 chilometri di foresta, cinque volte l’estensione di Londra. In un anno il tasso di deforestazione è cresciuto del 29%: per ritrovare dati simili bisogna ritornare al 2008.

 

A cura di Michela Marchi
m.marchi@slowfood.it

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