Soia e bistecche, la deforestazione è in tavola

Solo lo scorso febbraio l’organizzazione ambientalista Mighty Earth aveva presentato un quadro aggiornato sullo stato della deforestazione nel Cerrado brasiliano e nel bacino amazzonico della Bolivia con il report The Ultimate Mystery Meat.

L’indagine condotta su 28 differenti località a partire dal settembre 2016 puntava il dito su uno dei principali colpevoli della distruzione del patrimonio forestale: l’industria della soia e, indirettamente, dell’allevamento. La produzione di soia è infatti un ingranaggio fondamentale in un sistema cibo dove la “meatification”, per dirla con l’economista Raj Patel, la fa sempre più da padrona.

Il report ricostruiva il circolo vizioso attraverso cui la soia prodotta in aree deforestate veniva venduta in particolare alle due grandi compagnie statunitensi Cargill e Bunge (più altre minori: Adm, Louis Dreyfus, Wilmar), impegnate a rivenderla ai produttori di carne e latticini, i quali a loro volta riforniscono le maggiori catene di fast food e altri grandi marchi dell’industria alimentare.

A pochi mesi di distanza, Mighty Earth è tornata sui luoghi del misfatto per monitorare la situazione ricorrendo alle immagini satellitari. Un cambiamento c’è stato, eccome: ma in peggio. Utilizzando la tecnologia Planet Lab, gli autori della nuova inchiesta hanno potuto osservare il taglio di almeno 60 chilometri quadrati in più di foresta e i preparativi per lo “sfoltimento” imminente di altri 120 chilometri quadrati.

Le aree sottoposte a monitoraggio sono tra le più devastate nel continente. Secondo il Wwf, una quota di terreni fra il 12% e il 15% nel Gran Chaco boliviano è già stata deforestata, mentre la percentuale sale addirittura all’80% nella savana brasiliana del Cerrado, considerata la più biologicamente ricca nel mondo.

In febbraio, Mighty Earth aveva quantificato in circa 700mila ettari (cioè 7mila chilometri quadrati) l’area soggetta a “land clearance” solo in quest’ultima regione fra il 2011 e il 2015, segnalando inoltre il coinvolgimento diretto di Cargill e Bunge in queste pratiche.

Il team di ambientalisti ha osservato come solo fra dicembre e gennaio in tre piantagioni di soia del Cerrado siano sorte nuove strade, un forte indicatore della prossima distruzione di altre porzioni di foresta. Nel Gran Chaco intanto le immagini satellitari indicano l’avvenuta perdita di altri 10 km quadrati nel sito di Menonitas 1 a partire da dicembre e di altri 4,7 km in un’altra piantagione collocata nell’alveo amazzonico.

«Queste non sono aree soggette a grande attenzione pubblica» afferma Anahita Yousefi, campaign director di Mighty Earth. E tuttavia «si tratta dello stesso ecosistema. Ѐ una parte dell’Amazzonia preziosa quanto quella racchiusa entro i confini brasiliani».

Cargill si difende ricordando di essere tra i firmatari della moratoria sulla soia brasiliana del 2006, in forza della quale le aziende si impegnavano a non acquistare da fornitori che avessero deforestato dopo il luglio dello stesso anno. L’accordo ha effettivamente aiutato a ridurre i tassi di disboscamento in Amazzonia, che oggi sono diminuiti dell’80% rispetto al 2004.

Ma è proprio questa circostanza, per gli ambientalisti, a suggerire che le grandi compagnie agroindustriali non stiano facendo tutto quello che potrebbero (e che in altre occasioni ha mostrato di funzionare) per fermare le motoseghe. Per questo Mighty Earth sta facendo pressione su entrambe le imprese, così come sui loro clienti, tra i quali figurano i supermercati Carrefour, Wal-Mart e Tesco, corporation come Nestlè, Unilever e Kraft Heinz o catene come McDonald’s, Burger King e Starbucks.

Nonostante i progressi in molte parti del mondo, infatti, la perdita di copertura forestale rimane la tendenza dominante a livello mondiale. Sebbene il tasso netto di perdita degli alberi sia sceso da sette milioni a tre milioni di ettari all’anno nell’ultimo periodo, secondo la Fao, nel corso degli ultimi 25 anni le foreste del mondo sono diminuite del 3% (sono stati persi circa 130 milioni di ettari).

Non solo: l’azione di sequestro dei gas serra da parte delle foreste è scesa dai 2,8 gigaton all’anno degli anni Novanta agli 1,8 gt del 2014. Un declino che si ritiene collegato alla crescente variabilità del clima e della composizione atmosferica, tanto che uno studio del 2016 sulle dinamiche della biomassa nella foresta amazzonica negli ultimi tre decenni ha rilevato che la regione sta perdendo la sua capacità di sequestrare l’anidride carbonica.

 

Quanto è sostenibile la soia che importiamo ogni anno in grandi quantità per realizzare i mangimi destinati agli allevamenti? Per scoprirlo vi consigliamo la visione del documentario di Corriere.tv Soy economy, l’altra faccia dell’allevamento intensivo made in Italy

 

Andrea Cascioli

a.cascioli@slowfood.it

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