White Pride, è ora di lavorare sull’immagine dei vini bianchi! Basta stupidi sensi di inferiorità esterofili…

È da un po’ che ci penso e la mia convinzione è sempre più forte, ogni giorno che passa. Bicchiere dopo bicchiere. Sorso dopo sorso. Siamo un popolo di esterofili, l’erba del vicino è sempre più verde. Si sa, c’è poco da fare. Vi racconto qualcosa che conosco bene, sul Piemonte. Nel giro di tre settimane mi è capitato di partecipare ad alcuni eventi organizzati dal consorzio del Roero e quello del Gavi. Le prime due manifestazioni si sono svolte a Milano. Ben organizzate, hanno raccolto grande pubblico. Ho avuto modo di condurre due degustazioni con Arneis e Gavi di vecchie annate (fino a 10 anni di anzianità) e quello che mi scorreva sotto il naso aveva tutto per stupirmi. Bianchi fragranti, nel pieno della loro forma, pochi cenni di terziarizzazione, anzi quasi nessuno.

Beh, che dire da due denominazioni con numeri importanti alle spalle (Roero Arneis 6.5 milioni di bottiglie e Gavi sui 14), ma con un’immagine di bianchi facili, beverini, piacevoli e non complessi, profondi, di alta gamma, ci si poteva attendere ben altro. E invece, no. Vini pimpanti, in piena forma anche a distanza di un bel po’ di tempo. Tanto che fare assaggi come quello che ho diretto ieri alla Banca del Vino di Pollenzo (il terzo evento in pochi giorni di questo tipo) con 8 Arneis giovani e anche vecchiotti non è più un’utopia. E vedere le facce delle persone partecipanti è ancora più straordinario. Stupiti, confusi, e infine conquistati.

Ormai se si organizza una verticale di Barolo devi fare i fuochi di artificio per raggiungere lo stesso risultato. Se provi a fare la stessa cosa con alcuni bianchi italiani hai fatto bingo. E allora ieri ho lanciato questa idea al pubblico e ai produttori (c’era anche il presidente del Consorzio del Roero, Francesco Monchiero) perché non si organizza un bel White Pride (mi raccomando non guardate su Google queste due parole insieme perché è un fiori di croci celtiche…) piemontese? Abbiamo nella regione subalpina almeno 4 denominazioni in grado di stupire chiunque si presenti al banco di degustazione: Erbaluce, Arneis, Gavi e Derthona (Timorasso per chi non conosce il nome della denominazione).

Sottovalutati dai grandi palati, negletti dai poco informati e dagli esterofili, dimenticati dagli stessi vignaioli che considerano i bianchi come figli della serva (perché hanno in casa Barolo, Barbaresco, Nizza, gattinara, Boca, ecc…), questi quattro vitigni autoctoni hanno bisogno di un riscatto, perché vi assicuro che attendendo 4 o 5 anni i risultati nel bicchiere saranno sbalorditivi (se vi rivolgete a cantine serie).

Ma il passo successivo deve essere un movimento di orgoglio banchista che investa tutto lo stivale, perché la musica deve per forza cambiare. Qualche tempo fa ci scagliammo contro una tabella di dubbio gusto e profonda ignoranza pubblicata da Wine Enthusiast che dipingeva a tinte fosche i nostri bianchi (leggi qui), ma se poi sono gli stessi protagonisti italici a non crederci, allora ci meritiamo questa crassa ignoranza sui nostri bianchi.

Io penso ad alcune etichette liguri, ad altre valdostane, ai nuovi Trebbiano toscani (per non parlare di quelli mitici abruzzesi), alla Vernaccia di San Gimignano (passata di mano a pochi euro), al trebbiano spoletino, allo scandalo del Soave svenduto o del Verdicchio che subisce lo stesso destino. E i bianchi campani (le uve stetano ad arrivare a 1 euro al chilo) o i grillo prodotti a Marsala (meno di 50 centesimi al litro), senza scomodare i Cataratto d’altura siculi e i Carricante dell’Etna.Ci vuole un gigantesco White Pride, perché lo scandalo della svalutazione dei nostri bianchi di qualità deve finire, bisogna alzare la testa, metterci dentro una buona dose di orgoglio e far capire ai consumatori che noi italiani siamo grandi anche con i bianchi. Lo siamo magari in modo differente, e il capitolo dedicato a questo argomenti da I Sapori del Vino lo trovo il più azzeccato del libro di Fabio Pracchia, recentemente pubblicato da Slow Food Editore. ma se non siamo noi a raccontarlo a spiegarlo, a promuovere le nostre perle continueremo a servirle a “porci” che giustamente non ne comprendono le potenzialità. E allora cominciate a pensare alla data giusta perché un White Pride (magari partendo dal Piemonte) va organizzato assolutamente.

  • Wainehudson

    Non vorrei risultare fuori tema ma ci sono intere zone, non solo alcuni vitigni autoctoni, che giacciono dimenticati, spesso con responsabilita’ (credo colposa) delle grandi guide del settore. Oltre agli operatori del settore e ai super appassionati ci sono sempre piu’ numerosi amatori che si affidano sempre piu’ spesso alla “guida” per dirigere le proprie scelte. Credo quindi che la vera rivoluzione debba partire da li, dalla volonta’ vera di giudicare in base ai sensi e non solo in base al nome, spesso per “rispetto” verso chi e’ sempre stato grande.

    • cernilli

      Poi se ci dice anche quali sarebbero credo che il suo discorso sarebbe meno (colposamente?) generico.

  • cernilli

    Caro Giancarlo, come non essere d’accordo con quanto sostieni. Io peraltro aggiungerei al tuo elenco Gavi e Timorasso, poi tutta la Campania bianchista, interessantissima e rigorosamente “autoctona”. Mi è capitato spesso di assistere alla sorpresa di molti assaggiatori internazionali davanti, che so, alla Falanghina dei Campi Flegrei Cruna del Lago de La Sibilla, o dell’ormai famosissimo Fiorduva di Marisa Cuomo. Il fatto è, però, che i nostri vitigni non sono “aromatici”, cioè non contengono elementi come le pirazine, i terpeni (tranne i Moscati e qualche Malvasia) e non determinano facilmente la formazione di sostanze come i tioli o il TDN (trimetil diidro naftalene), tipico dei Riesling. Quindi per capire i migliori bianchi italiani bisogna davvero parlare di origini e di territori oltre che di varietà, e la cosa non è molto facile, soprattutto quando si va all’estero dove non possiamo pretendere la conoscenza della nostra geografia nazionale. Motivo di più per insistere con la divulgazione, con gli “educationals”, e con la rivendicazione di una cultura viticola antica e tradizionale.

  • Elisa Pozzo

    da produttrice di Erbaluce condivido appieno, nel nostro piccolo sperimentiamo piccole quantità vinificate e conservate in maniera “diversa” e danno ottimi risultati!