Vivere di vino ai tempi di San Precario

San Precario

Appartengo a quella parte della prima generazione che ha vissuto, vive e vivrà il precariato a tempo indeterminato. Cosa comporti avere diritti garantiti sul lavoro, non lo so neppure. Per carità, non mi lamento, tiro a campare, per ora (le prospettive di lavoro per i precari non esistono), grazie a chi mi ha permesso di perseguire un sogno e a una passione che non cede al tempo che passa.

 

Sempre più spesso, nelle occasioni enologiche più disparate o ai master organizzati da Slow Food, parlo con ragazzi, i quali, mossi dalla mia stessa inclinazione per il vino e magari con potenzialità maggiori delle mie, mi chiedono consigli per provare a fare quello che sto facendo; ingenuamente pensano che il mio lavoro sia un punto di arrivo, uno stato raggiunto. Mi imbarazza rispondere. Non ho abbastanza esperienza, solo da tre anni, a tempo pieno, sono pagato per chiaccherare di vino. Soprattutto mi domando; consiglierei a qualcuno, per esempio uscito da Enologia oppure fresco laureato in Lettere di provare a inseguire qualcosa, almeno per la mia vicenda, di così poco concreto e aleatorio?

 

La risposta è no, non lo consiglierei. Però, nella realtà, non ritengo nemmeno opportuno opprimere il principio di una volontà che è ingiusto presupporre meno ferrea e fortunata della mia, solo perché più recente. Quindi, dopo aver sentenziato che mai come ora il lavoro di critico del vino è a rischio estinzione per sopraggiunta inutilità del di lui ruolo e della carta dove scrive, cerco di fare del mio meglio per isolare timidi punti di riferimento, dal mio punto di vista necessari, al fine di sviluppare competenze sufficienti per occuparsi di vino.

 

Geografia, agricoltura e scrittura sono materie la cui padronanza è da affinare alla perfezione e strenuamente se si vuole discutere di vino. Non nomino, volontariamente, la degustazione, con la consapevolezza di omettere una disciplina ritenuta centrale nella figura del critico. Per come la vedo, imparare, migliorare, le proprie capacità di degustazione è conseguente a una maggiore conoscenza dei luoghi e della cultura agricola dove il vino si è generato. Impossibile estrapolare l’arte e la bellezza di produrre vino dal contesto geografico e sociale dove esso è nato.

 

Da sempre influenzato da modelli dominanti il gusto è un soggetto in continua trasformazione; riuscire a liberare il proprio palato dalle briglie di tendenze indotte per arrenderlo a una sensibilità tale da riconoscere in un vino senso di appartenenza e autenticità rappresenta la fondamentale dichiarazione d’indipendenza del futuro degustatore professionale

  • Argomento spinoso più di un rovo di more e scivoloso più di un’anguilla da afferare con mani insaponate. Ma trattato con precarietà magistrale. 30 e lode 🙂

  • Molto bello questo scritto e alcune parole sono proprio da stampare a caratteri cubitali “Geografia, agricoltura e scrittura sono materie la cui padronanza è da
    affinare alla perfezione e strenuamente se si vuole discutere di vino”… e magistrale la conclusione. Grande Fabio Pracchia.

  • Daniele Parri

    Pienamente d’accordo sul trittico: geografia, agricoltura, scrittura. Ecco un motivo per cui ci sarà sempre bisogno di persone che (anche in tempi di rischio estinzione!) isolano dei “timidi punti di riferimento”e ci aiutano a capire e a parlare di vino.