Vitigni “minori” della Puglia alla riscossa: bombino nero, susumaniello, ottavianello e malvasia nera

La struttura portante della produzione vitivinicola pugliese è costituita dalle tre varietà a bacca rossa che contraddistinguono i tre grandi comprensori in cui è possibile dividere la regione (così come avviene all’interno delle pagine di Slow Wine): le terre del tarantino e delle Murge dove regna incontrastato il Primitivo, il Salento dove “a comandare” è il Negroamaro e la frazione più settentrionale della regione dove esprime il meglio di sé l’Uva di Troia.

La regione però – storico crocevia di diverse culture e di molteplici scambi commerciali, grazie all’estensione delle sue coste – può contare anche su una ricca molteplicità di varietà autoctone “minori”, alcune delle quali da qualche tempo vivono un meritato periodo di rivalutazione e di fortuna. In genere sono varietà che in passato venivano impiegate negli uvaggi – spesso per “correggere” eventuali mancanze dei tre vitigni principali – e che di recente sono state riportate in auge grazie ad attente e convincenti vinificazioni in purezza.

Parliamo in particolare del Bombino Nero, del Susumaniello, dell’Ottavianello e della Malvasia Nera, che tradizionalmente viene distinta in quella di Lecce e quella di Brindisi (ma vedremo tra poco che è una differenza quasi inesistente).

 

Il Bombino Nero, sebbene poco conosciuto, è un vitigno assai diffuso in Puglia e presente da moltissimo tempo in tutto il Meridione, anche se le sue origini sono avvolte nel mistero. Sembra che non abbia nulla a che vedere geneticamente con il Bombino Bianco, al quale viene accomunato solo dal sinonimo – usati frequentemente dagli agricoltori pugliesi – Bambino, che pare possa derivare dalla forma molto particolare del grappolo. Un altro sinonimo è quello di Buonvino, che si è meritato in forza di una produzione mediamente assai abbondante e per l’elevata resa in mosto; motivo per cui questo vitigno fu preferito, con grande frequenza dopo l’avvento della fillossera, al più interessante ma meno produttivo Uva di Troia. Particolarmente diffuso nella zona di Andria, è una delle varietà principali della Doc Castel del Monte, l’unica che ne preveda la tipologia in purezza – oltre che il tradizionale utilizzo in assemblaggio con altre uve – per la produzione del Rosato: una scelta, quella della vinificazione in rosa, condivisa e sicuramente azzeccata.

Buoni risultati per il Castel del Monte Bombino Nero Colombaio 2016 di Conte Spagnoletti Zeuli, di Andria, un Rosato fresco e sapido, di grande beva; per il Castel del Monte Bombino Nero Pungirosa 2016, della storica cantina Rivera di Andria, altro Rosato molto interessante, fresco e piacevole, e per il Castel del Monte Bombino Nero Veritas 2016 di Torrevento, di Corato (BA), ampio e intenso nei profumi floreali. Molto convincente il poco convenzionale Castel del Monte Bombino Nero Primaluce 2016 di Cantine Carpentiere di Corato (BA), vinificato con prolungata macerazione a contatto con le bucce, pienamente fruttato, fresco, sapido e persistente al palato. Segnaliamo infine il Rosato Ventifile 2016 di Cantine Tre Pini, di Cassano Murge (BA), dal sorso appagante, supportato da freschezza minerale da e intense note di piccola frutta rossa.

 

Il Susumaniello è coltivato da moltissimi anni nella provincia di Brindisi e nella parte meridionale di quella di Bari, anche se con ogni probabilità le sue origini vanno ricercate nei vigneti della costa della Dalmazia. L’etimologia di questo nome piuttosto originale dovrebbe ricondurci alla principale caratteristica del vitigno, quella di essere molto produttivo, tanto da “caricarsi come un somarello”. Questa tendenza ad una produzione abbondante è presente soprattutto nei primi dieci anni di vita della pianta, che con il tempo tende a diminuire notevolmente la produttività. Tra i numerosi sinonimi vale la pena di ricordare Susomaniello, Susumariello Nero, Zuzomaniello, Cozzomaniello, Grismaniello e Zingariello. Si può coltivare in tutte le province pugliesi con l’esclusione di quella di Foggia, ma l’area di maggiore diffusione rimane quella dove insiste la Doc Ostuni, oppure il territorio nei dintorni di Otranto. La buona interpretazione del vitigno restituisce vini di buona e stabile colorazione, ricchi di bella acidità e con un bel ventaglio aromatico speziato e austero.

Le migliori prove le troviamo senza dubbio nel Susumaniello Tenuta Serranova 2016 di Vallone, storica cantina di Lecce proprietaria della tenuta Serranova in agro di Carovigno (BR), fresco e avvolgente nelle intense e accattivanti note di piccoli frutti rossi e di spezie fini. Così come nel Susumaniello Askos 2016 di Masseria Li Veli, di Cellino San Marco (BR), che propone un vino ricco di sentori fruttati e di buona polpa, con intrigante chiusura su note ferrose e balsamiche. Molto buona anche la versione rosata della varietà proposta dal Susumaniello Rosato Elfo 2016 di Apollonio, cantina di Monteroni di Lecce, che gioca sulla freschezza della beva e sulla croccantezza del frutto. Novità interessante è l’Antièri 2015 di Schola Sarmenti, di Nardò (LE), di consistente struttura tannica supportata da tanta fruttosità. Defilato nella sua Gioia del Colle (BA) anche Cristiano Guttarolo propone poche bottiglie di un Susumaniello 2013 intenso e ben strutturato, dai tannini morbidi ed eleganti, ben torniti dall’affinamento in legno; dalla cantina Felline di Manduria (TA), che ha segnato la storia della rinascita del Primitivo, Gregory Perrucci ha fatto uscire un interessante e accattivante Sum 2016, da uve coltivate nei pressi di Torre Guaceto (BR), morbido e pienamente fruttato al gusto. I Pastini di Locorotondo (BA) hanno invece destinato le uve di Susumaniello ad una vinificazione in rosato, che restituisce un Rotaie 2016 molto fresco e intenso nelle note di piccoli frutti rossi. Convinto sostenitore del Susumaniello è infine Luigi Rubino, proprietario delle Tenute Rubino di Brindisi, che dedica alla varietà in purezza ben tre etichette. Il più importante Torre Testa 2015 è curato e convincente in ogni particolare: affina in legno ed è un vino austero, godibile già al momento dell’uscita in commercio e da conservare a lungo in cantina; segue la versione giovanile vinificata in acciaio, l’Oltremè 2016, fruttato, vinoso e di immediata bevibilità, e la versione in rosa del Torre Testa Rosé 2016, intenso al naso nei toni floreali, freschissimo e sapido al palato.

 

Pare che il nome del vitigno Ottavianello derivi da quello del comune di Ottaviano, in provincia di Napoli, da dove la varietà sarebbe stata importata nella zona di Brindisi – e precisamente nel comune di San Vito dei Normanni – per opera del marchese di Bugnano, verso la fine dell’Ottocento. Oggi si può affermare con sicurezza che questo vitigno è conosciuto nel Sud della Francia e in Corsica (dove è una delle varietà più coltivate) con il nome di Cinsault; in Sud Africa invece prende il nome di Hermitage (che, incrociato con il Pinot Noir, ha dato origine al Pinotage). L’Ottavianello di solito veniva unito ad altre varietà pugliesi, alle quali conferiva in genere rotondità e aromi; nell’utilizzo in purezza invece occorre porre attenzione all’eccessiva produttività a cui tende il vitigno, che può pregiudicare la qualità organolettica dei vini. Ha una buona diffusione in tutta la Puglia, ma il territorio che vede la maggiore presenza di Ottavianello – grazie al suo clima secco e ventilato – è quello della provincia di Brindisi, dove il vitigno rientra nel disciplinare della Doc Ostuni.

La produzione in purezza è decisamente limitata: spiccano solamente le due etichette del giovane Oronzo Greco, di Ostuni (BR), vero cultore della varietà. Il suo Ottavianello di Ostuni Barocco 2016 presenta tonalità purpuree trasparenti, quasi da cerasuolo: vivace, vinoso, e di grande freschezza fruttata, è da bere subito oppure nei prossimi cinque anni. È dedicato alla figlia di Oronzo invece l’Alma 2016, un Rosato – totalmente prodotto con Ottavianello – con piccoli frutti rossi in evidenza e toni vinosi e di macchia mediterranea: in bocca è fresco e delicato, con piacevoli ritorni sapidi e fruttati.

 

La Malvasia Nera fa parte di quella vasta famiglia di vitigni chiamati Malvasia, coltivati in quasi tutte le regioni d’Italia e costituenti una popolazione geneticamente molto eterogenea, formata da quasi 20 varietà, per la maggior parte a bacca bianca ma alcune anche a bacca rossa, talune aromatiche e altre a sapore neutro. Comuni a tutte sono l’origine greca e l’etimologia del nome, che deriva dalla cittadina greca di Monemvasia, situata nel Peloponneso. Il nome fu italianizzato in Malvasia dai veneziani che furono i primi a utilizzarlo: Monemvasia infatti era un porto usato dai mercanti veneziani fin dall’XI secolo e divenne presto un importante mercato di vini, dove giungevano anche le Malvasie prodotte nel resto del Peloponneso, a Rodi, a Creta e nelle isole ioniche. Divenuta possesso diretto della Serenissima nel 1463, Monemvasia fu occupata dai Turchi un secolo più tardi e divenne definitivamente greca solo nel 1821: per merito dei veneziani (ma non solo, anche i genovesi contribuirono all’opera) le piante delle varie Malvasia si diffusero in tutte le regioni adriatiche, e anche in quelle ioniche e tirreniche. Un tempo si faceva distinzione tra la Malvasia Nera di Lecce e la Malvasia Nera di Brindisi, tanto che le due varietà furono iscritte al Registro Nazionale delle Varietà di Vite con due codici differenti; recenti studi genetici invece paiono confermare una perfetta identità tra i due vitigni, che non presentano mai un gusto aromatico anche se esprimono profumi intensi e ben articolati.

La Duca Carlo Guarini, cantina di antiche origini di Scorrano (LE), traduce la Malvasia Nera in due convincenti etichette: il più strutturato e intensamente fruttato Malìa 2014 è la solita, impeccabile e rigorosa, interpretazione della varietà capace di durare nel tempo, mentre il Malìa Rosa 2016 è più fresco, delicato e morbido, di pronto consumo. La “storica” Malvasia Nera 2015 di Sergio Botrugno, di Brindisi – uno tra i primi a credere nel vitigno e a dedicargli un’etichetta in purezza – è morbida in ingresso per poi esplodere freschissima e sapida al palato, con lungo finale che richiama la beva. Dalla cantina posta tra Taranto e Grottaglie la famiglia Vetrere ha fatto uscire il Passaturo 2016, sostanzioso e dai tannini ben levigati, equilibrato e pieno di intense note floreali. La Malvasia Nera L’Astore, di L’Astore Masseria di Cutrofiano (LE), ha profumi intensi e profondi, con un palato dolce ma non stucchevole, mentre il Medos 2016 di Castello Monaci, grande cantina di Salice Salentino (LE) con possedimenti anche nelle campagne del brindisino, è un’interpretazione molto rappresentativa del vitigno, che insiste sulle avvolgenti note fruttate; al palato è intenso e morbido, quasi cremoso. Infine anche il “mitico” e infaticabile Natalino Del Prete da San Donaci (BR) ha voluto dedicare un’etichetta alla Malvasia Nera (e contemporaneamente alla giovane figlia): il Jolly 2016 è riccamente fruttato al naso, di ciliegia matura e lampone, e mantiene al palato quella drittezza e quella tonica vena acido-sapida che contraddistingue tutti i vini di Natalino.