Vino territoriale/vino di facile approccio: in Inghilterra c’è posto per tutti…

00000a1bd-DWWA_judging_week_1-630x420Giorni fa ho avuto il piacere e il privilegio di partecipare alla settimana di degustazioni organizzate a Londra dalla rivista inglese Decanter, per il Decanter World Wine Award 2016 (se vuoi sapere cos’è clicca qui).

Una bellissima esperienza per molti motivi: organizzazione perfetta delle degustazioni; grandissimi vini provenienti da tutto il mondo; ottima preparazione dei Regional Chairs; grande opportunità di confronto con professionisti (giornalisti e sommelier) provenienti da tutto il mondo

L’indicazione forte che Decanter suggeriva a tutti i giudici, con cui ho condiviso i vari panel di degustazione, era quella di prestare molta attenzione nella valutazione al rapporto tra la qualità e il prezzo, suggerendo di giudicare i vini avendo sempre presente il loro costo (riportato, per fasce, nella scheda elettronica di giudizio). Questo ha fatto sì che ci fossero score piuttosto alti anche per vini piuttosto “semplici”, di consumo quotidiano; in particolare la cosa è stata molto evidente durante un flight che raggruppava blend toscani fatti con sangiovese e merlot – vini pienamente fruttati, d’impatto leggero ma immediato, di grandissima e godibilissima facilità di beva – racchiusi nell’economica fascia di prezzo tra 8 e 15 pounds (al pubblico), che probabilmente noi in patria avremmo considerato di meno, in termini di punteggio, perché poco “aderenti” al territorio di produzione.

IMG_4245«Non ti puoi aspettare grande territorialità da vini di questa fascia di prezzo» – mi ha detto, durante una pausa del nostro panel, in maniera molto convincente Larry Stone, uno che nel mondo del vino “che conta” ha trascorso buona parte della sua vita: agli inizi della carriera sommelier e ristoratore (primo sommelier americano a vincere il Grand Prix de Sopexa più di 20 anni fa; poi capo sommelier al Four Seasons Hotel di Chicago e quindi direttore del Rubicon Restaurant di San Francisco, di cui era socio assieme a Robert De Niro, Robin Williams e Francis Ford Coppola…) e in seguito direttore responsabile di alcune aziende vitivinicole, tra cui la Niebaum-Coppola Estate Winery e la Evening Land Vineyards.

«La piena espressione di un territorio – ha continuato Stone – deve appartenere senza dubbio, e senza pietà in questo caso, a vini di fascia maggiore; ma a questi vini più economici non puoi chiedere altro se non di essere facili, immediati e altamente godibili per chiunque, in particolare per coloro che non sanno riconoscere le varie espressioni del sangiovese in Toscana ma vogliono bere, senza troppa fatica intellettuale, un buon vino italiano al ristorante».

«Anche perché – viene a sostegno della tesi Katie Exton (sommelier di grande esperienza, oggi head sommelier e wine buyer al The River Café), che concorda pienamente con Larry Stone – al ristorante in genere o ti trovi davanti chi ordina Montrachet o Cheval Blanc, oppure Brunello o Barolo, sapendo benissimo che cosa aspettarsi dalle etichette che ha ordinato, oppure hai a che fare con gente che preferisce vini di questo profilo, semplici e immediati; quelli di cui ti bevi una bottiglia facile, senza pensarci troppo».

IMG_4294Questa “tendenza” nelle carte dei vini dei ristoranti londinesi l’ho verificata in prima persona, come potete vedere dalla foto allegata (brutta, lo ammetto, ma la luce era quella che era…): o vini di primo approccio o grandi vini di fascia decisamente molto alta; nel mezzo praticamente nulla.

Monty Waldin – firma famosa di Decanter e Regional Chair per i vini toscani, con cui ho condiviso due giorni di degustazioni – ha aggiunto un altro tassello a questo ragionamento: «noi giornalisti anglosassoni abbiamo la propensione a vedere prima gli aspetti positivi di un vino, e poi quelli negativi, mentre l’approccio in Italia è talvolta opposto. Ok, se ci sono dei difetti evidenti il vino è senza dubbio “out”, ma se non è così bisogna cercare i tratti positivi e non partire in quarta per segarlo senza pietà…» (più o meno la traduzione del suo discorso è questa).

Con Waldin, e con gli altri componenti del panel, ho potuto verificare che questo stesso approccio valeva anche per la valutazione dei vini “naturali”, ovvero per quei campioni che per vari motivi – poca limpidezza, colore scuro, olfatto un po’ ridotto, ecc. – si differenziano dalla media: se avevano difetti evidenti (e brett e volatili alte sono implacabilmente riconosciuti come difetti gravi dagli anglosassoni, perché omologano le caratteristiche del vino…) venivano considerati “out”, ma se invece avevano un carattere singolare o una decisa personalità allora venivano assolutamente premiati, senza discutere troppo sulle loro eventuali piccole imperfezioni.

IMG_4218Questo spiega perché è piaciuto moltissimo, a tutti nel mio panel, un bianco toscano del 2014 – chardonnay con un po’ di viognier – torbido e opaco alla vista, estremamente e originalmente espressivo al naso, di bella tessitura gustosa e sapida al palato, dal finale leggermente tannico. Non so che vino fosse (lo saprò tra circa un mese), ma credo che probabilmente prenderà la Medaglia d’oro: a me era piaciuto parecchio ma ero piuttosto timoroso nell’esprimere il mio giudizio, perché pensavo di essere “fuori regime”; ho scoperto invece, durante la discussione successiva agli assaggi, che probabilmente il mio voto entusiastico era quello più basso del panel…

Insomma in Inghilterra c’è posto per tutti, per ogni vino che abbia chiara la sua identità o funzione, evidentemente e fortemente voluta dal produttore: vini di grande personalità, curiosi e “naturali” per un pubblico più acculturato, o quantomeno desideroso di nuove esperienze; vini “semplici”, estremamente bevibili e immediati per un pubblico che vuole bere senza porsi troppi problemi. Solamente i vini “né carne né pesce” – quelli che il produttore ha fatto “tanto per fare vino”, e che non rispondono a nessun preciso ragionamento – fanno fatica a trovare estimatori e quindi un buon mercato.

Per funzionare nel mondo – in Inghilterra così come in altri luoghi – bisogna proporre vini che abbiano una forte identità, una chiara funzione e una giusta collocazione; non necessariamente dei grandi vini, ma dei vini che rispondano a precise richieste. Poi bisogna trovare il modo di farli arrivare ai clienti giusti, a quelli che in quel momento vogliono proprio quel vino li. E siccome siamo in 7 miliardi, vedrai che qualcuno si trova…

 

 

 

  • Claudia Donegaglia

    Avere un progetto vino, avere un obiettivo enologco, avere conoscenza del territorio.
    Vini fatti per una precisa esigenza commerciale,
    C’è posto per tutti, tranne che per chi fa vino tanto per fare e produce qualcosa di anonimo ed inesprfessivo