Vino (e) Mediterraneo

Uno dei libri cardine che ha indirizzato il mio percorso nel mondo del vino e della sua degustazione è stato un saggio storico sulla civiltà mediterranea: Il Mediterraneo di Fernand Braudel, celebre storico francese. L’incipit di questo volume ebbe, da subito, un effetto inaspettato sul modo di concepire la viticoltura e il suo frutto.

In questo libro, le imbarcazioni navigano; le onde ripetono la loro canzone, i vignaioli discendono dalle colline delle Cinque Terre, sulla Riviera genovese; in Provenza e in Grecia si bacchiano le olive; i pescatori tirano le reti sulla laguna di Venezia; i carpentieri costruiscono barche, uguali oggi a quelle di ieri… E ancora una volta, guardandole, ci ritroviamo fuori dal tempo.

Ricordo che in visita a Walter De Battè, nella penombra della sua minuscola cantina a Riomaggiore accesa da obliqui e abbacinanti raggi di sole riflessi dalle onde e dagli scogli, parlammo davanti a un bicchiere di liquido dorato proprio del Mediterraneo. Mi disse che lo stesso sentimento di rivelazione per lui era stato suscitato da un altro saggio: Breviario Mediterraneo di Predrag Matvejević, professore di letteratura francese all’Università di Zagabria nato in Bosnia e morto lo scorso anno nella capitale croata.

A distanza di almeno tre anni, non dimentico di quelle parole, ho concluso un altro viaggio immaginario da una sponda all’altro del mare chiuso girando l’ultima pagina del libro suggerito da Walter. È stato versato più sudore a dissodare i declivi dove si trovano i filari della vite che a tirar su le piramidi. Il muretto di pietre è segno di ostinatezza, la foglia della vite di pudore, il grappolo di benessere. Dovunque c’erano vite e vino buono, si trovavano altresì civiltà e industria, gioia e poesia. La bramosia del vino forse dovevano conoscerla meglio di tutti i marinai che lo trasportavano da una riva all’altra, assieme all’olio, al sale e ai condimenti, nelle anfore, nei barili e nelle damigiane.

 

Sono libri così diversi per ispirazioni e narrazioni. All’affresco maestoso e melodico del saggio scritto da Braudel si oppone il ritmo sincopato del flusso di coscienza del Breviario che affronta la vastità della storia del Mediterraneo nei dettagli dei carrugi di pietra nei borghi marinari, nella vita brulicante dei porti e nelle maestranze che hanno modellato il paesaggio confinante con le sponde del mare nostrum e della cui essenza ne rappresenta uno riflesso solido, generato da esso eppure totalmente discordante.

Sono libri che imprimono un medesimo ricordo o un vago insegnamento comune nella mente del lettore. Il Mediterraneo e la sua civiltà sono nati grazie all’incontro di umanità dissimili e nello scambio, a volte palese perché testimoniato dalla storia, altre e forse più spesso, sconosciuto perché cancellato dal continuo andare degli eventi, di usi e competenze a loro volta generati da altri usi e da altre competenze in un fluire di vicende che affermano il tratto distintivo della diversità come matrice della cultura mediterranea. Così è la viticoltura, così è il vino.

Voltata l’ultima pagina stappo per celebrare e ringraziare l’Harmoge 2013 di De Battè. Vino dorato da vermentino, bosco e albarola realizzato da vigneti nei dintorni delle Cinque Terre. Il vèspro della sera qui sulle colline non è il riflesso ideale per apprezzarne la luce dentro, per fortuna il sorso così puro e salino reca il sapore di una brezza marina masticata in chissà quale molo di un litorale mediterraneo.