Vino (al) Naturale – La Prefazione del libro di Alice Feiring

6a0120a6be8504970b017c320a5175970b-250wiOggi pubblichiamo la splendida prefazione del libro di Alice Feiring, Vino (al) Naturale. Il volume, traduzione di Davide Panzieri del testo inglese Naked Wines, sarà presentato a Villa Favorita domenica 7 aprile dall’autrice stessa. Per acquistare il libro clicca qui.

 

Breve biografia di Alice

Giornalista e scrittrice, Alice Feiring, newyorchese, si occupa di vino dal 1988. Appassionata e pluripremiata promotrice di quello realizzato in modo naturale, è stata inviata del Wall Street Journal Magazine e di Time. Collabora con quotidiani e riviste come The New York Times, Town & Country e Newsweek. Oggi si dedica principalmente al suo blog, “The Feiring Line” (Alicefeiring.com), e all’omonima newsletter, nata nel 2012.

I suoi libri sono stati tradotti in più lingue.

 

 

Prefazione di Vino (al) Naturale

Quando si parla di vino mi capita di suscitare polemiche. Non è nelle mie intenzioni; semplicemente, nutro opinioni fortemente radicate. Si prenda per esempio la presunta provocazione della frase «Perché aggiungere al vino qualcosa di non necessario?». Anche se sfioro appena il metro e sessanta e non arrivo a cinquanta chili, questa domanda scaturita dalle mie labbra può scatenare un putiferio di polemiche, spingendo gente molto più grossa di me a dichiararmi guerra. Mi sono rassegnata a questo stato di cose, ma non demordo perché, come ebbe a dire Eleanor Roosevelt, «Fa’ ciò che in cuor tuo reputi giusto, tanto sarai criticata in ogni caso».

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Così, quando ho risposto a una chiamata dall’Oregon e un signore si è presentato come Jason Lett, la mia prima reazione è stata di piacere. Mi piace Jason, un uomo di spessore, figlio di David Lett, fondatore della solidaEyrie Vineyard. Se mettete in mano a Jason un banjo, potrebbe essere scelto dal cinema per interpretare Pete Seeger da giovane. La seconda reazione, invece, è stata «Oh no! Ho fatto qualcosa di male? Ho detto qualcosa di avventato su Eyrie nel mio blog? Ho buttato all’aria qualcosa?».

 

«Di che si tratta?», ho chiesto cautamente quando ha detto che voleva farmi una proposta.

«Ho parlato con papà. Pensiamo che sia tempo che faccia il tuo vino. Vieni qui e fallo esattamente come vuoi – totalmente naturale, senza aggiungere o togliere niente. Sii intransigente da noi. Usa tutti i raspi, niente zolfo, tutto come vuoi!».

 

I Lett condividono molti dei valori enologici che mi mettono spesso nei guai quando mi scappano di bocca. Lett padre è stato il pioniere che a metà anni Sessanta piantò il primo pinot noir nella Willamette Valley e il primo pinot gris di tutta l’America. I Lett non sono estremisti del vino naturale come me, ma poco ci manca. Coltivano i loro venti ettari nel distretto di Red Hills senza fare uso di insetticidi o pesticidi. Rifiutano di usare l’irrigazione tanto di moda, preferendo l’aridocoltura. La loro cantina non è un ambiente asettico, simile a un ospedale, ma ospita sulle pareti una spugnosa muffa nera. Non prestano attenzione ai critici e ai loro punteggi – critici che a loro volta prestano poca attenzione ai Lett. Insomma, sono il mio tipo di produttori di vino.

 

Jason mi proponeva di darmi cinque quintali di uva con cui divertirmi. Si impegnava a lasciarmi sola con le mie uve fino al completamento della prima fermentazione, quella che trasforma lo zucchero in alcol. A quel punto sarei stata libera di tornare a casa, lasciando ai Lett l’incombenza di quello che i francesi chiamano élevage, letteralmente allevamento, la maturazione e stabilizzazione del vino prima dell’imbottigliamento. Il vino sarebbe stato loro e io, se lo desideravo, avrei potuto comprarne un po’.

 

Pur rendendomi conto che si trattava di un’occasione rara, la verità è che non avevo mai avuto intenzione di produrre vino. Qualche anno prima avevo intervistato un banchiere californiano per un servizio ed egli mi aveva domandato: «Chi è appassionato di vino non finisce per volerlo fare?». Avevo risposto di no.

 

Ma devo ammettere che l’offerta di Jason mi allettava. Di fronte alla sfida si risvegliava il mio spirito competitivo. Tuttavia, in men che non si dica lo spirito competitivo scomparve per lasciare il posto a una visione della sottoscritta come vittima: ecco Alice intrappolata in una stanza mentre Rumpelstiltskin aspetta che trasformi la paglia in oro. In caso di insuccesso le strapperà il suo primogenito.

 

«Se sorge un problema come un arresto della fermentazione», gli chiesi, «o se ho difficoltà a travasare il vino in una botte voi mi date una mano, vero?».

Jason si mise a ridere. «Noi saremo alle prese con la pigiatura. Pensi che avremmo tempo per te?».

 

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Gulp! Sembrava avverarsi l’incubo di trovarmi chiusa in una stanza finché non avessi portato a termine un compito impossibile.

Mi agitavo indecisa come un uccellino in gabbia. Sì? No? Che fare? Ecco come torturare Alice. Mi sgomentava lo spettro dell’insuccesso. Certo, non volevo rovinare il frutto di prima qualità della Willamette Valley, ma se fare vino sulla base dei miei principi si fosse rivelato un compito fuori dalla mia portata? Avevo espresso tanto energicamente le mie convinzioni e il mio amore per i vini fatti senza additivi: e se avessi fallito? La gente avrebbe accettato la scusa che sono una critica e non una produttrice e sarebbe stata indulgente? Il vino di mio nonno finiva in aceto; lo stesso poteva succedere al mio. D’altro canto, dopo la pigiatura il frutto poteva rifiutarsi ostinatamente di fermentare oppure non smettere mai di farlo. In tal caso, avrei potuto trovarmi invischiata per anni nella Willamette Valley.

Ero convinta che produrre vino senza additivi o bizzarrie enologiche industriali fosse assolutamente un diritto acquisito dell’uva. Ma se… In caso di… Avevo basato la mia reputazione di critica su un metodo di vinificazione più difficile di quanto avessi creduto? Cominciavo a pensare che fare vino nella vasca da bagno, seppure non proprio onesto, sarebbe stato più saggio. Non ero completamente stupida. Avevo una solida conoscenza teorica della vinificazione. Ma a livello pratico mi trovavo in imbarazzo quando cercavo di immaginare in che modo trasferire il vino dalla vasca di fermentazione in una botte. Non avevo idea di come separare il mosto dalle bucce. Quando Jason mi suggerì di filtrare il mosto con la mussolina, pensai che mi prendesse in giro.

Un mese dopo avevo altri progetti in mente e la telefonata di Jason era finita nel dimenticatoio.

 

  • Cito: La loro cantina non è un ambiente asettico, simile a un ospedale, ma ospita sulle pareti una spugnosa muffa nera.

    Beh, qui da noi è impossibile fare una cosa del genere, l’ulss passa da noi 2 volte l’anno e se vede un angolino della parete ammuffito si rischiano sanzioni.

    Vi posso postare la mia esperienza in merito, la parte della cantina adibita allo stoccaggio dei vini è 5 metri sotto terra e i serbatoi sono condizionati, d’estate c’è umidità da regalare e quindi dietro ai serbatoi e negli angoli alti del seminterrato si formano chiazze di muffa. Tutto normale per noi, ma non per l’ente controllore, che ci ha dato qualche mese di tempo per sistemare il tutto.

    Risultato? una spesa folle per ridipingere le pareti e l’utilizzo di prodotti antimuffa aggressivi per far si che il problema non si riproponesse.

    Noi non vogliamo una cantina asettica, loro si. Come risolviamo la situazione?
    Luca

    • Luca, la vernice che hai usato è molto probabilmente più nociva della muffa, che non lo è per nulla, almeno finché sta sulle pareti. Le cantine di Tokaji sono completamente ricoperte di muffe bianche, quelle del Cognac di muffe nere, alle quali hanno addirittura dato il nome di “Torula coniacensis” per sottolinearne il forte legame con il territorio (cosa peraltro non vera visto che ci sono in tutte le distillerie, e in Scozia viene chiamata black whisky, al massimo Cognac avrà i suoi ceppi autoctoni!). Come ho scritto recentemente sul blog di millevigne. è essenzialmente un problema di ignoranza delle nostre autorità ispettive.

  • Il libro è piacevole, ma la traduzione è terribile!
    Fretta di uscire per le Fiere d’Aprile….?
    Peccato Slow Food editore!!